giovedì 3 luglio 2014

Pubblichiamo un interessante articolo sulla indipendenza della Scozia. Dovrebbe far riflettere anche noi italiani.


A settembre la Scozia deciderà se staccarsi dal Regno Unito. Il risultato del referendum avrà importanti conseguenze politiche ed economiche. Un sondaggio condotto tra economisti indica che la Scozia non trarrebbe benefici economici dall’indipendenza. L’unione monetaria con la Gran Bretagna.
LA SCOZIA E IL REFERENDUM
La Scozia starebbe meglio economicamente se fosse un paese indipendente? Non è così secondo la stragrande maggioranza degli intervistati della terza indagine mensile del Centre for Macroeconomics.
Il Centre for Macroeconomics (Cfm) è un centro di ricerca finanziato dall’Economic and Social Research Council che include University of CambridgeLondon School of Economics,University College London e National Institute of Economic and Social Research. Ogni mese pubblica un sondaggio condotto tra i principali macroeconomisti che lavorano nel Regno Unito su importanti questioni di macroeconomia e politica pubblica.
Il sondaggio di questo mese riguarda appunto l’indipendenza della Scozia. (1)
Il 18 settembre 2014, gli elettori scozzesi verranno chiamati a rispondere alla seguente domanda: “La Scozia dovrebbe essere un paese indipendente?”. In caso di una vittoria del “Sì”, il piano è che la Scozia diventi un paese indipendente nel marzo 2016: dopo 307 anni non sarebbe più una nazione costitutiva del Regno Unito. Sarebbe un cambiamento fondamentale non solo per ilgoverno della Scozia, ma anche per Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord che continuerebbero a costituire il Regno Unito. Altri paesi con forti identità regionali potrebbero essere influenzati dal referendum scozzese, che potrebbe quindi avere conseguenze sullerelazioni internazionali del Regno Unito.
I sondaggi hanno mostrato una maggioranza consistente contraria all’indipendenza, ma dalla fine di quest’anno il vantaggio si è ridotto significativamente, fino ad arrivare solo al 5 per cento (escluso chi risponde “non so”).
Favorevoli e contrari all’indipendenza della Scozia concordano comunque sul fatto che lequestioni economiche sono al centro del referendum. Il sondaggio del Centre for Macroeconomics contiene dunque due domande che sono assolutamente nel vivo del dibattito.
I BENEFICI ECONOMICI DELL’INDIPENDENZA
La popolazione della Scozia è di 5,3 milioni, l’8,3 per cento della popolazione totale del Regno Unito. (2)Il valore della produzione pro capite nel 2012 è stato di 20.571 sterline in Scozia e di 21.295 sterline nel Regno Unito nel suo insieme. (3) Scozia e Regno Unito hanno la medesima produttività del lavoro, mentre la disoccupazione è del 6,4 per cento in Scozia rispetto al 6,8 per cento nel Regno Unito. (4)
Secondo il governo scozzese, il rapporto deficit-Pil si stima siano stato al 14 per cento nel 2012-13 a fronte di un disavanzo del 7,3 per cento del Regno Unito in generale. (5) Se alla Scozia venisse destinato l’84 per cento (una quota ‘geografica’) delle imposte derivanti dall’estrazione di petrolio e gas del Mare del Nord, si stima che il suo deficit potrebbe scendere all’8,3 per cento. (6) Nel 2012, la Scozia e il resto del Regno Unito hanno registrato lo stesso tasso di dipendenza senile del 26,8 per cento, si prevede che il dato possa salire al 40,5 per cento in Scozia e al 37,4 per cento nel resto del Regno Unito entro il 2032. (7)
Con il regime fiscale attuale, il governo scozzese è responsabile per il 60 per cento dellaspesa pubblica totale in Scozia. Ai sensi dello Scotland Act del 2012, il governo scozzese sarà responsabile delle tasse (compresa la parte di imposta sul reddito), per il 16 per cento del gettito totale. (8)
Se la Scozia diventasse indipendente, il suo governo sarebbe responsabile di tutta la spesa pubblica e le entrate fiscali, mentre i prestiti e i trasferimenti fiscali transfrontalieri cesserebbero. Il governo scozzese ha detto che accetterà una congrua parte del debito sovrano del Regno Unito e che intende formare una unione monetaria formale con il Regno Unito, un’ipotesi che Londra ha escluso.
