E' questo il tempo

Liberi cittadini contro il regime partitocratico, i privilegi della casta sindacale della triplice, la dittatura grillina e leghista, la casta dei giornalisti

sabato 15 ottobre 2016

In tempi non sospetti mi sono già espresso sulla Appendino. Non parlo più.

Appendino con l’acqua alla gola

18:23 Venerdì 14 Ottobre 2016 1
Il Comune mette nero su bianco che senza i 6 milioni dell’operazione Smat il bilancio è a rischio. Una situazione critica che potrebbe portare l’assessore Rolando a tagliare la corda. Ma l'assemblea della società stoppa e rinvia al 28 ottobre
Da una parte i sindaci della cintura di Torino, quasi tutti del Pd, dall’altra Alberto Morano, consigliere del centrodestra, che con il suo intervento da delegato di Rosta ha profilato il conflitto d’interessi di Palazzo Civico nella richiesta di attingere, per esigenze di bilancio, al cento per cento delle riserve di Smat. Una tenaglia che ha portato l’assemblea della società idrica a stoppare la richiesta del Comune – rappresentato dall’assessore al Bilancio Sergio Rolando – bloccando per il momento un’operazione che dovrebbe portare nelle casse cittadine 6 milioni di euro. Obiettivo che, a quanto risulta dalle posizioni espresse nella riunione odierna a Castiglione Torinese, rischia di sfuggire all’amministrazione pentastellata, al punto che lo stesso titolare dei conti avrebbe confidato a più di un interlocutore la tentazione di mollare tutto per paura di non riuscire a chiudere il bilancio.
“L’assenza, evidentemente inaccettabile, di dialogo con i Comuni della Città Metropolitana di cui Chiara Appendino è sindaca, ha portato, unitamente alla mancanza di trasparenza nell’impiego delle risorse eventualmente distribuite in favore del Comune, ad una situazione di stallo con gravi ripercussioni sugli equilibri di Palazzo Civico come della stessa Smat” scrive in una nota il vicepresidente della Sala Rossa Enzo Lavolta, tra coloro che hanno organizzato la rivolta di città come Settimo, Grugliasco, Collegno, Moncalieri: anch’esse da tempo in attesa che Smat conceda loro di perfezionare la stessa operazione di Torino, ma con esiti diversi. Di qui la decisione di bloccare tutto. Sotto l'egida del vertice aziendale, il presidente Alessandro Lorenzi e l'ad Paolo Romano.
La richiesta di poter usufruire della totalità delle riserve presenta una serie di criticità dal punto di vista formale. “Innanzitutto - spiega Morano - è in contrasto con quanto previsto dal patto parasociale sottoscritto dai soci di Smat ove si precisa che l’utile può essere ripartito tra i soci per una quota massima del 20% e a condizione che sia destinato alla promozione di attività di tutela ambientale”. Il Comune invece vuole il cento per cento e le risorse gli servono perché “concorreranno al mantenimento degli equilibri finanziari dell’esercizio in corso”. Insomma, si riduce il patrimonio sociale dell’azienda per far cassa a vantaggio di un socio.
Come se non bastasse, anche all’interno del Movimento 5 stelle il gruppo inizia a disunirsi. Già sulla delibera approvata in Sala Rossa su Smat ci sono state delle defezioni e altre potrebbero aggiungersi. Dopotutto che le operazioni in atto siano tutt’altro che coerenti con la dottrina grillina lo testimonia anche una vecchia interpellanza firmata da Vittorio Bertola e dalla Appendino in versione Giovanna d’Arco, cioè prima di diventare sindaca e indossare il tailleur d'ordinanza, quando chiedeva al sindaco Piero Fassino “per quale motivo e in base a quale autorità la Città di Torino abbia preso posizione” nell’assemblea di Smat “a favore della destinazione dell’utile a dividendo per i soci e riserve di altro genere”. Esattamente quello che sta cercando di fare lei ora che si è insediata al piano nobile di Palazzo civico.

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Ho cercato su tutti gli organi di stampa e su tutti i social network qualche commento di condanna da parte di Salvini o del senatore leghista Centinaio del comportamento incivile e delinquenziale di cinque italiani nei confronti di un senegalese che stava solo facendo il suo lavoro. Proprio strano!!!!!!!!!! E' propri vero per loro due vengono sempre prima gli italiani, anche se sono delinquenti. Viva l'Italia!!!!!!!!!!

