sabato 19 novembre 2016

Trump pagherà 25 milioni di dollari per la storia della Trump University

Ha trovato un accordo per non far cominciare i processi sul seminario che prometteva di insegnare a diventare ricchi, accusato di essere una enorme truffa

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 (Thos Robinson/Getty Images) 
Venerdì 18 novembre – dieci giorni dopo aver vinto le elezioni presidenziali statunitensi – Donald Trump ha raggiunto un accordo stragiudiziale, cioè fatto al di fuori di un tribunale, per chiudere tre diverse inchieste riguardanti la Trump University, un insieme di corsi organizzati dalla società di Trump che erano stati accusati di essere una truffa. Trump pagherà in tutto 25 milioni di dollari. La Trump University – che in realtà non è mai stata una vera università – è stata attiva dal 2005 al 2010 e prometteva, come disse Trump stesso in una pubblicità, «di insegnare il successo». L’accordo economico deve ancora essere approvato in tribunale, un processo che potrebbe richiedere qualche mese. Trump ha scritto su Twitter di aver raggiunto un accordo perché vuole concentrarsi sul paese, e che: «L’unica cosa negativa di aver vinto la presidenza è che non ho avuto il tempo di affrontare un lungo ma vincente processo sulla Trump University. Che peccato!».
Negli anni circa diecimila studenti si iscrissero alla Trump University e CNN ha scrittoche il corso base – che pare fosse un seminario di tre giorni, promosso invece come “apprendistato di un anno” – costava circa 1.500 dollari. Il programma più caro – il Gold Elite – costava invece circa 35mila dollari l’anno. Due delle tre cause nei confronti della Trump University erano class-action fatte da ex studenti, e le rispettive inchieste erano state aperte in California nel 2011 e nel 2013; la terza inchiesta era invece stata aperta nel 2013 a New York, dal procuratore generale statale Eric Schneiderman (una specie di ministro della Giustizia dello stato di New York). Gli studenti hanno accusato la Trump University di essere una truffa, organizzata per incassare le rette scolastiche senza offrire i corsi promessi. In una testimonianza, Trump aveva ammesso di non aver scelto personalmente gli insegnanti, come invece era stato detto agli studenti.
Grazie all’accordo e al conseguente pagamento dei 25 milioni di dollari Trump eviterà, per prima cosa, di dover essere processato da presidente eletto degli Stati Uniti. A fine novembre sarebbe per esempio dovuto andare a testimoniare in California. Alan Garten, consigliere generale della Trump Organization, ha detto di essere convinto che Trump avrebbe avuto ragione nei processi ma che ha scelto di fare l’accordo stragiudiziale «per dedicare ogni sua attenzione alle grandi questioni che riguardano gli Stati Uniti». Trump ha fatto un accordo di questo tipo – e già in passato ne aveva fatti altri simili – nonostante in campagna elettorale avesse detto di non essere un tipo che fa accordi economici per evitare i processi. Parlando proprio delle questioni che riguardano la Trump University, a febbraio Trump disse: «Avrei potuto raggiungere un accordo in molte occasioni; potrei farlo anche ora senza nemmeno pagare troppi soldi; ma non voglio farlo per una questione di principio».
Scnheiderman – che è Democratico e ha spesso avuto contrasti con Trump negli ultimi anni – ha detto: «Oggi, con l’accordo da 25 milioni di dollari e questa sorprendente decisione di Donald Trump, abbiamo ottenuto una grande vittoria per le oltre seimila persone truffate dalla sua università». Un milione dei 25 riguarda una multa per aver violato la legge di New York, chiamando “università” un corso che invece non offriva nessun tipo di diploma. La maggior parte dei restanti risarcimenti andranno invece agli ex studenti che hanno fatto causa alla Trump University: verrà incaricato un responsabile che dovrà calcolare quanto assegnare e a chi, e si pensa che i rimborsi arriveranno entro tre o quattro mesi. Il Washington Post ha scritto che «l’accordo per la Trump University si inserisce in un sistema che rende evidente come gli avvocati di Trump si stiano impegnando per ridurre i suoi problemi legali prima che diventi presidente a tutti gli effetti», da gennaio.

