sabato 1 novembre 2014

Facile fare il sindacalista così. Quando mancano i soldi si chiede allo stato. Ed io che non mi sento rappresentato da Cgil, Cisl e Uil devo subire le loro decisioni pagando ancora più tasse. Ma perché non eliminano i loro distacchi e ritornano a lavorare come fanno tutti gli italiani.

SCENARIO 

Acciaierie, Landini e i soldi pubblici sprecati

Un settore in crisi. Che in Italia ha preso centinaia di milioni dallo Stato. E solo nel 2013 ha perso 4,3 mld. Ora il leader Fiom torna a chiedere sostegno...More Sharing Services

Solo i soldi pubblici salveranno la siderurgia. Parola di Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil che invoca l’aiuto pubblico per ThyssenKrupp di Terni, l’Ilva di Taranto, l’ex Lucchini di Piombino. «Lo Stato deve fare la sua parte» ha dichiarato.
UNA CRISI STRUTTURALE. La crisi dell’acciaio è strutturale, l’offerta in Europa è del 30% superiore alla domanda, i prezzi sono in costante calo, i costi di produzione sono troppo alti e le multinazionali hanno già da tempo iniziato a delocalizzare gli impianti.
Economicamente questa strategia paga.
DELOCALIZZARE PER SOPRAVVIVERE. La ArcelorMittal, il più grande produttore mondiale di acciaio ha progressivamente chiuso i suoi stabilimenti in Francia e in Belgio. Lo scorso agosto ha annunciato un profitto nel secondo trimestre di 52 milioni di dollari. Un balzo in avanti se paragonato ai 780 milioni di dollari di rosso dello stesso periodo del 2013. Il colosso industriale ha speso 1,4 miliardi di dollari in ristrutturazioni dall’inizio della crisi, chiudendo gran parte degli stabilimenti europei. Lo scorso giugno ha inaugurato un nuovo centro di produzione di ultima generazione in Cina attraverso una joint eventure, la Valin ArcelorMittal Automotive Steel Co, con un investimento da 832 milioni di dollari. Produrre in Europa non è più conveniente.
In questo quadro è difficile vedere un futuro roseo per l’acciaio italiano.
PRODUZIONE EUROPEA IN AFFANNO. Secondo i dati di Federacciai dall’inizio della crisi si sono persi già migliaia di posti i di lavoro, oltre 3.300 unità. Nel solo 2013 sono scese del 5,6% le ore lavorate e sono cresciute del 70% le ore di cassa integrazione. «Prevediamo che la domanda europea, seppur in miglioramento rispetto a quella attuale, resterà modesta nei prossimi cinque anni e porterà a una riduzione di capacità produttiva in Europa quantificabile in 15 o 20 milioni di tonnellate, tramite la chiusura di impianti», ha detto Mario Caldonazzo, amministratore delegato del gruppo Finarvedi, nel corso di un convegno dello scorso 24 ottobre.  «La curva dei costi medi di produzione», ha spiegato, «pone i prodotti europei a costi base compresi tra i 500 e i 600 dollari la tonnellata. Il tutto a fronte di importazioni anche a 370 dollari la tonnellata».
NEL 2013 PERDITE PER 4,3 MILIARDI. La soluzione potrebbe essere l’innovazione degli impianti, difficile da realizzare in questa situazione. «Il basso livello di redditività industriale è un problema globale», ha detto Gianfranco Tosini, responsabile dell’Ufficio Studi Siderweb. «L’Ebit medio (reddito operativo aziendale) sui ricavi per i primi 50 gruppi mondiali è del 4%, un livello insufficiente a garantire gli investimenti futuri. Per l’Europa, addirittura, siamo allo 0,7% e a perdite cumulate nel 2013 per 4,3 miliardi di euro. Un risultato critico».

