domenica 11 gennaio 2015

Ho affermato questo principio appena ho saputo dell'attentato a Parigi. Ripropongo la necessità di pubblicare ovunque quelle vignette. Però prima di agire qualcuno chieda al grande ex assessore Galandra cosa dobbiamo fare. Vi risponderà dopo aver consultato la Provincia Pavese.


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ANALISI

Charlie Hebdo, la libertà passa dalle vignette
Ripubblicare i disegni diventa un dovere 

Le testate europee, e anche la nostra, hanno riproposto decine dei disegni della rivista francese attaccata dai terroristi. I giornali anglosassoni, come il New York Times, hanno deciso diversamente per non urtare la sensibilità dei lettori. Ma condividere questi lavori è la risposta più efficace agli estremisti 

DI MARCO PRATELLESI
Charlie Hebdo, la libertà passa dalle vignette 
Ripubblicare i disegni diventa un dovere
Vignetta di Jean Jullien
Il peggior servizio al profeta Maometto lo hanno fatto i terroristi che hanno attaccato la redazione di Charlie Hebdo. Non solo per il tragico bilancio dei morti. Non solo per l'indignazione e l'unità internazionale contro il fanatismo religioso che questo ha comportato. C'è anche una ragione più prettamente editoriale.

Il settimanale satirico Charlie Hebdo ha una circolazione di circa 60 mila copie. In Francia, e ancor più nel resto del mondo, pochi, pochissimi lettori lo conoscevano. Il grottesco massacro dei vignettisti francesi Charb, Cabu, Honoré, Wolinski e Tignous ha scritto i loro nomi, e quello della testata, nella storia.

Non è tutto. Lo sdegno e la solidarietà internazionale hanno portato le vignette sul profeta, condivisibili o meno, sotto gli occhi di tutti. Su Twitter, #JeSuisCharlie è diventato uno degli hashtag relativi alle notizie più popolari nella storia del social network.



Secondo i dati forniti dalla stessa società, tra mercoledì 7 gennaio, giorno del massacro, e venerdì 9, i tweet contrassegnati con #JeSuisCharlie sono stati più di 5 milioni, con un picco, registrato giovedì sera, di 6.500 cinguettii al minuto. Molti di essi veicolavano le vignette satiriche del settimanale e le tante altre che gli artisti di tutto il mondo hanno realizzato per solidarietà con i colleghi .

Ma c'è di più. Perché dopo l'attentato molti giornali e riviste di tutto il mondo hanno ripubblicato le copertine e le vignette di Charlie Hebdo. Immagini anche irriverenti, feroci, oltraggiose, a volte di cattivo gusto, al limite della decenza quando non politicamente scorrette. Vignette che non avrebbero mai pubblicato altrimenti. Il sito dell'Espresso lo ha fatto, dopo un confronto in redazione, nella convinzione che si può non condividere, non essere d'accordo, ma che esistano principi non negoziabili: uno di questi si chiama libertà. Libertà di espressione, di critica, di stampa e, quindi, anche di satira.

La questione del pubblicare o meno le vignette di Charlie Hebdo è stata discussa in tutte le redazioni, con scelte difficili e esiti diversi. All'adesione quasi unanime in Europa non ha corrisposto una eguale solidarietà nel mondo anglosassone, anche per una evidente diversa sensibilità tra americani e europei, come ha ben sintetizzato Robert Darnton, docente a Princeton e Harvard, sul Corriere della Sera: “Negli Usa, anche se viene difesa un'assoluta libertà di espressione, non c'è mai stata una tradizione di forte anticlericalismo, mentre il puritanesimo ha limitato le espressioni volgari, l'esibizione di nudità... La stampa anglosassone non pubblica quasi mai le vignette satiriche su Maometto costate la vita ai giornalisti di Charlie Hebdo”.

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Anche il più autorevole quotidiano degli Stati Uniti, il New York Times - come del resto l'Associated Press , il Washington Post e la Cnn - ha deciso di non pubblicarle dopo un lungo e tormentato dibattito di cui ha reso conto sul sito Margaret Sullivan, garante dei lettori della testata.

Il direttore, Dean Baquet, ha spiegato la sua decisione con la necessità di rispettare gli standard etico-professionali della testata e di non urtare “la sensibilità dei lettori del NYT, in particolare di quelli musulmani”.

Posizione rispettabile. Ma la questione oggi appare, o almeno così è sembrata a noi dell'Espresso, più complessa. Al punto di scegliere di pubblicare anche ciò che normalmente, verrebbe da dire in tempo non di guerra, non sarebbe stato mandato online o in stampa.

Ripubblicare le vignette di Charlie Hebdo, oggi, non è un atto contro la religione o il suo profeta, non è contro i musulmani e tanto meno vuol dire condividere necessariamente il punto di vista dei colleghi del settimanale satirico. E', piuttosto, difendere un principio: anche se io posso non essere d'accordo con quello che fai, combatto perché tu abbia la libertà di farlo.

Anche questa è una risposta al terrorismo: trasformare 60 mila copie di un giornale, che poteva non piacere, ma che bastava non comprare, in una diffusione di milioni di vignette in tutto il mondo. Se esiste un Allah, non deve essere rimasto affatto contento dell'operato dei suoi fanatici, sedicenti seguaci. 

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