Il buco di Roma è senza fine. Altri 7 consulenti per il debito. Si continua a spendere per rifare i calcoli

  
di Stefano Sansonetti
Primo piano
Raggi_Scozzese
Non solo c’è in ballo una maxi consulenza da 3 milioni di euro che verrà assegnata a breve per ricalcolare il debito pregresso del Campidoglio. Adesso spuntano fuori altri sette consulenti ai quali il Commissario alla gestione del debito, Silvia Scozzese, ha deciso di affidarsi per una serie di questioni economiche, finanziarie e legali. Tutto, naturalmente, con altre spese. E questo non può non aumentare la sensazione della beffa, visto che a Roma esiste la figura del Commissario al debito dal lontano 2008, con una situazione economica certificata almeno dal 2010. Si tratta dei famosi 22 miliardi di euro di debiti lasciati in eredità da Walter Veltroni a Gianni Alemanno, che al netto della massa attiva diventavano 16,7 (adesso saremmo intorno ai 13 miliardi).
Le operazioni – Il Commissario alla gestione del debito, giova ricordare, è entità separata dal comune oggi guidato da Virginia Raggi, ed è di nomina governativa. Ma sta spendendo e spandendo per la gestione di una partita che si riteneva definita. In questo contesto si inseriscono le 7 consulenze assegnate negli ultimi mesi dalla Scozzese, che per inciso è stata assessore al bilancio con Ignazio Marino. Parte di questi incarichi, assegnati a seguito di un avviso di selezione, riguarda il settore economico-finanziario, con non poche curiosità. Una delle collaborazioni, per dire, è andata a Salvatore Parlato, già coordinatore della segreteria della Scozzese all’assessorato al bilancio e già collaboratore scientifico dell’Ifel, la fondazione dell’Anci che ha lanciato la stessa Scozzese. La sorpresa è che poco più di un mese fa Parlato è stato nominato anche assessore al bilancio del comune di Catania, guidato dal Pd Enzo Bianco. Al momento mantiene le due cariche, posizione che non sembrerebbe proprio da manuale, anche se trapela l’intenzione di lasciare l’incarico romano. Altra collaborazione in materia economico-finanziaria è stata affidata a Stefano Facciolini, già funzionario dell’assessorato al bilancio, sempre quando era guidato dalla Scozzese. Nel passato di Facciolini ci sono esperienze da ricercatore in Astrid, in un gruppo di lavoro coordinato dall’attuale sottosegretario di palazzo ChigiClaudio De Vincenti.
Gli altri – Ancora, una consulenza economica è andata a Umberto Cherubini, professore di finanza matematica all’università di Bologna e già consulente dell’Ifel, la fondazione Anci in passato a lungo diretta dalla Scozzese. A chiudere l’elenco dei collaboratori abbiamo Luca Scarpolini, architetto (consulenza in tema urbanistico); Francesco Vannicelli, avvocato (contrattualistica pubblica); Maurizio Benincasa, avvocato (diritto delle imprese e ristrutturazione dei debiti); Enzo Lino Ersilio Barilà (espropri e contenziosi). Sul sito non sono riportati i compensi. Ma in alcuni casi si arriva intorno ai 40-50 mila euro.
Twitter: @SSansonetti

Donald Trump nomina Sessions alla Giustizia, Flynn alla Sicurezza, Pompeo alla Cia. Ultraconservatori, bianchi over 50, falchi

