venerdì 15 agosto 2014

Il problema vero è che gli italiani non hanno ancora compreso che stiamo messi veramente male.




  • PIL
Va da sé che il dato di oggi è espresso in termini percentuali e congiunturali, cioè rispetto al trimestre precedente. Non solo quindi, in termini di valore assoluto, Italia e Germania restano molto distanti visto che nel 2013 Berlino vantava un Prodotto Interno Lordo da circa 2737 miliardi di euro contro i 1560 italiani, ma il segno meno annunciato oggi relativo al periodo aprile-giugno, segue un dato positivo (+0,7%) nel periodo precedente e arriva al termine di un periodo di prolungata e progressiva crescita. Nel caso italiano, l’ultimo dato negativo arriva invece dopo una lunghissima recessione, interrotta soltanto a fine dello scorso anno da un misero +0,1%.

  • PRODUZIONE INDUSTRIALE
L’ultimo dato, diffuso a ridosso dei numeri negativi sul Pil, è passato inosservato. A giugno, dopo la pesante caduta del mese precedente, la produzione industriale è leggermente risalita. Ma il Paese sconta ancora un un trend che negli anni passati e fino alla fine del mese scorso è stato fortemente negativo, con cali superiori al 7%. Secondo il Centro Studi di Confindustria, la caduta rispetto al picco pre-crisi di aprile 2008 è stata del 23,9%. 

  • INFLAZIONE
Il tema del calo del livello dei prezzi preoccupa tutta l’Eurozona, non solo il nostro Paese. L’Italia però rischia di essere il primo tra i grandi Paesi dell’Unione, esclusa la Spagna, a sprofondare nella deflazione. I dati diffusi dall’Istat martedì hanno cominciato a preparare al peggio: in dieci grandi città il trend dell’inflazione è già negativo. La differenza è che, per un Paese ad alto debito pubblico come il nostro, uno scenario di deflazione rischia di essere letale per la sostenibilità del nostro debito.
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La spirale della deflazione
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  • DEBITO PUBBLICO
È il vero macigno che grava sulla nostra economia, nonché il massimo fattore di preoccupazione per i sorveglianti di Bruxelles. Malgrado le rassicurazioni di una progressiva riduzione contenute nel Def, il nostro debito pubblico continua a cresceree di recente ha sorpassato anche quello tedesco, diventando così il più alto d’Europa. In confronto al PIl, il dato che più interessa all’Europa, la questione è ancora più preoccupante. Secondo le stime di Moody’s entro la fine dell’anno il dato si attesterà intorno al 136,4%, quando nel Def le previsioni del governo si fermavano al 134,9%. Le norme europee fissate dal nuovo Patto di Stabilità e Crescita e dal Fiscal Compact impongono però un drastico percorso di riduzione fino al 60% nell’arco di un ventennio. Allontanarsi ulteriormente dall’obiettivo significa appesantire ulteriormente le manovre annuali volte centrare questo obiettivo.

  • CONSUMI
Dopo un sussulto positivo nel mese di aprile, i dati sulle vendite al dettaglio sono tornati nuovamente con il segno meno a maggio. I dati di Confcommercio relativi al mese di giugno, prima mensilità in cui gli italiani hanno potuto utilizzare gli 80 euro del bonus fiscale, non hanno mostrato particolari scossoni, e i consumi sono cresciuti soltanto dello 0,1%. Proprio sulla ripresa della domanda interna, una delle componenti del dato sul prodotto interno lordo, aveva fatto affidamento al premier nell’approvare il beneficio Irpef. Gli effetti però – secondo l’associazione dei commercianti – sono stati “quasi invisibili”.