Sedie e calci in testa, vigilante pestato da cinque clienti a Roma
I cinque aggressori hanno agito in una sala slot via Terranova. Quattro fratelli e un cugino dovranno rispondere di tentato omicidio in concorso aggravato da futili motivi e con finalità di odio razziale.
CRONACAROMA 15 OTTOBRE 2016  10:51 di Redazione

Cinque contro uno, fino al lasciarlo a terra privo di coscienza. È accaduto in una sala slot in via Terranova a Roma il 22 luglio scorso, quando alcuni clienti abituali dell'esercizio sono stati raggiunti dall'addetto alla sicurezza che ha chiesto di abbassare i toni. Un "affronto" che i clienti non hanno potuto accettare, tanto da rivolgere contro l'addetto stesso – di origine senegalese – frasi ingiuriose e razziste. Secondo la ricostruzione degli investigatori della Polizia di Stato del Commissariato Casilino, che hanno potuto beneficiare del filmato della videosorveglianza e hanno ascoltato la vittima non appena è stato possibile, l'addetto alla sicurezza interveniva per calmare gli animi di alcuni clienti noti, il cui stato psichico era evidentemente alterato dall'alcol.


In cinque reagiscono, passando dalle offese verbali a quelle fisiche. Nonostante la mole del senegalese, il numero degli aggressori fa sì che venga trascinato per terra e colpito ripetutamente anche quando ormai è incosciente. Contro di lui sedie e calci anche al capo. I cinque si dirigono poi verso l'uscita con i caschi e apparentemente inconsapevoli della presenza di un circuito di videosorveglianza. La vittima è stata ricoverata per le ferite riportate e ricoverato con prognosi di quaranta giorni.


in foto: Un momento dell'aggressione: uno dei criminali tira calci alla testa del senegalese ormai incosciente
La polizia è riuscita a risalire all'identità degli aggressori, che sono tutti legati da rapporti di parentela (quattro fratelli e un cugino) e quattro dei quali con hanno precedenti penali. Nella mattinata del 15 ottobre gli agenti hanno notificato l'ordine di custodia cautelare emesso dal Gip presso il Tribunale di Roma:  D.R.A. di 48 anni, D.R.D. di 28, D.R.M. di 32, D.R.A. di 19 (unico incensurato) e S.D. di 22, quest’ultimo cugino dovranno rispondere di tentato omicidio in concorso, aggravato da futili motivi e con finalità di odio razziale.



continua su: http://roma.fanpage.it/sedie-e-calci-in-testa-vigilante-pestato-da-cinque-clienti/
http://roma.fanpage.it/
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Se non ricordo male una di quelle cinque stelle dei grillini era dedicata alla raccolta differenziata. O ricordo male?

http://www.unita.tv/focus/addio-al-sogno-m5s-dei-rifiuti-zero-muraro-non-so-dove-ma-a-roma-serve-una-discarica/
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Un bellissimo articolo pubblicato sul Foglio. Condivido parola per parola. Se in Italia troviamo ancora sindacalisti nullafacenti, politici della prima repubblica intervenire ancora per il NO vuol dire che questo paese vuole cacciare i giovani dal proprio futuro. I vecchi facciano i vecchi come in Germania, Olanda, Norvegia. Si facciano da parte lasciando ai giovani con quali parole vogliono parlare al futuro.

I trentenni hanno vissuto sulla propria pelle la più grave crisi dell’ultimo secolo e sarebbe un errore non cambiare nulla

Le ragioni del perché No sono conosciute e sono chiare e riguardano più il soggetto della riforma (Renzi) che l’oggetto della riforma (la Costituzione). Quelle del perché Sì sono meno evidenti, meno raccontate e per questo più interessanti. Cosa c’entra la generazione dei trenta-quarantenni con la riforma costituzionale? Girotondo fogliante 
di Piercamillo Falasca | 13 Ottobre 2016 ore 13:40
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Thomas Jefferson, uno dei padri costituenti degli Stati Uniti d’America, ebbe a dire che ogni generazione dovrebbe avere il diritto di scriversi la propria Costituzione, o quanto meno di modificarla, adeguando le istituzioni a un tempo diverso da quello in cui le regole furono pensate e forgiate. Se così non fosse, se le costituzioni fossero ferme e immutabili, vivremmo in un’asfissiante tirannia dei morti sui vivi. La classe politica che scrisse la Costituzione Italiana dopo la Seconda guerra mondiale aveva certamente la tempra di chi aveva vissuto i tornanti più terribili e pericolosi della storia, ma non era estranea ai condizionamenti del proprio presente. Non si fidavano gli uni degli altri e disegnarono un modello istituzionale (la seconda parte della Costituzione, quella sull’ordinamento della Repubblica) in cui tutti potessero comandare, ma nessuno decidere.