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Ultraconservatori, bianchi over 50, uomini duri ed esperti, distanti anni luce dall’amministrazione Obama. John Sessions e Mike Pompeo, due falchi repubblicani alla Giustizia e alla Cia, e Mike Flynn, un ex militare di carriera come consigliere alla sicurezza nazionale, danno una forte impronta politica alla Casa Bianca che sarà. Scegliere loro significa, fra le altre cose, portare gli Stati Uniti verso una stretta vigorosa all’immigrazione, spegnere sul nascere le tentazioni di controllo sulle armi, dichiarare guerra totale all’Isis, aprire alla Russia e chiudere all’Iran. Scegliere loro significa che Donald Trump non intende essere diverso da presidente rispetto a come si è presentato agli elettori da candidato. Non c'è grande spazio per la mediazione, malgrado il lavoro che sta svolgendo Mike Pence con tutte le istituzioni di Washington.
Il lavoro sulla squadra proseguirà anche nei prossimi giorni. Donald Trump ha in agenda moltissimi incontri, che vengono accompagnati dal fermento interno al partito repubblicano. Nel fine settimana il presidente eletto vedrà soprattutto Mitt Romney, uno dei suoi più aspri oppositori all’interno del Gop, oggi in odore di una posizione illustre, si vocifera addirittura l'ambita poltrona di segretario di Stato. Trump vuole tuttavia tenere vicino a sé anche la sua famiglia. Il potere del clan Trump è tutto nella foto, che ha fatto il giro del mondo, della figlia Ivanka e del genero Jared Kushneral suo primo incontro con un leader straniero, il premier giapponese Shinzo Abe, in una opulenta sala della Trump Tower. Si fanno sempre più insistenti le voci secondo cui per Kushner ci sarebbe un posto nell'amministrazione Trump. Lui avrebbe già interpellato almeno un avvocato per verificare l'esistenza o meno di impedimenti legali, sulla base delle leggi federali contro il nepotismo, in caso di una sua nomina alla Casa Bianca. 
Le prime nomine dividono, proprio per le personalità scelte. Dopo Reince Priebus, il presidente dei repubblicani scelto come capo di gabinetto, dopo Steve Bannon, il capo della campagna elettorato scelto come chief strategist accusato di sostenere le tesi del suprematismo bianco, è la volta di John Sessions, il nuovo Attorney general, tacciato di razzismo, oltranzista contro l’immigrazione e sostenitore del muro con il Messico. Di Mike Flynn, il nuovo consigliere alla sicurezza nazionale, si ricorda che finì nel mirino per aver lanciato l'allarme sulla diffusione della "sharia" negli Usa, vuole il bastone contro l’Isis e la carota con la Russia. Mike Pompeo, nuovo direttore della Cia, è un uomo del Tea Party, ma soprattutto della lobby delle armi, vuole mantenere aperto il carcere di Guantanamo e rivedere drasticamente gli accordi con l’Iran.
CHI È JEFF SESSIONS, ATTORNEY GENERAL. Repubblicano di Selma, città dell’Alabama celebre per la marcia per i diritti civili, ha 69 anni ed è conosciuto come uno dei rappresentanti più a destra e anti-immigrazione del Senato, in cui siede dal 1997. Prima della politica è stato pubblico ministro e fu scelto nel 1986 da Ronald Reagan come giudice federale, ma la sua nomina fu respinta dal Congresso - decisione avvenuta 2 volte in 50 anni - per l’ombra di razzismo che gravava su di lui. Diverse testimonianze dei colleghi furono decisive: dissero che definì "anti-americane" e "ispirate dal comunismo” la National Association for the Advancement of the Colored People (Naacp) e l’American Civil Liberties Union, organizzazioni in prima linea per i diritti delle minoranze. Sessions provò a chiarire, ma non migliorò la sua posizione. Un giudice federale afroamericano, invece, ha sostenuto di averlo sentito dire che il Ku Klux Klan era ok "fino a quando non ho scoperto che fumavano marijuana". Sessions ha sempre liquidato la frase come una battuta. 
