venerdì 2 gennaio 2015

Riceviamo e pubblichiamo.

Fortis: «2015? Un anno difficile per il made in Italy»

Secondo l'economista, Renzi ha fatto un ottimo lavoro, ma il crollo del petrolio affonderà l’export

(GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images)

   
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Guardiamo il crollo del prezzo del petrolio, la svalutazione in Russia, il calo delle materie prime prodotte in Sudamerica. E preoccupiamoci, perché gli effetti si vedranno tutti sul Made in Italy e in particolare sull’export. È questa la visione per i primi mesi dell’anno di Marco Fortis, professore di Economia industriale e Commercio estero all’Università Cattolica di Milano e vice-presidente Fondazione Edison. Da qualche mese è consigliere economico di Matteo Renzi. Per Fortis ora più che mai l’Europa deve cambiare rotta, perché per paradosso se tutti seguissero le sue regole tutti andrebbero in recessione, a partire dalla Francia, che trascinerebbe con sé la Germania. Il 2015 sarà quindi un anno complicato, anche se l’economista vede anche qualche segnale di fiducia: una gestione delle crisi industriali più efficace del passato e il Jobs Act, che è “un passo cruciale per moltissimi motivi”.  
Professor Fortis, come mai nel 2014 non siamo cresciuti?
Intanto l’Eurozona nel suo complesso ha registrato un rallentamento. C’erano prospettive di grande crescita in Germania e di ripresa in Francia. Invece in Germania la crescita è stata modestissima e in Francia ancora minore. Anche in Italia non c’è stata ripresa. Gli unici ad avere una ripresa sono stati Spagna, Irlanda e Grecia. Ma è stato più che altro un rimbalzo, visto di quanto era sceso il Pil, in Grecia in questi anni si è ridotto di un quarto. Insomma, è meglio scendere dello 0,5% senza aver toccato l’inferno. Il rallentamento dell’Eurozona non ci ha favorito. Il nostro export è poi cresciuto meno del previsto per i problemi della Russia e della Cina e per il fatto che anche India e Brasile hanno visto il deprezzamento della moneta. La domanda extra-Ue si è limitata agli Stati Uniti, con i quali il saldo commerciale ha segnato un record positivo, vicino ai 20 miliardi di euro. Oggi gli Stati Uniti sono il nostro motore principale. 
C’era da aspettarsi qualcosa di diverso?
Lo scenario in primavera sembrava rassenerarsi, con in più lo stimolo del bonus da 80 euro e le elezioni europee che hanno rafforzato il governo Renzi. Ma il momento positivo è stato stroncato dopo l’estate per l’andamento negativo dell’Europa. Il 2014 è stato complessivamente da dimenticare in tutta l’Europa. L’Italia ha visto sfiorire le speranze di ripresa. Il Pil scenderà e la disoccupazione non è scesa, anche se non è neanche aumentata. 
Il premier Renzi ha rivendicato in questi giorni le situazioni affrontate e spesso risolte all’Ilva di Taranto, all’ex Lucchini di Piombino, alla Thyssenkrupp di Terni, all’Eni di Gela, alla Ferriera di Trieste, nei vari siti Electrolux e nello stabilimento ex Fiat di Termini Imerese. Qual è il suo bilancio delle politiche industriali nel 2014? 
Queste crisi, che si sono viste maturare nel 2014, avevano tutte radici negli anni o nei mesi precedenti. Sono arrivate a fine corsa a causa di una recessione che ha colpito soprattutto i settori di base e quelli a basso valore aggiunto. Come quello del bianco: non ci voleva molto a capire che l’Electrolux avrebbe avuto convenienza a spostare la produzione di prodotti venduti a basso prezzo. Sono venuti al pettine molti nodi che sarebbero dovuti prima o poi arrivare, era inevitabile che le multinazionali rivedessero le proprie politiche. In alcuni casi c’è stato un guadagno, come nel farmaceutico, sia per la presenza di cluster produttivi e centri di ricerca eccellenti, ad esempio in Lombardia e Piemonte, sia perché sono produzioni ad alto valore aggiunto e nelle quali l’energia conta poco. Con queste caratteristiche, gli investimenti sono arrivati. 
Come si è mosso questo governo?
A mio avviso in modo molto efficace. C’è stato un metodo di lavoro di squadra all’interno di una strategia chiara. Questo dà fiducia, perché segnala un cambiamento strutturale nel modo di gestione della crisi. Bisogna dare merito al ministro Federica Guidi, che si è dimostrata brava anche se giovane. Soprattutto il merito va dato al viceministro Claudio De Vincenti, che è stato come un Doctor House: ha visto più casi disperati lui di chiunque altro e ha preso di petto molti problemi. Ha lavorato anche con altri governi ma in questo caso un acceleratore è stato l’intervento del premier. Ho visto personalmente Renzi (Fortis è uno dei consiglieri economici del presidente del Consiglio, ndr) occuparsi nel dettaglio di altoforni, spiegando come avviene la produzione di acciaio, o della logistica, spiegando da dove sarebbero passati i camion che avrebbero trasportato gli impianti. Il primo ministro ha spesso dimostrato una conoscenza maggiore degli esperti del settore. Ha seguito per esempio da vicino la crisi di Piombino. Prima degli algerini (di Cevital, che hanno acquistato gli impianti dell’ex Lucchini, ndr) ha avuto una relazione diretta con i precedenti offerenti, gli indiani di Jindal.
Lucchini di Piombino, Ast di Terni, Ilva di Taranto: cosa ha fatto il governo