Finché ebbe la sensazione di poter vincere le elezioni, nel 1947, il leader del Pci Palmiro Togliatti si scagliò contro il bicameralismo e persino contro l’istituzione di un potere di garanzia come la Corte costituzionale. Pochi anni dopo, ormai svanita l’ipotesi di governare, si batté contro la cosiddetta “legge truffa” promossa da Alcide De Gasperi, che provava a dare una qualche forma maggioritaria al sistema elettorale. A parti invertite, i democristiani e i loro più piccoli alleati laici prima favorirono costituzionalmente la debolezza degli esecutivi e poi provarono con scarsi risultati a irrobustirli. Dopo 70 anni, noi siamo ancora intrappolati in quella stessa contingenza post bellica. E più passa il tempo e più essa diventa – appunto – tirannia dei morti sui vivi. Nei decenni trascorsi dopo l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, il sistema politico italiano scelse di non basarsi sulla forza delle istituzioni, che erano appunto debolissime, ma su due grandi forze extra istituzionali: la partitocrazia e il debito pubblico.

Quest’ultimo, in particolare, ha permesso una lunga pax sociale e politica a scapito delle generazioni future (cioè noi), secondo un modello che il professor Antonio Martino definì “democrazia acquisitiva”: il consenso comprato a botte di spesa pubblica. Ma falliti i partiti tradizionali e divenuto impraticabile il ricorso sistematico a ulteriore debito (il default è sempre dietro l’angolo), il sistema istituzionale italiano ci offre ormai la sua drammatica incapacità, di tanto in tanto rintuzzata dall’intervento di qualche forza “supplente”: i governi tecnici di ispirazione internazionale, la Banca centrale europea, la Corte costituzionale, i tribunali. Per quanto ancora possiamo proseguire così? Chi scrive fa parte di quella famigerata “classe 1980” che – secondo i calcoli del presidente dell’Inps Tito Boeri – andrà in pensione a 75 anni, se mai ci andrà. I trentenni di oggi hanno già vissuto sulla propria pelle la più grave crisi economica dell’ultimo secolo, sperimentando una caduta del pil superiore a quella della Seconda guerra mondiale.

Scegliendo il Sì alla riforma costituzionale, noi non affermeremmo l’adesione al progetto di Matteo Renzi o della nostra coetanea Maria Elena Boschi, ma rivendicheremmo il nostro diritto a quell’autodeterminazione generazionale di cui parlava Jefferson. Perché cambiare oggi la Costituzione, segnare nel diario della storia la data del 4 dicembre 2016, significa appropriarci finalmente di questa Repubblica e determinare i percorsi futuri, non subirli come fossimo dei “vinti” verghiani. Noi non abbiamo un fascismo alle spalle da cui fuggire, ma un fascismo alle porte da scacciare.

Piercamillo Falasca è direttore editoriale di Strade, classe 1980

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venerdì 14 ottobre 2016

Ma quante bugie raccontano questi grillini.

Morani , Grillo sapeva di firme false

Oltre a Di Maio anche leader M5s informato della contraffazione

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Redazione ANSAROMA
14 ottobre 201612:56NEWS
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  • Luigi Di Maio
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(ANSA) - ROMA, 14 OTT - "L'inquietante vicenda delle firme false del M5s per la presentazione della lista alle elezioni comunali del 2012 a Palermo si arricchisce di nuovi elementi.
    Oltre Luigi Di Maio, ancora una volta in difficoltà nella lettura delle mail, era stato informato delle circa duemila contraffazioni lo stesso Beppe Grillo. A rivelarlo - intervistato dal quotidiano 'La Stampa' - è il testimone oculare della falsificazione, il professor Vincenzo Pintagro. Al capo comico lo avrebbe riferito a Genova il titolare del locale dove si è materialmente compiuto il misfatto, Luigi Scarpello, un noto attivista grillino palermitano. Altro che M5s parte lesa, dunque". Così la vicepresidente del Gruppo Pd alla Camera, Alessia Morani.
   