C’è inevitabilmente più di un’incertezza su quelle che sarebbero le condizioni finali di un accordo tra una Scozia indipendente e il resto del Regno Unito. Come Cfm, abbiamo dunque invitato gli intervistati a rispondere alla prima domanda in base alla loro percezione di quali potrebbero essere questi termini e abbiamo suggerito che «condizioni economiche» comprende il reddito pro capite ed eventualmente altri aspetti del progresso economico.
LA PRIMA DOMANDA
La prima domanda è stata dunque “Sei d’accordo che la Scozia starebbe meglio in termini economici se fosse un paese indipendente?”
Hanno risposto ventotto dei nostri quarantasei esperti. I risultati grezzi e quelli ponderati per la fiducia del convenuto nella sua risposta sono presentati nella tabella 1 qui sotto. Tre quarti degli intervistati ha detto di non essere d’accordo o di essere fortemente in disaccordo con la proposta. Solo uno dei nostri ventotto intervistati è d’accordo o fortemente d’accordo. Se si escludono i sei intervistati che si dicono né accordo né in disaccordo, il 95 per cento degli intervistati dice di non essere d’accordo o di essere fortemente in disaccordo con l’affermazione che una Scozia indipendente starebbe meglio in termini economici.
Le principali preoccupazioni degli intervistati sono sulle prospettive di bilancio di una Scozia indipendente. George Buckley (Deutsche Bank) la descrive come esposta a entrate fiscali più deboli, più esposta all’esaurimento delle risorse petrolifere e con un profilo demografico peggiore rispetto al resto del Regno Unito. John Driffill (Birkbeck) rileva che una Scozia indipendente potrebbe sì impostare politiche più adatte alle sue preferenze, ma potrebbe essere comunque svantaggiata dall’indipendenza perché potrebbero emergere problemi di coordinamento su quegli aspetti che invece vanno gestiti congiuntamente fra Scozia e Regno Unito.
Sia Michael Wickens (York) sia Martin Ellison (Oxford) dicono che la Scozia potrebbe pagare oneri finanziari più elevati rispetto al Regno Unito.
Diversi intervistati mettono in dubbio la saggezza di disfare molte istituzioni quando non si conosce l’efficacia di quelle che le sostituiranno. David Cobham (Heriot-Watt) si chiede se abbia senso separare i cittadini di nazioni così integrate; Jagjit Chadha (Kent) segnala i possibili rischi derivanti dalla possibile mancanza di nuovi equilibri politici ed economici robusti; Michael McMahon (Warwick) pensa che ci sarebbero notevoli costi di transizione.
Diversi intervistati sono preoccupati per l’incertezza dei tempi in cui la Scozia indipendente potrebbe (ri)entrare nell’Unione europea. Marco Bassetto (UCL) sostiene che la questione legata al processo di adesione all’Unione Europea è più importante di quella legata all’unione monetaria. Anche Richard Portes (LBS) e Nicholas Oulton (LSE) hanno espresso la preoccupazione che l’incertezza riguardo l’adesione alla UE potrebbe essere dannosa per l’economia.
ACCORDI DI VALUTA
Nel caso la Scozia diventasse indipendente, il Regno Unito sarebbe costituito da Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord. Tutte le attuali istituzioni dello Stato, a eccezione di quelle situate fisicamente in Scozia, continuerebbero automaticamente a essere istituzioni del Regno Unito. Ciò include la Banca d’Inghilterra, che, in quanto istituzione soggetta al Parlamento del Regno Unito, rimarrebbe la banca centrale del Regno Unito senza alcuna competenza per una Scozia indipendente, salvo diverso accordo.
Le esportazioni dalla Scozia verso il resto del Regno Unito sono stimate intorno ai 48 miliardi di sterline, il 38 per cento del Pil scozzese previsto nel 2012 (esclusi petrolio e gas).
Le stime dicono che il resto del Regno Unito abbia esportato tra i 50 miliardi e i 60 miliardi di sterline in Scozia, circa il 4 per cento del Pil del resto del Regno Unito nel 2012. Sia la Scozia sia il Regno Unito hanno grandi settori finanziari con il valore degli asset del sistema bancario molto volte più grande dei rispettivi Pil.