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Anche la questione di Termini Imerese è stata seguita direttamente dal premier (in questo caso il progetto della newco Grifa, precedentemente considerata da questo stesso governo e rivelatasi non avere alcuna solidità finanziaria, è stato sostituito in extremis da quello della Metec, componentista di Torino che alla vigilia di Natale ha presentato un piano industriale che garantisce l’occupazione a tutti i 770 dipendenti diretti, ndr). Nel caso dell’Ilva, non si sarebbe arrivati alle mosse attuali (intervento diretto dello Stato attraverso l’amministrazione straordinaria, ndr) senza l’intervento diretto del premier. 
Una manifestazione di operai a Termini Imerese nel 2010 (MARCELLO PATERNOSTRO/AFP/Getty Images)

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Che prospettive ha l’Ilva di Stato? Non cadrà sotto la scure dell’Ue?
Chiunque compri questo stabilimento deve tenerlo aperto. L’Ilva oggi ha molti debiti ed è caratterizzata da incertezze sulle cifre, sull’ambiente, su quello che deciderà la magistratura (su fondi sequestrati ai Riva e dissequestro delle aree, ndr). In teoria nessuno era disposto a venire e chi è arrivato ha fatto delle offerte del tutto scarse. Non vedo come la Commissione europea potrebbe tirare in ballo gli aiuti di Stato. L’intenzione del governo è far ripartire l’impianto, non c’è alcun veto a che vengano investitori stranieri, come ha dimostrato il caso di Piombino. Ma devono pagare il giusto e far sì che la produzione rimanga in Italia, perché l’acciaio dell’Ilva è fondamentale per tutta la nostra industria manifatturiera. 
L’Ilva torna, temporaneamente, allo Stato. I punti da chiarire sono ancora numerosi

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Che prospettive vede per il 2015 per l’Eurozona?
Le prospettive non cessano di essere intricate dagli avvenimenti internazionali che stanno complicando le cose dell’Europa. Man mano che si avvicina il Fiscal Compact, si toglie benzina nelle auto anziché metterne. Il Fiscal Compact è stato pensato con la lodevole intenzione di mettere a posto le diverse economie europee, tirarle a lucido di fronte agli investitori internazionali. Invece oggi solo gli strenui sostenitori del Fiscal Compact dicono che funzioni. Se oggi la Francia applicasse le politiche di austerity che ha fatto l’Italia, andrebbe certamente in recessione e il rapporto debito/Pil aumenterebbe al 103% invece che dimuire. Alla Spagna danno continuamente proroghe per il rispetto dei conti perché sanno che il Fiscal Compact non si potrà applicare prima del 2020 senza fare disastri. Se l’Italia avesse rispettato le previsioni del Fiscal Compact, il Pil sarebbe sceso anche nel 2015 e il rapporto debito/Pil avrebbe continuato a crescere. Gli economisti dell’Ue, per quanto giovani brillanti, non ne hanno azzeccata una. Oggi il Pil potenziale è oggettivamente incalcolabile, non si possono attaccare a quell’indice. L’assurdità del contesto è che se tutti applicassero le regole, la decade sarebbe perduta. L’Italia dovrebbe superare la recessione. La Francia la supererà se la Germania dirà di chiudere un occhio. Se la Francia va in recessione, andrà in recessione anche la Germania, perché frenerà il suo export. 