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Le firme false dei grillini di Palermo, un’altra mail mette nei guai Di Maio

L’attivista della denuncia: “Anche Grillo era stato informato”
LAPRESSE
In passato era accaduto con la mail inviatagli da Paola Taverna che avvisava delle indagini sull’assessora Paola Muraro

14/10/2016
ILARIO LOMBARDO
ROMA
C’è un’altra mail che Luigi Di Maio non ha letto o ha sottovalutato, dopo quella firmata Paola Taverna che lo avvisava delle indagini a carico dell’assessora di Roma Paola Muraro e che ha scatenato un putiferio concluso con le sue pubbliche scuse. È una mail anonima che lo informava della falsificazione di duemila firme avvenuta nel 2012, a Palermo, prima delle elezioni comunali. Per capire quanto i vertici del M5S sapessero di questa storia che vede sul banco dei sospettati deputati pentastellati e racconta di un’ulteriore faida tra i grillini, bisogna ricostruire la vicenda dalla fine e guardare con attenzione alle date.  

È la trasmissione Le Iene, il 3 ottobre, a tornare su una vicenda che sembrava aver avuto il suo epilogo quattro anni fa con l’archiviazione di una prima inchiesta. Gli autori hanno ricevuto dallo stesso anonimo che lo scorso luglio dice di aver mandato la documentazione a Di Maio, responsabile enti locali per il M5S, fogli contenenti le firme vere raccolte nel 2012 per la presentazione delle liste. Ma se quelle vere sono in circolazione, cosa è stato consegnato agli uffici elettorali del Comune di Palermo? Le Iene lo rivelano nella puntata successiva del 9 ottobre: sono fogli che secondo due esperti grafologi contengono duemila firme false.  
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Di Maio incontra un autore del Le Iene il 26 settembre in un locale di Testaccio. Sembra cadere dalle nuvole. Ma solo il 3 ottobre, dopo il servizio tv, ammette in un comunicato di aver fatto cercare la mail e di averla effettivamente ricevuta «il 12 settembre all’indirizzo della mia segreteria». Email poi inoltrata ai carabinieri. Il 10 ottobre la procura di Palermo riapre l’inchiesta e Beppe Grillo dal suo blog ringrazia «Le Iene e le persone che hanno denunciato il fatto» definendo il M5S «parte lesa». Peccato però che contemporaneamente uno dei deputati coinvolti, Claudia Mannino, tra l’altro segretaria dell’ufficio di presidenza della Camera, abbia annunciato querela verso i denuncianti. Tra di loro c’è il professor Vincenzo Pintagro che a Le Iene ha raccontato di essere stato testimone oculare della falsificazione a opera della Mannino e Samanta Busalacchi, altra attivista oggi tra i candidati a sindaco di Palermo.  

«C’erano loro due all’ingresso - spiega a La Stampa - mentre nella sala interna c’erano Francesco Lupo e Riccardo Ricciardi, fratello e marito della deputata Loredana Lupo». «Una parentopoli che denuncio da tempo» continua Pintagro. Sono i big del M5S locale e fanno riferimento a Riccardo Nuti, ex capogruppo alla Camera, ex candidato sindaco nel 2012 con lo pseudonimo accalappia-voti «Il Grillo». Dopo la querela, gli altri deputati, da Di Maio in giù, hanno detto di «fidarsi di loro». Mentre nessuno ha telefonato a Pintagro, né Di Maio né Grillo. Anche se pare che il comico, su tutte le furie, abbia fatto in modo di congelare le «comunarie» di Palermo. C’è, però, un altro particolare che racconta Pintagro: «Grillo sapeva. Era stato informato durante una cena a Genova con i cento migliori attivisti. Glielo disse Luigi Scarpello, proprietario del locale in cui falsificarono le firme». E cosa fece? «Allargò le braccia. Lo capisco pure: gli rompevano le palle da tutta Italia ».  