Se la Scozia indipendente assumesse una quota di debito pubblico proporzionata alla sua quota di popolazione su quella totale del Regno Unito, il rapporto debito-Pil potrebbe arrivare all’86 per cento nel 2016(9)
Il governo scozzese ha proposto che se la Scozia diventasse indipendente potrebbe formare un’unione monetaria formale con il resto del Regno Unito, nell’interesse di entrambi. (10)
Il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha sostenuto che le unioni monetarie di successo richiedono unioni fiscali, bancarie e alcune cessione di sovranità nazionale. (11)Il ministro del Tesoro e capo di gabinetto del governo di coalizione del Regno Unito, così come il ministro del Tesoro del governo ombra hanno tutti fermamente escluso di entrare in un’unione monetaria con una Scozia indipendente.
LA SECONDA DOMANDA
La seconda domanda che abbiamo posto ai nostri intervistati è stata: “Supponendo che la Scozia diventi un paese indipendente, è d’accordo che la posizione del governo britannico di escludere una unione monetaria sia nell’interesse economico del Regno Unito?”
Hanno risposto trentaquattro gli intervistati e i risultati sono presentati nella tabella 2 qui sotto. I pareri sono molto più equamente divisi rispetto alla prima domanda: il 53 per cento è d’accordo o fortemente d’accordo che escludere una unione monetaria è nell’interesse economico del Regno Unito residuo, mentre il 41 per cento non è d’accordo o è fortemente in disaccordo. Esclusi coloro che non sono né d’accordo né in disaccordo (due intervistati), la quota di quelli che sono d’accordo è del 60 per cento, se ponderato per la fiducia degli intervistati nelle loro risposte. La maggioranza dei nostri esperti ritengono che il Regno Unito stia agendo nel proprio interesse e le risposte rivelano l’incertezza sulla praticabilità di un’unione monetaria fra la Scozia indipendente e il resto del Regno Unito.
Le differenze di vedute tra i nostri esperti dipende in gran parte dalla loro convinzione o meno sulla possibilità che si formi un regime fiscale robusto e credibile a supporto dell’unione monetaria.
Martin Ellison (Oxford) dice che la recente crisi dell’euro mostra come sia difficile creare un’unione monetaria senza l’unione politica, fiscale e bancaria. David Cobham (Heriot-Watt) rileva la difficoltà di trovare un accordo in merito, di fatti i vincoli all’unione monetaria che il Regno Unito potrebbe imporre sarebbero difficilmente accettabili per una Scozia indipendente. Luis Garicano (LSE) ritiene che un impegno di non salvataggio per la Scozia indipendente non sarebbe credibile verso il mondo e il governo scozzese. Pertanto, il Regno Unito finirebbe per subire il peggio dei due mondi: la mancanza di disciplina di mercato e l’azzardo morale.
Altri intervistati ritengono che i contribuenti di ciascuno Stato sovrano potrebbero essere isolati dai rischi dell’altro. Andrew Mountford (Royal Holloway) ritiene che dovrebbe essere possibile mettere a punto tali accordi. Wendy Carlin (UCL) e Simon Wren-Lewis (Oxford) sono del parere che il Regno Unito potrebbe introdurre condizioni che lo isolano dai rischi, anche se potrebbe risultare problematico per la Scozia. Due intervistati, sir Christopher Pissarides (LSE) e John Driffill (Birkbeck), ritengono che l’attuale posizione del Regno Unito è puramente motivata dalla volontà di influenzare il referendum.
Alcuni partecipanti si chiedono se un’unione monetaria è opportuna, a prescindere dai vincoli fiscali. Richard Portes (LBS) osserva che ci sono già abbastanza problemi di eterogeneità regionale quando il comitato di politica monetaria fissa i tassi; Jagjit Chadha (Kent) ritiene che un’unione monetaria abbia senso solo come regime transitorio; George Buckley (Deutsche Bank) ritiene che qualsiasi decisione riguardo alla formazione di un’unione monetaria dovrebbe essere presa attraverso un referendum rivolto agli elettori del Regno Unito.
* La versione inglese dell’articolo è disponibile su www.voxeu.org
(1) Un elenco completo di risposte scritte della giuria di esperti e le informazioni su cui si basano le domande possono essere trovati qui.
(2)La Scozia è una nazione costitutiva del Regno Unito: tutti i dati economici e le proiezioni sono pubblicati dall’Ufficio nazionale di statistica (Ons) se non diversamente specificato.
(3) Misurato dal valore aggiunto lordo pro-capite.