Sessions è da mesi molto vicino a Donald Trump, è stato il primo senatore a dare il suo sostegno pubblico alla corsa del tycoon e nel corso della campagna elettorale è diventato uno dei suoi più fidati consiglieri. Alcune fonti nei giorni scorsi lo davano anche come possibile segretario alla Difesa. Sessions è noto per la sua linea dura sull'immigrazione: è il presidente della commissione del Senato sull'immigrazione e da sempre ha detto di aver deciso di appoggiare Trump perché solo lui avrebbe risolto il problema dell'immigrazione illegale. "Occorre rallentare il ritmo dei nuovi arrivi in modo da far salire i salari e diminuire il ricorso al welfare " ha scritto in un report di 25 pagine – Immigration Handbook for the New Republican Majority - sostenendo la necessità di limitare i permessi di lavoro e imporre un stretto controllo su entrate e uscite dagli Usa. È un entusiasta sostenitore della costruzione di un muro al confine con il Messico.
CHI È MIKE POMPEO, DIRETTORE DELLA CIA. Repubblicano del Kansas, 52 anni, di origini italiane, laureato in legge ad Harvard, dal 2011 nella Camera dei Rappresentanti. Vicino al Tea Party, Pompeo è membro a vita della National Rifle Association, la lobby delle armi, che lo ha sostenuto al Congresso. È in prima linea contro l'aborto, vorrebbe abolirlo in ogni circostanza tranne quando la vita della madre è a rischio. Ha votato contro il rinnovo del Violence Against Women Act. Si è opposto alla chiusura di Guantanamo e ha fatto discutere la sua dichiarazione sui carcerati in sciopero della fame dopo aver visitato il carcere nel 2014: "Mi è sembrato che molti di loro hanno messo su peso". È apertamente contrario all'intesa raggiunta dall'amministrazione Obama con l'Iran. L'ultimo tweet non lascia spazio a dubbi: "Non vedo l'ora di smantellare questo accordo disastroso con il più grande Stato sponsor del terrorismo del mondo" scrive Pompeo. Il tweet rimanda ad un articolo dello stesso Pompeo al settimanale neo-con 'The Weekly Standard', intitolato 'Smantellare l'accordo con l'Iran? Facile".
Pompeo aveva inizialmente sostenuto la candidatura di Marco Rubio alla presidenza, ma poi ha appoggiato Donald Trump dopo la sua vittoria alle primarie. Non ha tuttavia esitato a criticare il presidente eletto quando è stato diffuso quel video del 2005 in cui Donald Trump dava il peggio di sé nel parlare delle donne. "Orribile, offensivo e indifendibile" sono state le sue parole. È stato però in prima linea al fianco di Donald Trump nell’attacco sulle responsabilità di Hillary Clinton per l’attentato di Bengasi, in qualità di membro del Comitato investigativo incaricato di indagare sull'attacco contro la sede diplomatica statunitense in Libia, avvenuto nel settembre 2012, in cui morì l'ambasciatore Chris Stevens.
CHI È MICHAEL FLYNN, CONSIGLIERE PER LA SICUREZZA NAZIONALE. Generale dell’esercito in pensione, 57 anni, un passato da consigliere nelle operazioni in Iraq e in Afghanistan, registrato come elettore democratico in Rhode Island, ha guidato la Defense Intelligence Agency durante l’amministrazione Obama, ma i rapporti con il presidente si sono progressivamente incrinati fino al suo licenziamento, anche per le sue critiche accese nella gestione della guerra contro l’Isis. Nel nuovo ruolo, il generale avrà sotto il suo controllo 400 persone e sarà il punto di contatto tra Casa Bianca, Pentagono, dipartimento di Stato e agenzie di intelligence. Come consigliere di Trump, ha dimostrato una notevole influenza durante la campagna elettorale, convincendo il tycoon a mantenere tra le priorità quella della guerra totale contro lo Stato islamico e a lasciare aperta la porta al dialogo con qualsiasi alleato contro la minaccia islamista, compresa la Russia di Vladimir Putin. 
In un nuovo libro di cui è co-autore, Flynn prescrive una linea politica più dura nei confronti dell'Iran. Come Trump, ha definito l'invasione dell'Iraq nel 2003 un abbaglio strategico, sostenendo che sarebbe stato meglio utilizzare l'energia spesa per sostenere gli oppositori politici del governo di Teheran. Appoggia la visione di Trump di avere relazioni più calorose con Israele, ma anche legami più forti con l'Egitto. Il suo discorso alla convention repubblicana è stato fra i più applauditi, specie per le sue posizioni di fermezza nel contrasto allo Stato Islamico, di biasimo per la politica di Obama – che “ha portato il mondo a non avere più rispetto per la parola dell’America - e di collaborazione con Vladimir Putin. Flynn è un habituè di Russia Today in lingua inglese e la sua vicinanza con la Russia gli ha portato più di qualche critica in patria.

