lunedì 7 aprile 2014

Articolo da leggere comunque la pensiate.

A meno di due mesi dalle elezioni europee proliferano i movimenti anti-euro, abili a sfruttare il malcontento verso un’istituzione spesso percepita come troppo distante. Ma c’è qualcosa di vero nelle loro convinzioni e qualcosa di realizzabile nei loro propositi?
Il dibattito politico in vista delle elezioni europee è condizionato dalla propaganda di alcuni schieramenti politici, che fanno dell’uscita dell’Italia dall’Euro la loro bandiera, facendo leva sul malcontento creato dalla crisi economica e sulla distanza che separa sempre di più le istituzioni europee dai cittadini. È bene sgombrare il campo da equivoci e false convinzioni. Partiamo da alcune affermazioni, che possono essere ritenute “rappresentative” della corrente di pensiero anti-euro e cerchiamo di capire perché esse non sono corrette e cosa invece ci sia di vero in alcune di esse.

1) L’uscita dall’Euro può essere fatta nel giro di un week-end.
FALSO. 
La fase di transizione sarebbe molto difficile e rischiosa: in previsione dell’uscita dall’Euro, vi sarebbero forti spinte alla fuga di capitali all’estero, dettate dal timore di vedere i propri risparmi convertiti in una moneta destinata a svalutarsi. Per gestire la situazione occorrerebbe introdurre vincoli ai movimenti di capitale e probabilmente anche alla possibilità di ritirare denaro dalle banche. Questi vincoli dovrebbero durare per tutto il periodo necessario a convertire i sistemi informativi e contabili delle banche alla “nuova lira”, oltre che per introdurre le nuove banconote e monete. Ricordiamoci che l’euro è stato introdotto con un periodo di transizione di tre anni (1999-2001), durante il quale vi è stata una sorta di doppia circolazione di euro e lira, per quanto riguardava la moneta bancaria (in pratica per tutti i tipi di pagamenti tranne le banconote e le monete, che sono state introdotte all’inizio del 2002).
2)  L’uscita dall’Euro ci consentirebbe di aumentare produzione e occupazione, grazie alla svalutazione e al conseguente aumento di competitività.
FALSO, AL DI LA’ DEL BREVE PERIODO. 
È vero che l’impatto immediato della svalutazione sarebbe un guadagno di competitività. Tuttavia, esso sarebbe presto compensato  dalla ripresa dell’inflazione, dovuta alla svalutazione della “nuova lira”: la spirale svalutazione-inflazione è un fenomeno che l’Italia conosce bene, alla luce dell’esperienza degli anni Settanta-Ottanta. Inoltre, l’Italia subirebbe molto probabilmente ritorsioni commercialidagli altri paesi, che non starebbero a guardare inerti di fronte alla perdita di competitività conseguente alla rivalutazione della loro moneta rispetto alla “nuova lira”. Bisogna anche considerare le conseguenze per lo scenario macroeconomico europeo. L’uscita dell’Italia dalla zona euro comporterebbe la fine della moneta unica: partirebbe subito la speculazionecontro i paesi destinati a seguire le sorti dell’Italia. La perdita di fiducia e la fuga di capitali dall’Europa getterebbero il continente in una pesante recessione, che investirebbe anche il nostro paese.
3) La conversione dei titoli pubblici nella nuova lira, svalutata, alleggerirebbe il peso del debito pubblico.
FALSO.
 Nell’ipotesi migliore, quella in cui tutto il bilancio pubblico venga ridenominato nella nuova lira, l’operazione sarebbe neutrale: tutte le entrate e le uscite del settore pubblico sarebbero in lire; in particolare, teniamo presente che tutti i redditi e i patrimoni, che sono la base imponibile che fornisce il gettito fiscale necessario per ripagare il debito, sarebbero in lire. Nell’ipotesi peggiore, in cui alcuni titoli di stato (emessi sui mercati internazionali) non possano essere ridenominati, il peso del debito pubblico aumenterebbe, perché parte di esso resterebbe in euro e si rivaluterebbe rispetto alla nuova lira (in pratica sarebbe un debito in valuta estera, destinata a rivalutarsi rispetto alla valuta nazionale). In aggiunta, questo problema riguarderebbe tutti i soggetti (imprese e banche), che hanno debiti verso soggetti esteri: il contenzioso sarebbe enorme, e in caso di esito sfavorevole alcuni di loro potrebbero ritrovarsi con un debito in valuta estera rivalutata, con un danno economico potenzialmente notevole.
4) La politica monetaria tornerebbe nelle mani della Banca d’Italia, e questo consentirebbe di “monetizzare” il debito pubblico.