(4) La produttività del lavoro è misurata da valore aggiunto lordo per ora lavorata nel 2011.
(5) Le stime dei conti fiscali della Scozia sono pubblicati in spesa pubblica e delle entrate Scozia (Gers) http://www.scotland.gov.uk/Publications/2014/03/7888/downloads
(6) La ripartizione delle attività off-shore del Regno Unito tra cui giacimenti di petrolio e di gas dipende da quello che sarebbe il confine marittimo concordata di una Scozia indipendente. Il principio linea mediana crea un cosiddetto share ‘geografico’, che GERS rapporto mostra sarebbe destinare 84,2 per cento del relativo gettito fiscale in Scozia.
(7) Definito come il rapporto tra quelli di età 65 anni e oltre, diviso per quelli di età compresa tra i 16 ei 65 anni.
(8) Se la Scozia rimanga all’interno del Regno Unito, la legge Scozia 2012 entrerà in vigore nell’aprile 2016.
(9) Sulla base di Office for Budget Responsibility (OBR) proiezioni del livello del debito lordo alla fine dell’esercizio 2015-16, e supponendo che la Scozia riceve una quota geografica del Pil dal petrolio del Mare del Nord e del gas, e che scozzese ed il resto del PIL del Regno Unito crescono allo stesso ritmo fino all’indipendenza.
(10) Libro bianco del governo scozzese, pagine 110-111http://www.scotland.gov.uk/Publications/2013/11/9348.
(11) Mark Carney,http://www.bankofengland.co.uk/publications/Documents/speeches/2014/speech706.pdf.
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In questo articolo si parla di: ,
ANGUS ARMSTRONGPhD in economia, ha compiuto i suoi studi presso l'Imperial College di Londra, Harvard e il MIT. Direttore di Ricerca Macroeconomica presso il National Institute for Economic and Social Research (Niesr) e Visiting Professor presso l' Imperial College di Londra. E' membro per la Scozia dell'Economic and Social Research Council (Esrc) e del Centre for Macroeconomics. Prima di unirsi al Niesr, è stato Capo dell'Analisi Macroeconomica presso il HM Treasury, coinvolto da vicino nelle misure di stabilità nell'ambito della crisi finanziaria. Precedentemente è stato Capo Economista Asia e Amministratore Delegato di Deutsche Bank. I suoi interessi di ricerca riguardano la macroeconomia, i sistemi finanziari comparati, le crisi finanziarie, la regolazione e gli interventi per l'infanzia.
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FRANCESCO CASELLIE' Professore di Economia presso la London School of Economics. Si è laureato all'Università di Bologna nel 1992 e ha conseguito un Ph.D. ad Harvard nel 1997. E' stato anche ricercatore presso l'Università di Chicago e ad Harvard. E' direttore del Programma Macroeconomico presso il Centre for Economic Performance (Cep), membro del consiglio direttivo della European Economic Association, redattore del Journal of Economic Development e di Economica e direttore della Review of Economic Studies, Ltd. Scrive anche per il Quarterly Journal of Economics, la Review of Economics and Statistics e il Journal of Economic Growth. I suoi interessi di ricerca includono lo sviluppo economico e l'economia politica.
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JAGJIT CHADHAE' Professore di Economia presso la University of Kent.
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WOUTER DEN HAANE' Professore di economia presso la London School of Economics and Political Sciences, direttore del programma del Centre for Economic Policy Research (Cepr) e codirettore del Centre for Macroeconomics. Si è laureato con lode al programma Ma dell'Erasmus University e ha conseguito un Ph.D. presso la Carnegie Mellon University nel 1991. La tesi gli ha guadagnato il Premio Alexander Henderson per l'eccellenza in ambito economico. Dopo il Ph.D. è stato ricercatore presso la University of California a San Diego, dove è poi stato Professore dal 2001 al 2004. All'inizio del 2003 è tornato in Europa ed è diventato Professore di economia alla London Business School. Nel 2006 ha ricevuto a VICI Award ed è diventato Professore di economia presso la University of Amsterdam. E' stato visiting professor presso la University of Rochester e la Wharton School e anche visiting scholar alla Bce, al Board of Governors della Federal Reserve a Washington e in diverse banche regionali della Federal Reserve. I suoi interessi di ricerca riguardano i cicli economici, le frizioni nel mercato finanziario e in quello del lavoro e i metodi numerici per risolvere modelli con un grande numero di agenti eterogenei.
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