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economia-del-si-referendum

L’ECONOMIA DEL SÌ, UN SAGGIO PER SPIEGARE I VANTAGGI CONCRETI DEL NUOVO TITOLO V

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Riportiamo qui l’introduzione del saggio “L’Economia del Sì, l’impatto del nuovo titolo V sulle politiche economiche e sociali“, a cura di Irene Tinagli. Il documento, con contributi di Carlo Dell’Aringa, Giampaolo Galli, Paolo Gandolfi, Flavia Piccoli Nardelli, Chicco Testa, Ivan Scalfarotto e Stefano Quintarelli, si occupa di mettere in luce i vantaggi economici che si avranno con la riforma del Titolo V.
Si parla molto dei risparmi che deriveranno dall’abolizione del Senato, dalla cancellazione definitiva delle province e del Cnel, stimati attorno ai 500 milioni di euro.
Ma la Riforma non tocca solo i costi della politica. Tocca aspetti molto profondi delle nostre politiche economiche e sociali, e da questo punto di vista vale molto, molto di più di 500 milioni. 
Quanto vale poter fare opere strategiche che possono essere completate in tempi brevi anzichè impantanarsi in ricorsi che durano anche 20 anni?
Quanto vale poter riorganizzare i nostri porti e aereoporti secondo criteri di competività nazionale anzichè di spartizione e propaganda politica locale?
Quanto vale poter eliminare le decine di uffici di rappresentanza che le regioni hanno all’estero? E poter coordinare gli sforzi di fiere e missioni facendo magari pochi eventi fatti bene anzichè decine di micro eventi regionali o provinciali?
Quanto vale poter coordinare l’erogazione dei sussidi di disoccupazione con delle vere attività di formazione e ricerca di lavoro? O poter coordinare (e controllare) le attività di formazione attorno a profili professionali unici che non cambino da regione a regione?
Queste sono solo alcune delle domande che dovremmo porci quando pensiamo alle ricadute economiche della Riforma Costituzionale approvata dal Parlamento e adesso sottoposta a Referendum. E riguardano una parte di Riforma che è stata poco o per nulla raccontata e spiegata ai cittadini: la parte che modifica il Titolo V, ovvero i rapporti tra Stato e Regioni.
Una sezione già modificata nel 2001 in senso più regionalista rispetto al testo originario, per dare spazio alle idee federaliste che nel corso degli anni Novanta erano molto in voga nel dibattito politico italiano.
La Riforma del 2001, pur essendo ispirata da buone intenzioni (avvicinare le istituzioni ai cittadini dando maggiore autonomia ai territori), ha aperto però la strada a molti problemi: la sovrapposizione di ruoli tra Stato e Regioni ha di fatto alimentato confusione e un crescente contenzioso tra Stato e Regioni, per non parlare di duplicazioni, mancanza di coordinamento, aumento degli sprechi (basta ricordare come siano proliferati Enti ed Agenzie regionali per corprire tutte le nuove funzioni: turismo, commercio estero, attrazione degli investimenti e moltissime altre, per non parlare delle decine di mini- ambasciate regionali all’estero – nel 2010 ne furono contate 178).
I dati sul contenzioso sono la testimonianza più concreta delle disfuzioni della Riforma del 2001 e della necessità di metterci mano. Dal 2000 al 2015 l’incidenza dei giudizi della Corte Costituzionale legati al conflitto Stato Regioni è aumentata di otto volte. Se nel 2000 questa pesava per il 5% sulle pronunce della Corte, nel 2015 il peso superava il 40% (dopo aver raggiunto negli anni precedenti picchi del 47%).
Questo significa che negli ultimi anni quasi la metà dell’attività della Corte Costituzionale è stata intasata dai ricorsi di Stato o Regioni che si facevano la guerra per rivendicare questa o quella competenza. Ricorsi che spesso hanno richiesto anni prima di giungere ad una sentenza, mentre nel frattempo tutti i soggetti chiamati in causa – investitori, enti e privati cittadini – rimanevano nell’incertezza sulla costituzionalità e quindi sull’applicabilità di alcune norme.
Questo contenzioso non solo ha bloccato opere importanti, rallentando processi di ammodernamento, causando aumenti dei costi sia delle infrastrutture che dei servizi, ma in molti casi ha impedito o indebolito l’adozione di politiche nazionali in materie importanti come il turismo, il commercio estero, i servizi per l’impiego, le politiche sociali, le politiche del lavoro e la formazione professionale.
Nei vari capitoli di questo documento si affrontano uno per uno i temi principali e con maggiore impatto sulle politiche economiche toccati dalla Riforma, con partticolare attenzione al nuovo articolo 117 che ridefinisce le competenze di Stato e Regioni, portando esempi concreti e spiegando che cosa cambierà (e cosa no) e quali siano i miglioramenti attesi.
La speranza è dare elementi per capire a fondo una Riforma attesa da decenni, e votata dal Parlamento dopo sei letture, migliaia di emendamenti e un lunghissimo dibattito parlamentare e mediatico. Dibattito che, purtroppo, ha escluso alcuni degli argomenti più importanti e con maggior impatto nell’economia e nella vita del Paese.
Buon approfondimento!
Irene Tinagli

