venerdì 22 maggio 2015

Padoan ha ragione al 100%.

Pensioni, Pier Carlo Padoan a testa bassa contro la Consulta per il timore di nuovi ricorsi sul decreto pensioni

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PADOAN

Nella battaglia, ancorché solo dialettica, con la Corte costituzionale, il ministro Padoan non è solo. Da palazzo Chigi nessuno prende le distanze dalle parole che il ministro ha affidato a Repubblica, e che suonano come una bacchettata per la Consulta che ha bocciato alcune norme di Monti sulle pensioni aprendo un varco potenziale di 18 miliardi nei conti pubblici. “Se ci sono sentenze che hanno un’implicazione di finanza pubblica, dev’esserci una valutazione dell’impatto. Anche perché questa valutazione serve a formare il giudizio sui principi dell’equità. Questo è mancato”, mette nero su bianco il ministro dell’Economia. “Tra organi dello Stato indipendenti sarebbe stata opportuna la massima condivisione dell’informazione”.
Pur con tutta la prudenza del caso, visto che si sta parlando della più alta magistratura della Stato, Padoan replica con durezza al presidente della Consulta Alessandro Criscuolo che, in un’intervista al Corriere il 21 maggio, aveva sostenuto che “se una legge è incostituzionale, non possiamo fermarci se la nostra decisione provoca della spese”. 
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Ansa, Reuters, Ap
E ancora: “Non disponevamo di dati sugli effetti della sentenza. E poi noi non facciamo valutazioni di carattere economico”. Parole che hanno provocato la reazione immediata di via Venti Settembre. Reazione studiata e ponderata, ma pur sempre molto dura: “L’impatto della sentenza andava valutato”. 
Renzi, appena uscite le parole di Padoan, da Riga si limita a ribadire “massimo rispetto per la Consulta”. A palazzo Chigi non la interpretano come una smentita del ministro. E neppure come una correzione del suo pensiero. “Lavoriamo nel massimo rispetto e raccordo istituzionale: abbiamo rispettato la sentenza della Corte costituzionale e ora si tratta di lavorare insieme perché i segnali di ripresa, che ci sono, possano irrobustirsi”, mette a verbale il premier.
Le parole di Padoan infatti non sono solo un puntiglio dialettico. O una sfida culturale tra economisti e giuristi. Il ministro, d’intesa col premier, ora punta a prevenire gli effetti dei tanti ricorsi che arriveranno. “Auspico che in futuro l’interazione sia più fruttuosa”, dice Padoan. E non si tratta di una mera disputa accademica: si tratta dei ricorsi, che potrebbero, se accolti anche solo in parte, smontare il decreto partorito il 18 maggio dal governo (che stanzia poco più di 2 miliardi) e riaprire una pericolosa voragine nei conti pubblici.
Per l’Italia sarebbe un disastro. Il 18 maggio, in conferenza stampa, Padoan ha ricordato che “dover fronteggiare tutti gli esborsi ci avrebbe portato ad un indebitamento del 3,6 per cento del Pil nel 2015. Questo avrebbe comportato per l’Italia l’apertura di una procedura per deficit eccessivo” a Bruxelles, “la rimozione della clausola per le riforme e il mancato rispetto della regola del debito”. Insomma: avrebbe “invertito la tendenza positiva dell’economia”. 
“Le conseguenze complete dell’adozione delle misure di questa sentenza sarebbero state di dimensioni che a mio avviso non sono state valutate correttamente nel dibattito”, conclude Padoan. Ed è proprio al dibattito che il ministro punta in prima battuta. E cioè a sollecitare una discussione pubblica sul tema che tenga conto, ad esempio, anche dell’articolo 81 della Costituzione nell’ultima versione, che prevede il pareggio di bilancio. O di altri diritti costituzionalmente garantiti che, ragionano al Mef, con uno scasso dei conti pubblici non sarebbero più garantiti, a partire dalle fasce più deboli. 
L’articolo 81, modificato proprio nel 2012 sotto Monti (con un voto larghissimo e bipartisan), afferma che “lo Stato assicura l‘equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. 
“Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte”, recita sempre il nuovo articolo 81. Principi che, a parere del Mef, devono essere “contemperati” con gli altri. In modo che anche l’equilibrio dei conti sia tenuto nella massima attenzione. Anche da parte dei giudici che vigilano sulla corretta applicazione della Costituzione.
A palazzo Chigi spiegano che “il ragionamento di Padoan non fa una piega”. Del resto, nei retroscena usciti dopo la sentenza i giudizi dell’inner circle di Renzi sulla sentenza erano persino più duri di quelli espressi di Padoan. Ma in questi ultimi giorni di campagna elettorale Renzi non ha alcuna intenzione di ri-infilarsi in una discussione con la Consulta. Al contrario, intende dedicare tutte le attenzioni alla campagna elettorale, a partire da Campania, Liguria e Veneto. La sfida alla Consulta è nelle mani di Padoan. Nella parte del poliziotto cattivo. Ma anche dell’autorevole economista. Che con gli ermellini può permettersi di ragionare quasi da pari a pari. Sempre nel “massimo rispetto istituzionale”, s’intende.

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