giovedì 11 settembre 2014

Ma perché non chiudiamo le regioni che hanno aumentato di almeno dieci volte le spese dello stato italiano. Via il titolo V.

Matteo Renzi sotto assedio tra debito e tagli da fare. Il premier ribadisce: priorità alla legge elettorale

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A sera, dopo aver presieduto una agitatissima riunione della conferenza Stato-Regioni a Roma, Sergio Chiamparino se ne torna a Torino a mani vuote. Nessuna rassicurazione da Palazzo Chigi, nessun chiarimento con Matteo Renzi. L’allarme lanciato sul rischio di un taglio drastico ai fondi delle Regioni per la sanità resta lì, in attesa della mail con le proposte di risparmio che il ministro Beatrice Lorenzin invierà al premier, in attesa di capirne di più insomma. “Con il Governo abbiamo siglato in agosto un patto d'onore sulla sanità: se si rompe viene meno il rapporto di fiducia e collaborazione”, ha detto Chiamparino. Sono parole che bruciano. Perché è la prima volta che Renzi tocca con mano i possibili effetti negativi della spending review. Ma soprattutto perché il grido di allarme arriva da uno dei suoi fedelissimi: Sergio Chiamparino, uno dei ‘vecchi’ del Pd che lo ha sostenuto fin dall’inizio. Così ‘chiamparinamente’ renziano che a un certo punto l’anno scorso, l’allora sindaco di Firenze lo indicò addirittura come candidato per il Quirinale. Tanto in sintonia con il premier-segretario da ritrovarsi candidato alle regionali dello scorso giugno in Piemonte in un ‘nanosecondo’, senza discussioni o ripensamenti, in automatico: ricordi di fronte ai quali il caos sulle regionali in Emilia Romagna si ingigantisce ancor di più.
E’ da quest’uomo che Renzi prende schiaffi (metaforici) ora che la spending review sta per entrare nel vivo. “Nessuno nel governo vuole tagliare la sanità, ma allo stesso tempo nessuno vuole gli sprechi”, si preoccupano di precisare da Palazzo Chigi a conferenza Stato-Regioni in corso. “Ne prendo atto con soddisfazione, anche se siamo ancora di fronte a notizie di stampa", risponde Chiamparino. Non è rottura, ma la tensione è alta. Il premier lo aveva messo nel conto, in un certo senso, e ora cerca il colpo d’ala per uscire dalle secche delle ristrettezze economiche, il vero assillo del governo in vista della presentazione di una legge di stabilità che necessita di 20 miliardi di euro: tutti da trovare.
Domani il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan andrà alla riunione dell’Ecofin a Milano. Dovrà rispondere con proposte concrete per accreditare l’idea che l’Italia ridurrà il suo debito pubblico, a maggior ragione dopo l’ultimo bollettino della Bce, secondo cui il nostro paese rischia di non raggiungere l’obiettivo del deficit al 2,6 per cento del Pil nel 2014. Già oggi intervenendo all’Eurofi, il ministro ha sottolineato l’urgenza di coordinare le politiche nazionali ed europee per la crescita. “Manca uno sforzo per la crescita ed il lavoro”, è il suo ragionamento. Alla Bce non replica il premier Renzi, ma il governatore di Bankitalia Vincenzo Visco: “Bisogna crescere di più. La componente di attenzione alla solidità di bilancio è importante, bisogna garantirla, ma ovviamente con tutta la capacità di capire che cosa si finanzia, cioè finanziare gli investimenti e ridurre le spese correnti".
Di fatto, è questo il durissimo lavoro in corso nei ministeri e a Palazzo Chigi, che – per annuncio del premier – si arrogherà il diritto di tagliare se i singoli ministri non lo faranno. Ma è qui che sta la difficoltà maggiore per il governo, a maggior ragione se sarà il presidente del Consiglio a dover operare i tagli e ad assumersene quindi la responsabilità, con tutti i rischi che seguono in termini di popolarità. Renzi resta convinto che si possa risparmiare senza tagli lineari ma agendo solo sugli sprechi. Cosa assolutamente non facile. Ed è questa lotta contro gli sperperi del sistema, la battaglia per evitare tagli lineari e allo stesso tempo trovare risorse, che induce alcuni parlamentari vicini al premier a pronunciare la parola: “Assedio”. E, quando c’è l’assedio, Renzi fa fatica a mettere in pratica il suo stile, che per dna è di attacco.
Sarà per questo che, mentre studia su tagli, riduzione del debito e crescita, rilancia sulle riforme istituzionali. Dopo un incontro con la presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato Anna Finocchiaro, i suoi da Palazzo Chigi ribadiscono che a Palazzo Madama si darà priorità alla legge elettorale. Da approvarsi “prima di Natale”, rincara il ministro Maria Elena Boschi. Priorità all’Italicum anche a scapito della riforma della Pubblica Amministrazione, anch’essa ferma in prima commissione. Eppure, prima dell’estate, l’ufficio di presidenza della Commissione Affari Costituzionali del Senato aveva deciso di concentrarsi sulla Pubblica Amministrazione e non sulla legge elettorale. Un ordine di priorità che però non convince Renzi. Quindi, Italicum al più presto. Materia di cui il premier potrebbe discutere con Silvio Berlusconi in un nuovo incontro martedì prossimo (stando ai rumors di palazzo). Anche perché, almeno sul sistema di voto, il clima sembrerebbe favorevole, dicono i renziani, segnalando che proprio ieri la Regione Toscana ha approvato la nuova legge elettorale: quel 'Toscanellum' che prevede preferenze oppure liste bloccate a seconda delle scelte dei partiti, ricetta che potrebbe convincere l'ex Cavaliere.
Ma dire 'Italicum subito' non è sinonimo di ritorno al voto in primavera: gli stretti collaboratori del premier smentiscono categoricamente. Evidentemente e semplicemente, completare l’iter delle riforme costituzionali, a costo zero, può dare una carica al governo, decisamente in affanno quando si tratta di far quadrare i conti.

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