Dopo Santoro anche Lerner dichiara il suo Sì

Referendum
Gad Lerner in occasione della presentazione di "Islam, Italia" nella sede Rai di viale Mazzini, Roma, 17 novembre 2016.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
In un’intervista al Fatto l’ex direttore del Tg1: “Nonostante Renzi ce la stia mettendo tutta per farmi cambiare idea credo che voterò Sì”
 
Ieri dalle colonne del Fatto era stato Michele Santoro a sostenere il Sì e a smontare le ragioni del No, oggi in un’intervista sempre sul quotidiano diretto da Marco Travaglio è un altro giornalista simbolo della sinistra italiana ad annunciare il suo Sì.
Gad Lerner nell’intervista incentrata su “Islam, Italia“, programma che lo riporterà in Rai risponde positivamente alla domanda sul referendum. Seppur critico nei confronti del segretario Pd e presidente del Consiglio sostiene: “Nonostante Renzi ce la stia mettendo tutta per farmi cambiare idea  e per mandare a sbattere il Pd, alla fine credo che voterò Sì. La più che probabile vittoria del No io la vedo come una tappa di avvicinamento a un prossimo governo 5Stelle che non auguro all’Italia: i dilettanti al potere, come dice Beppe Grillo, mi preoccupano“.
Il giornalista termina la risposta sul referendum aggiungendo un augurio: “Spero che la sinistra non vada in frantumi il 5 dicembre tra Sì e No. E spero che Renzi non voglia tenere in ostaggio il Pd se il referendum lo costringerà nell’angolo“.

Roma ferma: l’appello di Paolo Sorrentino a Virginia Raggi

Una città “ferma, stanca, moscia, priva di qualsiasi idea di futuro”. E’ quanto afferma, in un’intervista al ‘Messaggero’, il regista premio Oscar Paolo Sorrentino parlando dello stato in cui versa Roma e lanciando “un urletto di dolore”. Partendo dall’Esquilino, dove vive, Sorrentino osserva: “piazza Vittorio è una delle piazze più belle d’Italia, ma manca tutto. C’è un problema a monte, quelli che stanno adesso al governo della città che dicono di essere tanto bravi, anche se per me non lo sono, non si stanno ancora muovendo”. Non si tratta di una critica alla sindaca Virginia Raggi, sottolinea il regista: “non mi va di fare alcuna polemica, la mia non è una protesta, voglio essere costruttivo. Anzi, invito la sindaca qui, in questo quartiere, le potrei fare da Cicerone. I nuovi amministratori che vengono dal basso, dovrebbero ascoltare i cittadini, le associazioni, chi ha progetti per Roma”.
paolo sorrentino virginia raggi