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La svolta di Muraro: «Serve una nuova discarica, sbagliato chiudere Malagrotta». Poi il chiarimento

CRONACA, INTERNI - 
14/10/2016 ore 08:31 - Aggiornato il 14/10/2016 ore 08:32
di Redazione
paola muraro
18
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Pioggia di critiche per l'assessore all'Ambiente del Campidoglio

La chiusura della discarica di Malagrotta fu una «scelta miope». Sbagliata. Le ultime dichiarazioni pubbliche di Paola Muraro hanno innescato una nuova ondata di critiche nei confronti della giunta M5S guidata da Virginia Raggi.

PAOLA MURARO: «SERVE DISCARICA DI SERVIZIO, ERRORE CHIUDERE MALAGROTTA»

L’assessore all’Ambiente del Campidoglio ieri ha parlato di necessità di apertura di una nuova discarica «di servizio», un’«ulteriore discarica per la chiusura del ciclo dei rifiuti», definendo «scelta miope» quella di chiudere Malagrotta. Poi è arrivato un chiarimento: «Non ho alcuna intenzione di riaprirla». Racconta Muro Favale su Repubblica:
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La Regione Lazio aveva messo fretta al Campidoglio, chiedendo di individuare il sito entro il 30 settembre. La scelta, però, appare in alto mare: «Ci chiedono dove ma per capire dove deve essere collocata dobbiamo capire la volumetria», dice ancora l’assessora. Per farlo serve «verificare a che punto è la raccolta differenziata ». L’Ama (a cui, dopo le dimissioni di Alessandro Solidoro, manca ancora un amministratore unico, sollecitato ieri anche dalla Cgil) sta portando avanti un monitoraggio che, sostiene la Muraro, «è arrivato alla conclusione».
Solo a quel punto potrebbe arrivare anche l’indicazione della nuova discarica. Che non sarà Malagrotta, nonostante una dichiarazione dell’assessora all’Ambiente, ieri mattina, abbia sollevato una bufera politica. «Abbiamo un problema di smaltimento e raccolta rifiuti stiamo affrontando le conseguenze di una scelta miope dovuta alla chiusura di Malagrotta». Frasi pronunciate dalla Muraro nel suo intervento al forum Compraverde Buygreen 2016, davanti al ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti.

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LEGGI ANCHE: Paola Muraro verso la richiesta di rinvio a giudizio


Dopo le parole della Muraro sono arrivate reazioni sia da centrodestra che centrosinistra. Fino ad una nuova dichiarazione:
«Non ho alcuna intenzione di riaprire Malagrotta. Doveva essere chiusa già nel 2008, ma ciò è avvenuto solo nel 2013 a causa di continue proroghe. E successivamente la politica non è mai riuscita a trovare un’alternativa, perché ha sempre preferito perseguire gli obiettivi di Cerroni».

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    http://youtu.be/FnQ8fNEem_w

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SOLDATO BLU

Francesco Rubiconto
5 febbraio 2013 · Pavia ·

Berlusconi ha già parlato con la Svizzera. Ha già parlato con Obama. Ha già parlato con Putin. Aveva parlato anche con Gheddafi. Ma quanto parla. Proprio come Grillo. Ma cosa ha fatto questo paese per meritarci personaggi così?

NOVAJA GAZETA

mercoledì 8 febbraio 2017

La cosa più straordinario del mio amato paese è che i radical chic, quelli di sinistra di sinistra di sinistra che più sinistra non si può (Minoranza PD, Sinistra Italiana, Sindacalisti nullafacenti, Studenti medi che criticano Renzi ma non dicono niente sulla pensione del segretario della UIL, scrittori di giornali scolastici filo minoranza PD che scrivono contro Renzi ma non dicono mai quanto guadagna l'attuale segretaria della CISL al mese, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, ecc. ecc.) riescono ad essere contro Trump e contemporaneamente contro Renzi che ha messo in atto una politica sociale ed economica completamente opposta rispetto a Trump. In Italia questi grandi intellettuali provinciali fanno esercizio di retorica abituati ad un popolo bue. Se si spostassero leggermente più a nord dell'Europa in direzione ovest i loro articoli farebbero ridere anche i portalettere ( che ormai in alcuni paesi del nord Europa non esistono più). Viva l'Italia degli intellettuali radical chic che ogni tre parole citano un autore di un libro che non hanno mai letto.