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Cosa dobbiamo attenderci per il Made in Italy?
Il prezzo del petrolio che crolla innesca il potenziale del rischio di rallentamento dell’export. Quello che sta accadendo si vede anche in Europa, con la Norvegia (il principale produttore europeo di idrocarburi, ndr) che sta svalutando la moneta e pensando a molti licenziamenti nel settore petrolifero. Ma soprattutto nei Paesi arabi tutti i bilanci devono essere rivisti. Cosa compreranno del Made in Italy in tali Paesi? Inoltre in Russia si è fermato tutto. Alle sanzioni di Usa ed Europa si è aggiunta la svalutazione. Questo vuol dire che il prezzo di un paio di scarpe italiane è raddoppiato in meno di un mese. Purtroppo ci sarà un brutale rallentamento dell’export verso i Paesi extra-Ue, che si verificherà tra dicembre (a novembre ci sono già stati dei primi segnali) e almeno gennaio/febbraio, perché le condizioni ci sono tutte. Non ci sono solo i problemi di Russia e Paesi Arabi, perché anche il Messico e diversi Paesi del Sudamerica stanno subendo il crollo di altre materie prime. Ritengo che questo contesto per l’Eurozona dovrebbe far scattare un altro campanello di allarme: la domanda estera netta scenderà, mentre la domanda interna era già ferma. Lo scenario non è dei più favorevoli.  
Kirill Kudryavtsev/Afp/Getty Images

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Ci sono degli aspetti positivi della discesa del petrolio?
Ci saranno per le famiglie che usano l’auto, ma sono palliativi, non so quanto si potranno tradurre in un incremento dei consumi. Perché i consumi sono molto stretti, nonostante il bonus degli 80 euro. Si tratta di vedere se compenseranno la discesa dell’export. Il 2015 sarà un anno molto impegnativo. Tuttavia l’Italia alcune carte da giocare ce le ha. 
Quali?
La prima è quella dell’occupazione. Nel terzo trimestre del 2014 ci sono stati 100mila posti di lavoro in più. Proprio perché la crisi sta migliorando, la coda è un aumento della disoccupazione, perché ci sono meno lavoratori scoraggiati. Probabilmente la disoccupazione non scenderà molto neanche nei prossimi anni, se anche la ripresa dovesse arrivare. Nel prossimo anno probabilmente non scenderà neanche di uno 0,5 per cento. 
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Dove sono i segnali positivi nell’occupazione?
L’industria nel secondo e terzo trimestre ha visto salire gli occupati di 60mila persone a trimestre. I servizi nel terzo trimestre hanno dato 30mila posti di lavoro in più rispetto allo stesso trimestre di un anno prima. Ci vorranno i dati del quarto trimestre del 2014 per vedere qualche segnale in più, sia sul fronte delle ceramiche, che a ottobre non è stato negativo; sia, sopratutto, sul fronte delle costruzioni. Qui c’è stata a ottobre una crescita del 3% nell’indice di produzione. È un segnale importante perché è il settore dove si perdono più posti di lavoro. Basterebbe smettere di perdere occupati nelle costruzioni e si vedrebbero gli aumenti degli altri settori. Ci sarebbe un rimbalzo di occupazione che incoraggerebbe a consumare. Attualmente la domanda interna ha un aumento trimestrale solo di uno 0,1-0,2 per cento. 

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Che influenza avrà il Jobs Act?
Il Jobs Act è un passo cruciale per moltissimi motivi. Intanto è la prima riforma che darà all’estero un segnale che l’Italia si sta muovendo. Voglio vedere Jyrki Katainen (vicepresidente della Commissione Ue con le deleghe a Crescita e Competitività, ndr) come potrà negarlo a marzo (quando la legge di Stabilità sarà sottoposta all’esame della Commissione, ndr). Anche se l’Italia ha già fatto molto, e i dati sull’avanzo primario positivo da 20 anni lo dimostrano. Sul fronte delle pensioni, dopo la riforma Fornero siamo in prospettiva più solidi della stessa Germania. Le riforme del lavoro avranno un impatto di immagine senza precedenti: i nuovi investitori penseranno che l’Italia è finalmente un Paese come gli altri. Inoltre, se uno è giovane e vuole fare l’imprenditore, che fiducia può aver avuto finora, dato che nel caso le cose non vadano bene rimaneva impelagato in 10mila problemi? Se un imprenditore non riesce ad avere successo deve poter ristrutturare, altrimenti non apre o lascia l’azienda sotto i 15 dipendenti. 
Che risultati concretamente può produrre il Jobs Act?
Qualche risultato lo produrrà. Non bisogna aspettarsi che crei 10 milioni di nuovi posti. Ma produrrà sollievo e si innesterà su una ripresa di posti di lavoro che si stava manifestando in maniera quasi spontanea, o meglio per effetto del solo decreto Poletti sui contratti a tempo determinato. Ci sarà però probabilmente un rallentamento delle assunzioni nelle ultime settimane prima dell’entrata in vigore del Jobs Act, perché si aspetterà che siano effettive le nuove norme. Dopo qualche dato si vedrà. È come per gli 80 euro: io non credo che siano stati inutili, sono come i sacchetti di sabbia nei margini dei fiumi, hanno evitato le inondazioni. 

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