“Fuori subito o li liberiamo noi”, Matteo Salvini arringa il popolo leghista in quel di Verona. Piazza dei Signori è riempita di militanti e di bandiere della Lega e della Serenissima. Accuse allo Stato “invasore” e molti sospetti per l'inchiesta delle procure che ha portato 24 presunti terroristi veneti in carcere.
“Il fatto che Putin abbia citato il referendum veneto deve aver preoccupato e non poco certi livelli alti, decisamente più alti di qualche Pm” giocherella Mario Borghezio. Mentre il capodelegazione a Straburgo, Lorenzo Fontana, più cauto, conferma dopo averne incontrato una decina nel carcere di Verona che “se loro son terroristi lo Stato italiano può dormire sonni tranquilli”.
In piazza non ci sono gli indipendentisti duri e puri che si raduneranno, sempre che la Digos dia il consenso, giovedì prossimo a Vicenza. Chi pensava a contestazioni e accuse di strumentalizzazioni da parte dei serenissimi nei confronti del Carroccio rimane deluso. Solo ieri una dozzina di militanti di un improvvisato “comitato civico per la liberazione dei patrioti veneti” lanciava anatemi contro la Lega: “non ci interessano il federalismo e la Padania, siamo per l'indipendenza” fuori dal carcere di Alessandria. Solo Flavio Tosi, sindaco di Verona è stato contestato per alcune affermazioni antiindipendentiste in una intervista su L'Arena dopo aver sostenuto il referendum per l'indipendenza.
Qualche insulto, riferimenti a Giuda Iscariota e fischio al seguito. Sul palco veronese, invece, regna la solidarietà con i saluti dei parenti di alcuni dei detenuti “politici” - applauditissimi i figli piccoli di alcuni detenuti e la moglie di Lucio Chiavegato, presidente della Life, novello Bobby Sands che ha intrapreso uno sciopero della fame in carcere – mentre la folla scandisce il più classico dei “Libertà! Libertà!”.
C'è anche Umberto Bossi, un ritorno sul palco dopo la cocente sconfitta per le elezioni di segretario federale, che sommessamente ricorda i forti legami tra la Lega Lombarda e la Liga Veneta, scordandosi i dissidi che avevano portato Franco Rocchetta, uno degli arrestati, ad essere espulso dal Carroccio.
Ma in fondo le parole e gli slogan si sprecano così come la memoria. Quella di Salvini è un'altra Lega, più spregiudicata e pragmatica. Indifferente alle accuse di populismo e di strumentalizzare i serenissimi. Una Lega che non si scompone neppure di fronte agli insulti di uno sparuto drappello dei centri sociali che cerca il contatto con due fila di celerini in assetto antiguerriglia. Nessuno se ne accorge. Tutti alle prese con il battimani che accompagna il “Vaffanculo a quegli Stati che usano la polizia per mettere in galera le persone perbene” di Matteo Salvini che, nel gran finale, lancia “il 25 aprile di San Marco” con gazebo in tutto il Nord. Nuova liturgia per una guerra di liberazione che più che ai tanko guarda ai voti nelle urne delle prossime europee.
Il Vaffa-Day di Salvini
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ansa
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