Ilva, una fornace che ha bruciato 30 mila miliardi (di lire) di soldi pubblici

In Italia l’acciaio per lungo tempo e per larga parte è stato industria di Stato. Nel 1937 l’Istituto per la Ricostruzione industriale - l'Iri - diventò ente permanente e nacque la Finsider che controllava le Acciaierie di Terni, l'Ilva, Dalmine e le Acciaierie di Cornigliano.
Nel 1961 venne creata l’Italsider con il compito di gestire le acciaierie di Cornigliano, di Bagnoli e i nuovi impianti di Taranto. Entrambe le società vennero liquidate nel 1988 al culmine della crisi del settore. Nasceva l’Ilva che venne poi privatizzata. Il pubblico usciva malconcio dal settore.
IL FONDO DEL 1982. Negli anni in cui la siderurgia pubblica crollava sotto i debiti, lo Stato decise di intervenire anche nel settore privato. La legge 46 del 1982 istituiva il Fondo per la razionalizzazione aziendale e interaziendale degli impianti siderurgici.
In un periodo caratterizzato da eccesso di domanda, si decise di versare 300 miliardi di lire alle aziende per innovare i poli produttivi e ridurre la produzione. La legge 193 del 1984 confermava gli aiuti di Stato per 250 miliardi. Si arrivò però a una chiusura a catena.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
L'AFFAIRE ILVA. Dalla cancellazione della Finsider, nel 1989, nacque l'Ilva. Nei primi due anni di attività il polo realizzò oltre 300 miliardi di utili. Una breve parentesi visto che già nel 1992 chiuse in perdita per 1.900 miliardi e con debiti che sfioravano gli 8 mila miliardi. L'Europa, pena una procedura di infrazione, non consentì aiuti di Stato da parte dell'Iri. Si decise così di smembrare l'Ilva. Nacque così, nel 1994, Ast di Terni.
Nel marzo del 1995 Riva, secondo quanto riportato da Gianni Dragoni nell'e-book Ilva, il padrone delle ferriere, acquistò tra gli altri l'impianto pugliese, una fornace che nei 20 anni precedenti aveva «bruciato circa 30 mila miliardi di vecchie lire», pari a oltre 15 miliardi di euro, battendo l'altro signore dell'acciaio, Luigi Lucchini, allora presidente di Confindustria.
FALCK, 70 MLD PER RAZIONALIZZARE. Altro esempio: la Falck, un nome storico del settore, in quegli anni ricevette 70 miliardi di lire per razionalizzare la produzione. Nel giro di un decennio tutti gli impianti vennero smantellati. I finanziamenti furono anche al centro di alcune inchieste per tangenti.

Siderurgia a peso d'oro: aiuti a pioggia per miliardi di lire

Secondo Marco Cobianchi, autore del libro Mani Bucate (edizioni Chiarelettere) l’acciaio italiano è stato ricoperto d’oro pubblico per tutti gli Anni 80 e 90.
Ai fondi italiani si aggiunsero poi quelli europei per un totale di 3.100 miliardi di lire.
Nel 1999 il governo varò un piano di aiuti per più di 3 miliardi di lire a favore di cinque impianti (facenti capo ai produttori Lucchini, Beltrame e Reale) in relazione a investimenti realizzati anni prima. Anche se sotto l’occhio vigile dell’Unione europea, secondo Cobianchi, negli anni 2000 sono proseguiti gli aiuti pubblici.
La Cogne Acciai Speciali, per fare un esempio, ha incassato dalla regione Val d’Aosta 1,5 milioni di euro per cinque progetti di ricerca e altri 510 mila euro tra il 2006 e il 2010 per la formazione dei dipendenti. L’Ilva di Taranto ha ricevuto 980 mila euro nel 2002. La Lucchini 700 mila euro per rendere ecocompatibili i forni dello stabilimento di Piombino. Infine 5,2 milioni sono andati alla Marcegaglia Taranto.
LE CRITICHE DI LUCCHINI. Negli Anni 80 Luigi Lucchini, scomparso nel 2013, era uno dei più grandi imprenditori del settore siderurgico. Di fronte ai massicci aiuti di Stato al comparto disse che «intaccavano lo spirito imprenditoriale». «Lo spirito imprenditoriale si adagia quando spera che qualcuno ti potrà venire in aiuto», dichiarò in un’intervista. «Tra l’imprenditore assistito e quello libero c’è la differenza che distingue l’acrobata che cammina senza la rete di protezione e quello che non ne sa fare a meno».
Ma lo spirito imprenditoriale e la grinta del capitano d’industria d’altri tempi non bastaron. Poco tempo dopo incassò un contributo a fondo perduto di 4 miliardi di lire per la chiusura di un impianto produttivo. Anche l’impero Lucchini negli anni ha poi dovuto soccombere alle crisi del settore.
Gli aiuti che invoca oggi Landini salveranno i posti di lavoro o sarebbero solo un altro tentativo di usare il gettone per telefonare con uno smartphone?

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