Che fare

Basta con questa storia dei docenti deportati. Ho fatto le mie prime supplenze a Urago d'Oglio e Pontoglio nel Bresciano. Esperienza indimenticabile. I bresciani sono innovatori e accoglienti. Una domanda fatta alla Preside. A Pavia nelle scuole private prendevano solo i raccomandati. A Brescia vivevo in una casa di riposo perché non era possibile affittare niente. Costava poco e con sei ore di supplenza occorreva ogni mese "mettere soldi" nel bilancio. Quale albergo potevi affittare con uno stipendio di sei ore alla settimana. Lo stipendio veniva pagato quando arrivava dal Ministero dell'Istruzione qualche lira. Secondo anno di insegnamento a Peschiera sul Garda. Guadagnavo quello che spendevo. Ovviamente mi trovavo lì perché a Pavia i posti in concorso era 20 ed a a Verona 130. Non ho mai avuto raccomandazioni da nessuno quindi statisticamente era meglio allontanarmi da casa sperando di vincere il concorso. Vinco il concorso senza raccomandazioni e vado un anno fuori tornando a casa il sabato pomeriggio (non avevo chiesto neanche il giorno libero). Con mia moglie incinta ovviamente. Da sola. Rientrato in provincia di Pavia con un trasferimento e senza raccomandazione, ogni mattino, andavo da un capo all'altro della Provincia di Pavia. Da Stradella a Cassolnovo. Con la mia 127 che partiva solo a spinta. E infatti lasciavo l'auto sempre nella parte alta di Stradella. Con una figlia piccola e mia moglie che viaggiava come me siamo andati avanti senza lamentarci con nessuno e senza mobilitare il sindacato fatto di nullafacenti che difendono quelli che già hanno tutti i diritti del mondo. Questa è solo una brevissima sintesi delle vicissitudini che hanno vissuto centinaia di migliaia di " terroni autentici" come me.
Ed io devo sentirmi le lagne di chi riceve un posto fisso senza aver sostenuto alcun concorso e dopo aver fatto anni di precariato? Io devo sentire le lamentele di persone che hanno fatto supplenza nelle scuole privata (raccomandate, raccomandate, raccomandate) fino ad accumulare punteggio per la scuola pubblica e adesso piangono perché Renzi ha dato un posto fisso e devono lasciare la famiglia per, magari, due anni? Io la famiglia l'ho lasciata trenta anni fa per trovare lavoro al nord senza chiedere niente a nessuno. A questi docenti ed ai sindacalisti che per fare tessere e mantenere i permessi sindacali dico:"Andate a quel paese". Io non ho bisogno né di tessere sindacali né di farmi eleggere in Parlamento. Ma andate veramente a quel paese con tutto il cuore.
Tutto questo mentre ci sono giovani che vanno all'estero e persone in cassa integrazione e famiglie senza lavoro. Una vergogna che solo i sindacati nullafacenti possono accettare. Sindacati che hanno distrutto l'Italia più di tutti i governi di destra che si sono succeduti negli ultimi dieci anni.
Insiemi a Ministri che hanno fatto carriera nei partiti grazie al sindacato e che dichiarano di avere la laurea anche se non l'hanno mai presa. Viva l'Italia della mediocrità.

VIENI AVANTI CRETINO.........

Salvini accusa Renzi di stalinismo poiché da quest'anno lo Stato prenderà i soldi anche dai conti correnti ,in caso di ritardo nel pagamento delle multe .
Ma si dimentica una cosa ,il prelievo dai conti correnti di cui parla Salvini,è stato introdotto nel 2005 dalla Lega e Berlusconi .
Cose che Salvini e Silvio dimenticano.

FORTAPASC

I discorso più bello del mondo. Dedicato a quel magistrato chiamato a fare il capo gabinetto di Raggi/Previti.


https://youtu.be/3SxkMKTn7aQ

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