VERO, MA…
 È vero che ci riprenderemmo la sovranità monetaria, e che la nostra banca centrale potrebbe comprare titoli pubblici, comprimendo così il costo del servizio del debito. È anche vero però che se la Banca d’Italia non fosse d’accordo con questa linea di intervento, il governo dovrebbe imporsi su di essa, limitandone fortemente l’autonomia, valore ritenuto da tutti importante per una banca centrale. Ma, soprattutto, la soluzione della monetizzazione ha almeno due controindicazioni. 1) L’aumento della quantità di moneta finisce prima o poi per esercitare una pressione inflazionistica: non è un problema attuale, ma potrebbe esserlo in futuro, soprattutto in uno scenario di spirale svalutazione-inflazione. 2)  La “valvola di sfogo” della monetizzazione ha un ovvio effetto di azzardo morale: quale governo sarebbe indotto a tenere sotto controllo i conti pubblici, se sa che può sempre imporre alla banca centrale di comprarsi i titoli del debito pubblico?
Al di là di queste obiezioni, bisogna ricordare che l’acquisto di titoli pubblici (sul mercato secondario) è già attualmente previsto tra gli strumenti a disposizione della Bce (con il programma Omt), ed è già stato attuato, seppure in misura molto limitata (con le operazioni del Smp). Tuttavia, su questo fronte la Bce è costretta a muoversi con molta prudenza, scontrandosi contro la resistenza tedesca. Una delle ragioni di queste tensioni deriva dal fatto che, in caso di intervento, la Bce sarebbe costretta a comprare titoli di stato di singole nazioni, prestando così il fianco a chi la accusa di favorire alcuni governi (altamente indebitati). L’azione della Bce sarebbe facilitata se esistesse un debito federale (come negli Usa), che essa potrebbe acquistare. Ma ciò presuppone un salto di qualità nel processo di integrazione, che ci porti ad avere un bilancio e un debito a livello di federazione europea. E questo ci porta al punto seguente.
5) L’euro è un progetto economico fallito.
FALSO.
 Anzitutto l’euro non è un progetto economico, bensì politico. L’euro è stato introdotto in un’area economica caratterizzata da scarsa mobilità del lavoro e un livello di integrazione fiscale molto basso (il bilancio della Ue è una piccola percentuale del Pil dell’area): era chiaro fin dall’inizio che non si trattava di un’area valutaria ottimale. La sfida dei “padri fondatori” dell’euro era quella di “forzare” i paesi europei a fare un salto verso unamaggiore integrazione fiscale e politica. Questo progetto è rimasto incompleto. La soluzione è completare il processo che ci deve portare verso una vera federazione di stati europei, non abbandonare il progetto.
6) L’Europa è lontana dai suoi cittadini.VERO. Le istituzioni comunitarie, a cominciare dalla Commissione, sono complesse e in larga parte sconosciute dai cittadini; sfornano regole sempre più difficili da comprendere, perfino per gli addetti ai lavori (si pensi alle regole sulla finanza pubblica: fiscal compact, two-pack, six-pack, semestre europeo, etc.). Bisogna fare un enorme sforzo per avvicinare le istituzioni europee ai cittadini: semplificarle e legittimarle democraticamente. Se i leader politici europei non sapranno investire in questa direzione, anche vincendo la prevedibile resistenza della burocrazia di Bruxelles, sarà difficile averla vinta sul populismo anti-europeo.
ANGELO BAGLIONIbaglioniInsegna Economia Politica presso l'Università Cattolica di Milano, Facoltà di Scienze Bancarie, Finanziarie e Assicurative. Ha recentemente insegnato anche al Master in Economia e Banca presso la Facoltà di Economia R.M.Goodwin dell’Università di Siena. E’ membro del Comitato direttivo e scientifico del Laboratorio di Analisi Monetaria (Università Cattolica di Milano e Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa). Dal 1988 al 1997 è stato economista presso l'Ufficio Studi della Banca Commerciale Italiana (ora Intesa Sanpaolo), come responsabile della Sezione Intermediari Finanziari. I suoi interessi di ricerca si collocano nell’area dell’economia monetaria e finanziaria. Ha scritto libri e articoli pubblicati su riviste internazionali. E’ laureato in Università Bocconi e ha conseguito il Master in Economics presso la University of Pennsylvania.

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