Con l’elezione del M5s al Campidoglio, nota Sorrentino, “non è cambiato nulla. Anzi è peggiorato, se l’osservatorio è l’Esquilino. Non vedo un’impronta della nuova amministrazione, c’è una strana forma di continuità nell’assenza di progetto, nonostante le differenze politiche con il passato”. Riguardo al dialogo tra Campidoglio e cittadini, il regista conclude: “Almeno l’amministrazione precedente ascoltava, ricevevano, ora mi sembra di no: vista la storia del M5s che nasce dalla condivisione dal basso questo atteggiamento sembra paradossale”.
Oggi Il Messaggero torna sulla storia rivelata ieri dal Giornale, che parte da un esposto di Carla Raineri, ex capo di gabinetto della Giunta
NEXT QUOTIDIANO
Ieri abbiamo parlato dell’indagine sulla Giunta Raggi per le nomine scaturita da un esposto di Carla Raineri, ex capo di gabinetto, e rivelata dal Giornale. Oggi Valentina Errante sul Messaggero torna sulla storia ricordando che tutto nasce dal memoriale della Raineri arricchito da elementi forniti dall’ex assessore Marcello Minenna. Il fascicolo per ora sarebbe senza indagati:
Del memoriale, zeppo di circostanze e dettagli sulla squadra Raggi, firmato dall’ex capo di Gabinetto Carla Raineri, ma arricchito da elementi forniti anche dall’ex assessore Marcello Minenna, si era a lungo vociferato. Per mesi, la stessa Raineri aveva negato di essersi rivolta al procuratore Pignatone all’inizio di settembre. E invece, l’esposto ha già portato all’apertura di un fascicolo, al momento senza ipotesi di reato. In procura sono stati convocati sia Alessandro Solidoro, fuggito ad agosto, a un mese dalla sua nomina al vertice di Ama, sia lo stesso Minenna, per far chiarezza sulle anomalie della giunta. A Solidoro sarebbe stato chiesto dalla procura di riferire in merito alle pressioni della Muraro e alle decisioni assunte nella municipalizzata dei rifiuti che, in poche ore, avrebbero raggiunto Manlio Cerroni.
virginia raggi indagata
Racconta il quotidiano che tutto nasce da quei giorni in cui scoppia la grana delle cinque dimissioni a catena scatenate da quelle della Raineri, che la sindaca, con un post nel cuore della notte, cercò invece di spacciare per una sua iniziativa. Ma la bugia durò lo spazio di un mattino, quando arrivò la conferma dell’addio di Minenna e a ruota quello di Solidoro.
Agli atti c’è anche la defenestrazione di Laura Benente, già responsabile delle Risorse umane in Campidoglio nell’era Marino e poi con Tronca, considerata integerrima. Ad agosto scorso sarebbe stato proprio Marra a pretendere che la Benente firmasse il via libera per fargli frequentare un master a Bruxelles, pagato dall’amministrazione. Marra ne aveva già ottenuto uno di due anni e il dirigente si sarebbe opposto. L’allora vice capo di gabinetto, oggi seduto al posto della Benente, l’avrebbe minacciata, assicurando alla dirigente pesanti conseguenze per il suo atteggiamento. Poi si sarebbe rivolto alla Raggi per chiederne la rimozione. La storia è nota: Laura Benente, che si trovava a Roma conun distacco da Torino, è andata in ferie per una settimana. AlrientrohatrovatogliscatoloninelsuoufficioedèstatarispeditainPiemonte.

Il finto amore dei grillini per Bersani. E lui ci casca

Il Noista
L'ex segretario del Pd Pierluigi Bersani arriva alla sede del Pd in occasione della direzione nazionale a Roma, 7 agosto 2015.   ANSA/ MAURIZIO BRAMBATTI
Il Corriere della Sera racconta delle pacche sulle spalle con Di Battista
 