  • DEFICIT
È l’altro importante parametro tenuto sotto controllo da Bruxelles. Il drastico calo del Pil certificato dall’Istat ci porterà alla fine dell’anno a un livello vicino, ma inferiore, all’ormai famoso 3 per cento fissato dal Patto di Stabilità e crescita. Anche se l’obiettivo del Def era più basso, l’Italia a meno di altri clamorosi scossoni riuscirà comunque a restare al sicuro sotto il tetto previsto. A differenza del debito, l’Italia non è tra i Paesi che più desta preoccupazioni. La Francia, ad esempio, da diversi anni sfora ormai stabilmente il 3%, pur gravata da un debito pubblico sensibilmente più basso del nostro e da un tasso di crescita leggermente più sostenuto del nostro. Inoltre, a pesare enormemente sul nostro deficit, sono le spese sostenute per gli interessi sul debito. Il semplice avanzo primario, la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato – che sommato alle spese per interessi costituisce il deficit – è il più alto d’Europa.

  • DISOCCUPAZIONE
L’aumento dei cittadini senza lavoro è al di là dei grandi indicatori macroeconomici uno dei segnali più evidenti dello stato di salute di un’economia, tanto che per Paesi in crescita in cui la disoccupazione resta alta si parla, con scarsi entusiasmi, di jobless recovery. Letteralmente, ripresa senza posti di lavoro. Una condizione che, se prolungata, rischia di far arrestare presto anche i primi segnali di crescita. Il divario con gli altri Paesi europei è, da questo punto di vista, allarmante. Gli ultimi dati Istat segnano un tasso di disoccupazione del 12,3% e un tasso di disoccupazione giovanile che ha raggiunto il 43,7%. Un giovane su due – in età compresa tra i 18 e i 24 anni -, tra quelli che cercano lavoro, non lo trova. Il confronto con la Germania è impietoso: il tasso di disoccupazione giovanile, secondo Eurostat, si attesta al 7,8%. Quello generale al 5,1%.


  • PRESSIONE FISCALE
Che tasse e imposte varie pesino in modo spropositato sui propri bilanci, cittadini e famiglie lo sanno già prima ancora di conoscere il dato sulla pressione fiscale. Rispetto agli altri Paesi dell’Unione, l’Italia si trova al settimo posto, con un dato riferito al Pil – sempre secondo dati Eurostat - che si attesta al 42,8%. Sul podio: Danimarca (48,6%), Belgio (46,7%), Francia (45,9%).

  • BANCHE E CREDITO
A differenza di altri Paesi del Mediterraneo, il nostro sistema bancario ha retto la crisi senza significativi interventi pubblici per salvare gli istituti in crisi. Un recente rapporto di Mediobanca Securities mostra poi come in vista del doppio esame che si concluderà in autunno (asset quality review e stress test) lo stato di salute delle nostre banche sia migliore delle principali concorrenti tedesche. Ciononostante, l’accesso al credito per i cittadini italiani resta ancora molto più difficile che altrove. Uno studio di Adusbef e Federconsumatori a partire da dati Bce-Bankitalia mostra come i tassi applicati per i mutui siano stabilmente più alti della media applicata dagli altri paesi dell’Eurozona.

  • EXPORT
Gli ultimi dati sul commercio estero non sono incoraggianti, con le esportazioni che risultano in calo di oltre quattro punti percentuali. In un’economia segnata da una domanda perennemente fiacca e investimenti fermi al palo sono in molti a sperare che a trainare la ripresa possano essere proprio le esportazioni. Per questo, dati negativi anche su questo fronte aggravano ulteriormente il quadro economico. A penalizzarci, però, insieme agli altri partner europei, è un euro molto forte che rende le nostre merci troppo care per i mercati extra Ue. Anche se fuori dal mandato della Banca Centrale, l’obiettivo indiretto dell’Eurotower è tutt’ora anche quello di indebolire la valuta comunitaria. Operazione che finirebbe per aiutare sensibilmente la crescita delle esportazioni.

L’Italia però deve guardarsi bene anche dal rischio opposto: quello cioè di fare eccessivamente affidamento soltanto sull’export. Il caso tedesco è emblematico. Sforando anche ripetutamente le prescrizioni europee, e senza grossi clamori, la Germania ha tenuto in questi anni bassi salari e compresso al massimo la spesa pubblica, facendo registrare stabilmente ampi surplus commerciali, anche oltre il 6% fissato dall’Europa. Ora anche a Berlino qualcosa sembra essersi inceppato sul fronte dell’export e il Paese è costretto a mettere a punto misure per rilanciare la domanda interna.

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