martedì 19 agosto 2014

Ladroni in casa nostra scrissero i militanti della Lega Nord dopo gli scandali che videro coinvolti esponenti di primo piano compreso Bossi e figli.

Bossi senza soldi, ma pure la Lega Nord è al verde

Il Senatùr rassicura Salvini: «Nessuna denuncia». Ma le casse di Gemonio e di Bellerio piangono
Salvini e Bossi durante le primarie della Lega Nord
 
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Piange il portafoglio in casa di Umberto Bossi a Gemonio, tra la scuola Bosina della moglie Manuela Marrone a rischio chiusura e l’azienda agricola dei figli in alto mare. Ma piangono pure le casse della Lega Nord dopo le ultime campagne elettorali, le spese processuali per gli scandali legati all’ex tesoriere Francesco Belsito e le nuove regole per il finanziamento pubblico ai partiti. Per farsi un’idea basta leggere l’ultimo bilancio del movimento. Si tratta del capitolo finale di una storia senza fine l’ultima querelle tra il Carroccio e il padre fondatore, con l’avvocato Matteo Brigandì che minaccia di portare in tribunale il nuovo segretario federale Matteo Salvini per risarcimento danni dopo che gli accordi del febbraio scorso sul vitalizio di 400mila euro per il Capo non sono stati rispettati. In realtà pare che l’atto di giudizio non sia stato ancora depositato. Lo stesso avvocato messinese lo confermato al quotidiano online Affaritaliani: «Non c’è nessuna denuncia». Probabile che qualcuno nel circolo bossiano abbia voluto un po’ smuovere le acque. Lo stesso Salvini avrebbe ricevuto da Bossi via telefono rassicurazioni sulla vicenda.
Eppure la notizia data da Repubblica il 18 agosto riporta la guerra dentro la Lega Nord, con lontani ricordi di cerchio magico, barbari sognanti e bande organizzate in Padania. Ma questa volta lo scontro è generale. «Sono tutti incazzati», per dirla con un eufemismo di un massimo dirigente di via Bellerio. Salvini è furioso. E su Facebook lo ha scritto subito, minacciando pure querele, dopo aver letto la notizia: «CAZZATE!». A caratteri cubitali. Ma il problema c’è. Lo stesso Bossi, beccato dai cronisti fuori da casa a Gemonio, ha cercato di minimizzare, scaricando in parte la responsabilità della decisione di andare alle carte bollate sull’avvocato Brigandì, in attesa anche lui di circa 6 milioni di euro di parcella. E tra i salviniani di ferro c’è chi avrebbe consigliato a Matteo di scaricare il Senatùr con tutto il suo codazzo. «Qui non ci sono più soldi, non possiamo mantenere altra gente se non riusciamo a sopravvivere noi», tuona un alto dirigente. 
Matteo Salvini

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Il problema è che tra famiglia Bossi e Carroccio non c’è più un euro in cassa. C’è chi dice che a pesare siano ancora le spese per eleggere Roberto Maroni a governatore della regione Lombardia nel 2013, quando furono spesi quasi 7 milioni di euro. Non solo. A questo si aggiunge la parcella per l’avvocato Domenico Aiello - fidatissimo di Bobo - quello che sta curando legalmente il Carroccio e lo stesso Maroni nei processi partiti in questi anni. Qui la spesa è, secondo bilancio 2013, di 3milioni e 100 mila euro, nel 2012 era stata di 512mila. A questo si aggiungono le spese per le europee e le amministrative di quest’anno, anche qui quasi 6 milioni di euro. Nel vortice di «sfortune» c’è pure l’addio anticipato di Roberto Cota dalla regione Piemonte, dopo lo scandalo dei rimborsi e soprattutto l’annullamento delle elezioni 2010 per lo scandalo delle firme false. 
È il pasticcio dei pasticci. Già a giugno il tesoriere Stefano Stefani aveva spiegato che in cassa erano rimasti appena 22 milioni di euro, quanto bastava «per far sopravvivere il movimento ancora due anni». In uno degli ultimi consigli federali è stato persino modificato lo statuto per ottenere contributi volontari, ma il piatto continua a piangere. La Lega, anche grazie all’aiuto della mente economica Giancarlo Giorgetti, ha in questi anni cercato di tagliare il tagliabile. Ha ridotto i collaboratori e le spese per i media, tanto che a giugno ha chiuso la storica emittente televisiva Telepadania. A questo si aggiunga che le tradizionali feste sono state ridotte, quest’anno in giro per l’Italia se ne contano davvero poche. E a rischio c’è pure il tradizionale raduno dei Popoli Padani a settembre a Venezia. Anche se c’è chi assicura che si farà.  

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In questa situazione da lacrime e sangue s’interseca poi la situazione della famiglia Bossi. La scuola Bosina, che negli anni ha beneficiato di svariati milioni di euro di finanziamento pubblico, a luglio ha rischiato di chiudere. Ha tagliato il personale e riparte a settembre: è in attesa di un nuovo socio per rilanciarla. I figli di Bossi, dopo i fasti degli scorsi anni tra auto sportive e serate in discoteca, ora si ritrovano rinviati a giudizio per appropriazione indebita a Milano, nel processo sui fondi della Lega Nord in mano ai pm Alfredo Robledo, Roberto Pellicano e Paolo Filippini. Nello stesso processo l’ex leader leghista è accusato di truffa aggravata per quasi 40 milioni di euro, tentata truffa e appropriazione indebita per 208mila euro.

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A Renzo il Trota i magistrati contestano «145.000 euro in 20 spese, per 12 multe, due cartelle esattoriali, l’assicurazione dell’auto, e l’acquisto (77.000 euro) del titolo di laurea albanese presso l’Università Kristal di Tirana». A Riccardo, il primogenito nato dalla prima moglie, sono contestati 157.000 euro in 48 pagamenti, fra l’altro per 23 multe, 5 riparazioni d’auto in carrozzeria, persino l’abbonamento a Sky, le spese del veterinario, rate dell’Università dell’Insubria, canoni d’affitto di casa, spese di mantenimento della moglie e debiti personali. L’azienda agricola Tera Nostra dei figli di Manuela Marrone, Roberto e Renzo, non sembra ancora decollare. Il Trota è riuscito ad ottenere 55mila euro di indennità come consigliere regionale a fine luglio, prima dell’arrivo dei tagli nel consiglio regionale lombardo. In sostanza si vive appesi alla baby pensione da insegnante della mamma e a quella che Bossi ha accumulato come parlamentare della Repubblica. E su questo punto c’è chi ricorda che l’Umberto nel 2013 «non ha sganciato un euro» come contributo volontario. Lo si può vedere nel bilancio tra i parlamentari e senatori che hanno contribuito e chi no. Il nome Bossi non c’è.

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