“Sono le tre del pomeriggio, dall’Aula sbuca Alessandro Di Battista e si ferma a omaggiare Bersani: ‘Ciao Pier Luigi, noi ci stiamo facendo un mazzo così per il No! Di più non si può fare, davvero’. La pacca sulla spalla con cui il leader della minoranza dem ringrazia la star del M5s dice che anche lui ce la sta mettendo tutta per sbaragliare il fronte del Sì”. L’asciutta cronaca del Corriere della Sera non lascia spazio a dubbi, né merita commenti particolari.
Bersani è da tempo – dalle elezioni “non vinte” del 2013 – lo zimbello del Movimento 5 stelle: umiliato in diretta streaming da Roberta Lombardi e Vito Crimi, due anni dopo fu ripescato proprio da Di Battista come candidato grillino al Quirinale: “Dovrebbe esserci anche un nome loro che possa mettere in discussione il patto criminale del Nazareno”, disse il giovane leader che divide le sue simpatie fra Benito Mussolini e “Che” Guevara e propone un “dialogo” con l’Isis.
La candidatura di Bersani fu accolta con entusiasmo: l’onorevole cittadino Riccardo Fraccaro – che poi scriverà sul suo blog, quando Napolitano accetterà di ricandidarsi: “Oggi è il 20 aprile, giorno in cui nacque Itler (sic!). Sarà un caso, ma oggi muore la democrazia in Italia” – spiegò che “si dovrebbe trovare un nome che possa metterli davvero in difficoltà e questo nome non può essere Prodi, che da fondatore del Pd non ha mai avuto una parola di critica verso un partito che è diventato da Pd a Pd2… quel nome può essere Bersani”.
Ancora più entusiasta la senatrice cittadina Sara Paglini – autrice di un indimenticabile post su Facebook che criticava “le stragi naziste, i morti in Siberia, i regimi violenti come quello di Pino Chet” –: “Serve un nome che destabilizzi mister Bean e gli dia uno schiaffone. Mi fa un po’ senso dirlo, ma il nome è quello di Bersani”.
E così il 29 gennaio dell’anno scorso l’ex segretario del Pd, dopo aver implicitamente accettato la candidatura (diversamente da Lorenza Carlassare, che educatamente declinò l’invito), corse felice alle Quirinarie e, sebbene ai grillini “facesse senso”, si piazzò quarto su nove candidati, raccogliendo 5787 voti (vinse Imposimato con 16.653 preferenze).
Soddisfatto del risultato, Bersani ha continuato a farsi deridere dai grillini – ancora Di Battista, nel maggio scorso, spiegò sprezzante che “la minoranza del Pd minaccia, minaccia, fa l’ennesimo ‘penultimatum’, ma poi si tengono tutti la poltrona…” – giungendo a definirli, il mese scorso a “DiMartedì”, un “partito di centro” con cui una “sinistra larga” deve dialogare.
Sinistra, centro, destra, tacchini sul tetto e mucche in corridoio… Bersani è un poeta, e ai poeti si perdona tutto: persino l’essere diventato improvvisamente trumpista.
Sentite che cosa ha detto ieri (citiamo sempre dal Corriere): “Il risultato di Trump dice che l’onda ormai è quella. E’ successo negli Stati Uniti l’8 novembre e così andrà da noi il 4 dicembre”. E all’onda, come al cuore, non si comanda.

I più grandi ballisti italiani sono i grillini.

http://www.unita.tv/focus/cinque-mesi-di-raggi-tra-annunci-complotti-e-immobilismo/

Grillo sapeva come sapeva Di Maio come sapeva Di Battista.

