mercoledì 25 giugno 2014

Un problema vero quello della criminalità organizzata. Come lo risolvono i grillini? Ma certo con il reddito di cittadinanza.

MAFIA

Libera Puglia, incendiato un campo di grano
"Ma le intimidazioni non ci fermeranno"

Un appezzamento bruciato. Non è la prima volta. Ma non per questo la cooperativa si è arresa. Succede a Brindisi. Sui territori confiscati al boss di Turatano Salvatore Buccarella. Dopo la denuncia, la risposta a "l'Espresso" del presidente: "Continueremo a coltivare. Per ridare speranza alla gente"

DI FRANCESCA SIRONI
Libera Puglia, incendiato un campo di grano 
Ma le intimidazioni non ci fermeranno
Ieri sera la telefonata dei vigili del fuoco di Brindisi. È stato bruciato un campo di grano. Non un campo qualunque, ma un appezzamento confiscato al boss di Turatano Salvatore Buccarella. E affidato l'anno scorso alla cooperativa " Terre di Puglia - Libera Terra ", che dal 2005 (formalmente dal 2008) coltiva terreni e vigneti sottratti alla mafia. «Non è la prima volta che capita», racconta a "l'Espresso" Alessandro Leo, presidente della cooperativa pugliese che coltiva i fondi un tempo in mano alle cosche: «Noi abbiamo sporto subito denuncia. Speriamo che gli accertamenti portino a trovare i colpevoli, anche se per ora l'origine dolosa dell'incendio non è sicura al cento per cento. Una cosa è certa: non ci fermeremo». «Si tratta evidentemente di un atto intimidatorio di tipo mafioso», ha scritto il coordinatore nazionale di "Avviso Pubblico" Gabriele Santoni: «Episodi di questo tipo dimostrano che le mafie, ricorrendo a gesti violenti, temono l'azione di legalità e di cittadinanza e si sentono attaccate e impoverite».

La prima semina antimafia di Terre di Puglia è dell'ottobre del 2007, a Mesagne, in provincia di Brindisi. Da lì sono nati i primi "tarallini". Poi sono arrivati il vino, i pomodori, i prodotti biologici: «La nostra sfida è creare impresa e occupazione», racconta Leo. Non sempre riesce: come hanno dimostrato numerose inchieste, le imprese confiscate restano spesso isolate, escluse dal mercato, non riescono a ripartire. «È un percorso lento, che ha bisogno di investimenti non sempre possibili», spiega Leo, 37 anni, ne aveva 28 quando ha iniziato a lavorare per cambiare il futuro della sua terra: «Abbiamo ottenuto ad esempio 30 ettari di vigneto che erano di un boss. Abbandonati. Solo per riconvertirli ci abbiamo messo sei anni. Ora ne rimangono solo sei da sistemare».

Nonostante le difficoltà economiche e le intimidazioni, i risultati ci sono, dice: «Chiari a tutti: a partire dalle 20 persone a cui diamo lavoro stabilmente, di cui alcuni sono ragazzi svantaggiati», continua il presidente della cooperativa: «Fino ai nostri prodotti che arrivano sugli scaffali e vengono comprati». Il campo bruciato, che conseguenze avrà? «Nessuna», conferma: «Ci ricorda il senso di quello che facciamo. La paura che mette alla Sacra Corona Unita e ai suoi affiliati la nostra possibilità di aver successo». Un successo che non è solo economico, conclude: «Ma è anche la possibilità di sperimentare concretamente un'idea diversa di libertà e di democrazia».

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