sabato 23 agosto 2014

Hanno cambiato ancora idea. Immagino a seguito di consultazione dei cittadini. O solo perché Grillo si è svegliato male?

M5s abbandona definitivamente la via del dialogo con il Pd e risale sulle barricate con la benedizione di Grillo e Casaleggio

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È durata poco più di due mesi la stagione della mano tesa del Movimento 5 stelle. Formalmente, si è chiusa là dove era iniziata. Lo scorso 12 giugno una delegazione grillina aveva fatto il suo ingresso nell’ufficio del ministro della Giustizia Andrea Orlando. Ne era uscito non con i soliti strali, ma con un’apertura sostanziale al governo: “Siamo disponibili a scrivere insieme una legge sull’anticorruzione”.
Invitati dallo stesso ministro con il quale avevano inaugurato il dialogo con il governo,qualche giorno fa hanno risposto no grazie: “Da lui scortesia e inconcludenza, non ci parliamo”. Una liaison che finisce plasticamente nello stesso luogo dove aveva mosso i primi passi.
Nel mezzo una faticosa trattativa messa in piedi con Matteo Renzi e con il Partito democratico su legge elettorale e riforme costituzionali. Un tira e molla costante, fatto di accelerazioni e frenate senza soluzione di continuità. Del ruolo avuto da Luigi Di Maio nel tentare la via dello “scongelamento” auspicata già un anno fa dall’allora premier Enrico Letta, si è molto scritto. Una linea, quella del vicepresidente della Camera, mai digerita da Beppe Grillo.
L’ex comico ha morso il freno, ha dovuto rettificare post al vetriolo partoriti quando ancora per l’enfant prodige del grillismo le porte non si erano chiuse, si è reso protagonista di una due giorni romana in sottotono, intrappolato tra la sua voglia di rovesciare il tavolo e la necessità di dare credito alle mosse del suo deputato.
In mezzo, Gianroberto Casaleggio e gli uomini dl suo staff, che, pur non convinti fino in fondo, hanno dato credito alla tesi di Di Maio: “Pensavamo di rovesciare il governo alle elezioni europee, non ci siamo riusciti. Se non proviamo a parlarci siamo destinati all’irrilevanza”.
Il segnale della svolta è arrivato mercoledì sera. Lo staff di milanese, in una girandola di telefonate, ha fortemente sconsigliato i parlamentari 5 stelle di accettare l’invito di Orlando. Circostanza confermata dal senatore Maurizio Buccarella: “È vero, c'è stata una consultazione ieri fra di noi parlamentari e lo staff, che ha caldeggiato questa soluzione perché c'era anche chi era disponibile ad andare”.
Segno che la tendenza si è definitivamente invertita. Se è vero che per molti versi il M5s si è adattato alle liturgie del Palazzo, rimane il fatto che, nei modi e nelle forme della sua azione, ha mantenuto sostanzialmente un’identità pre-politica, refrattaria agli schemi del bizantinismo parlamentare. Lo stesso vicepresidente della Camera è sembrato accorgersene, quando, nel corso dei due incontri con il Pd, ha provato a forzare la mano, dando per scontata un’intesa comune su un testo che superasse l’Italicum.
Le truppe stellate sono incapaci (a torto o a ragione) di metabolizzare trattative lunghe mesi, connotate dal tatticismo di aperture e chiusure strumentali, di dichiarazioni e controdichiarazioni. Per andare avanti sulla strada intrapresa, a Di Maio sarebbe occorso portare a casa un risultato in brevissimo tempo. Cosa che non è successa.
Una sua sconfitta, in parte, presto metabolizzata. Il ventisettenne di Pomigliano d’Arco ha tentato di portare avanti la sua linea, ma sa benissimo che se vuole conservare il ruolo da primus inter pares che si è ritagliato nelle ultime settimane non può permettersi di andare apertamente in direzione ostinata e contraria rispetto ai due leader. Così ha fatto buon viso a cattivo gioco, e ha chiuso per primo, in tempi non sospetti, la porta a ulteriori sviluppi: “Ci abbiamo riflettuto tanto – ha scritto lo scorso 9 agosto - Ma dopo che il PD ha detto no all'eliminazione dell'immunità parlamentare, alla riduzione del numero di Deputati e dei loro stipendi, per quanto mi riguarda non sono più disposto a sedermi a quel tavolo”.
Un ritorno al passato, nel quale la parentesi di mezz’estate rischia di rivelarsi episodica. “È un contesto nel quale la polemica sulle parole di Di Battista fanno gioco – spiega un parlamentare stellato a prezzo dell’anonimato – Perché consentono, vuoi o non vuoi, a Grillo di tornare a interpretare il ruolo di grande oppositore senza se e senza ma dovendo respingere e contrattaccare alle accuse di Renzi e della maggioranza. Che è la sola cosa che li riesce veramente bene”. Di Maio ha tagliato corto: "Credo che di questa polemica agli italiani freghi poco. Su questo abbiamo detto già abbastanza: la nostra posizione ufficiale è contenuta nella risoluzione depositata in parlamento".
Insomma, quando si ritornerà sui banchi del Parlamento, a inizio settembre, il copione tornerà a essere quello di sempre. “Ricominceremo a salire sulle barricate – chiosa l’onorevole M5s – e gli elmetti che volevamo mandare ai curdi ce li metteremo in testa noi”.
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