politica e giustizia
Il personaggio.
La deputata Ars che ha confessato: “Ho seguito l’appello del leader, ora sono isolata”
La pentita che ha rotto il muro di omertà “Beppe mi disse: ci mettete nei guai” 
EMANUELE LAURIA
PALERMO.
C’è una data, nella apparente storia minima che ha fatto deflagrare il movimento 5 stelle in Sicilia, che merita di essere sottolineata: martedì 8 novembre. È in quel giorno che, nel palazzo di giustizia che ha accolto corvi e pentiti, si presenta una ragazza con i capelli ricci e biondi. Si chiama Claudia La Rocca, ha 35 anni, è una deputata regionale di M5S e ha deciso, semplicemente, di rompere il muro di omertà dietro il quale si sono trincerati fino a quel momento attivisti e portavoce grillini. Si autoaccusa: dice di aver contribuito materialmente alla ricopiatura, alias falsificazione, di centinaia di firme utili per la presentazione della lista alle Comunali del 2012. Chiama in causa chi avrebbe copiato assieme a lei: fra gli altri, Claudia Mannino e Samanta Busalacchi. Dice che il candidato sindaco di Palermo, Riccardo Nuti, sapeva. Genera ulteriori testimonianze (due) e vengono fuori i nomi di altri presenti, più o meno partecipi e consapevoli, quando all’inizio di aprile di quattro anni fa, si taroccarono gli elenchi: fra loro Giulia Di Vita e Chiara Di Benedetto. Tutti attivisti che, tranne Busalacchi, sono oggi parlamentari. È un passaggio chiave: La Rocca, assieme ad altri due testimoni che hanno deciso di collaborare, dà un contributo decisivo alle indagini. Lo fa per rispondere all’appello di Grillo («Chi sa, parli»), eppure lo fa in un clima difficile. Prima di andare in tribunale, anticipa la sua decisione ai colleghi del gruppo parlamentare all’Ars e poi fa «tutti i passi necessari» fra Roma e Genova, ivi inclusa una telefonata a Beppe Grillo nel corso della quale il leader - si apprende - avrebbe ascoltato e ricordato alla sua interlocutrice come altri parlamentari stessero declinando ogni responsabilità facendo querele. Rammentando come i protagonisti di questo caso - tutti stessero «mettendo in difficoltà il movimento». Ma i colleghi dell’Ars, per voce di Giancarlo Cancelleri, negano che i vertici di M5S fossero informati della decisione di La Rocca. E lo stesso Grillo smentisce di avere sentito la parlamentare. Così, La Rocca ieri si è autosospesa dicendo agli amici di essere «molto delusa». «Io non ho mai pensato che questa mia testimonianza - ha confidato dovesse essere un segreto, non ci vedevo nulla di male». Di lì un senso di «solitudine» che una nota di apprezzamento serale dei colleghi all’Ars, lunga tre righe, ha appena stemperato.
Il gesto coraggioso di La Rocca ha comunque assicurato una svolta in una vicenda che trae origine da un errore materiale: il luogo di nascita di un candidato M5S alle Comunali del 2012, Giuseppe Ippolito, era sbagliato. I grillini palermitani, per rimediare, e con la scadenza della presentazione delle liste alle porte, avrebbero pensato bene di ricopiare tutte (o quasi) le firme già raccolte: centinaia, migliaia. Una sciocchezza, secondo lo stesso Grillo che ha parlato di «Oscar della stupidità ». Ma una sciocchezza che costituisce un reato, punibile da due a 5 anni, che sanziona non solo chi falsifica liste di elettori ma anche chi di quegli atti contraffatti fa uso. Una prima inchiesta, aperta nel 2013 in seguito a un esposto anonimo e affidata alla Digos, venne archiviata dalla procura nel 2014. A inizio ottobre il caso è riesploso dopo un servizio delle “Iene”, innescato da un altro anonimo che ha fornito l’elenco delle firme vere e mai presentate in tribunale. Di lì la nuova inchiesta, corroborata dalle dichiarazioni di un superteste, Vincenzo Pintagro, che ha detto di aver visto Mannino e Busalacchi falsificare le firme. Ma rafforzata anche dal disconoscimento del proprio autografo da parte di oltre un centinaio di sottoscrittori convocati in Questura. Malgrado il cerchio dei magistrati si stringesse, malgrado lo stesso Grillo avesse invitato tutti a collaborare, il gruppo chiuso di deputati che fa capo a Riccardo Nuti - i “monaci” nel gergo grillino non ha ritenuto di fare alcun passo indietro. Né ammissioni, né autosospensioni. Solo La Rocca, fra tanti silenzi, ha deciso di collaborare. E il castello di reticenze è venuto giù.

Questo è il governicchio che ci sarà se dovesse vincere il No. Ma potrà essere ancora peggio con Salvini e Grillo a fare il governo. Povera Italia. Sarà distrutta in un mese.


dipocheparole     venerdì 27 ottobre 2017 20:42  82 Facebook Twitter Google Filippo Nogarin indagato e...