venerdì 28 marzo 2014

Il massimo della inciviltà.

Le esecuzioni nel 2013, paese per paese

Un grafico dell'Economist mostra che le uccisioni di condannati a morte sono in aumento, e mancano i preoccupanti dati sulla Cina

Come espresso chiaramente dall’articolo 27 della Costituzione, in Italia “non è ammessa la pena di morte”. Il principio scritto in questo modo è relativamente recente e deriva da una modifica effettuata nel 2007, per rimuovere la parte dell’articolo che aggiungeva “se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”. L’ultima uccisione di condannati a morte nel nostro paese avvenne nel 1947. Come mostra però un grafico preparatodall’Economist sulla base dei dati forniti da Amnesty International, in giro per il mondo la pena di morte è ancora prevista da parecchi ordinamenti. Solo nel 2013 sono stati 22 i paesi ad uccidere dei condannati. Negli Stati Uniti sono state eseguite 39 condanne a morte, più di quelle nello Yemen, in Sudan e in Somalia. In Indonesia si è fatto nuovamente ricorso alla pena di morte dopo quattro anni in cui non c’erano state uccisioni.
Stando alle stime di Amnesty International, nel 2013 sono state uccise almeno 778 persone condannate a morte, con un aumento del 14 per cento rispetto al 2012. Ma il numero è indicativo, perché non tutti gli stati danno informazioni chiare e complete sui loro condannati a morte. Dal conteggio è per esempio esclusa la Cina, che non dà notizie ufficiali sulle condanne e che si ipotizza uccida ogni anno migliaia di condannati (è presente nel grafico con il massimo di esecuzioni, ma non se ne conosce il numero preciso). Si stima che in tutto il mondo ci siano oltre 23mila persone condannate a morte per diversi tipi di crimini, dall’omicidio al tradimento alla frode.
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