venerdì 17 ottobre 2014

Questa intervista vi fa capire come é complessa la realtà.

INTERVISTA

Tito Boeri: "Ecco perché dire no al Tfr in busta paga" 

L'Economista dell'università Bocconi è scettico sulla scelta del governo perché «È sbagliato dissuadere dal risparmio», e scarso «è l’impatto macroeconomico». Della manovra di Renzi dice: «Giusto detassare il lavoro, ma si rivolge a ceto medio e imprese»

DI LUCA SAPPINO
Tito Boeri: Ecco perché dire no al Tfr in busta paga
Non è una buona idea, quella di anticipare il Tfr in busta paga. Almeno non per Tito Boeri, economista della Bocconi che, su lavoce.info, scrive le dieci ragioni per cui dire no. «Dissuadere dall’accantonamento previdenziale, soprattutto per chi ha redditi bassi, mi sembra sbagliato», dice all’Espresso, e per chi dice che è invece giusto che lo Stato non spinga verso il risparmio, e che anzi lo Stato dovrebbe smetterla di fare la “chioccia”, aggiunge: «Se non ci fosse il paternalismo non avremmo neanche i sistemi pensionistici pubblici».
 
Boeri spiega insomma le ragioni per cui dire no all’anticipo del Tfr in busta paga, tra tasse aumentate e l’esigenza di tutelarsi rispetto a pensioni pubbliche «il cui rendimento, in un paese destinato a crescere poco, è destinato ad essere minimo». Poi, se il governo vuole così rilanciare i consumi, più di quanto non sia riuscito con gli 80 euro, attenzione, perché potrebbe non esser così scontato: «Io dubito servirà» prevede Boeri. E innanzitutto perché se «dal punto di visto microenomico è anche giusto che i lavoratori non siano più obbligati a prestare i soldi alle imprese», ma «dal punto di vista macroeconomico» che a gestire i soldi siano i lavoratori e non le imprese rischia di essere «ininfluente».
 

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Il giudizio complessivo sulla manovra del governo è comunque positivo. O almeno, «i titoli sono buoni». Perché poi, guardando meglio, si scopre che «la parte espansiva» sarà meno significativa di quanto annunciato, e che soprattutto, le iniziative, ancora una volta, si rivolgono al ceto medio. A questo, infatti, è destinato «il bonus degli 80 euro, che viene confermato», e alle imprese «l’intervento sull’Irpef»: «Dal punto di vista politico può essere che paghi» continua Boeri, ma «dal punto di visto economico, se l’obiettivo era la domanda, si sarebbe dovuto andare sui redditi più bassi».
 
Attenzione poi alla possibile controindicazione dei contributi sui nuovi contratti: «Possono avere effetti dilazionati nel tempo o addirittura deflattivi, all’inizio» spiega Boeri. Come? «Se l’incentivo scatta tra alcuni mesi», è il ragionamento, «il datore di lavoro potrebbe avere interesse a posticipare un contratto, o un rinnovo, che avrebbe fatto prima».
 
Su lavoce.info ha scritto un post dal titolo: dieci ragioni contro il Tfr in busta paga. Sono confermate?
«Qualche piccola correzione è stata portata, bisogna dirlo. Si è ad esempio rimediando all’asimmetria rispetto a chi aveva già scelto i fondi pensione, che sarebbe stato escluso dalla scelta, ma sono state compiute anche alcune scelte peggiorative, come l’aumento della tassazione del rendimento dei fondi previdenziali che passa dall’11 al 20 per cento, e rappresenta così un forte disincentivo a tenere i soldi dentro, soprattutto per chi ha redditi bassi»
 
Ma è proprio questa, l’idea del governo.
«Capisco che si voglia spingere i consumi, ma attenzione perché non è affatto detto che le somme tolte dai fondi andranno a trasferirsi in consumi. Spesso, infatti, si preferisce tenere queste somme liquide per cautelarsi contro gli imprevisti, e, in ogni caso, non possiamo non pensare al futuro previdenziale dei giovani, che è impossibile da immaginare senza un importante pilastro di previdenza complementare. In un paese che è destinato a crescere poco, se crescerà, il rendimento delle pensioni pubbliche è destinato ad essere minimo: certo bisogna scegliere un fondo garantito, ma negli ultimi anni il rendimento offerto da un fondo pensione è stato del 4,5 per cento, mentre i contributi previdenziali sono stati capitalizzati a un tasso inferiore a un punto percentuale».
 
Tra le criticità, scrive, c’è quella che il Tfr, oggi, è un disincentivo al licenziamento. Accettare di averlo in busta, soprattutto per un nuovo assunto, vuol dire dunque rinunciare a una tutela, dopo aver già rinunciato all’art. 18?
«Sì. Soprattutto in periodo di vincoli di liquidità, come adesso, per le aziende, dover restituire il Tfr, è forte deterrente al licenziamento».
 
Tassando l'anticipo del Tfr con l'aliquota del reddito e non con quella di favore riservata al fondo, ha scritto ancora, «è facile venire accusati di speculare sulla miopia degli italiani per aumentare le entrate». Spetta quindi allo Stato incentivare il risparmio, o, come dicono i più liberisti, lo Stato non deve fare da “chioccia” al lavoratore?
«Se non ci fosse il paternalismo non avremmo neanche i sistemi pensionistici pubblici. In Italia, poi, il grado di consapevolezza finanziaria è molto basso, come certificano i dati PIACC dell'Ocse».
 
Il governo, con il Tfr in busta paga, vuole rilanciare i consumi, anche rispetto all'effetto degli 80 euro, molto ridotto rispetto alle aspettative. Servirà?
«Io dubito. Non sappiamo in quanti sceglieranno questa opzione, e penso che poi, di questi, alcuni tenderanno ad usare le risorse per altre forme di risparmio. A questo si aggiunge una constatazione semplice: i lavoratori con maggiori problemi di liquidità sono nel parasubordinato e questi non hanno nessun Tfr da farsi dare subito».
 
Professore, rispetto al Pil, che differenza fa se i soldi del Tfr li spendono i lavoratori, pagando pegno con l'aliquota più alta, o li spendono le imprese, che, come noto, non tengono fermo il fondo ma lo usano per investimenti?
«Dipende da quelle dei due è maggiormente soggetto a vincoli di liquidità. Nella situazione attuale è una bella lotta... E poi, ripeto, il legislatore aveva deciso che il Tfr dovesse diventare pensione integrativa. Adesso cambia idea bruscamente».
 
Il governo ha anche aumentato la tassazione sul rendimento dei fondi pensione. Il criterio è di considerarla una rendita, passando quindi dall'11 al 20 per cento. È giusto?
«È sbagliato. Si dovrebbe semmai non tassare il versamento, non tassare le rendite, ma tassare la liquidazione, come avviene in molti altri paesi».
 
Senta, nel complesso, come giudica la manovra?
«I titoli sono belli. È  giusto tagliare le tasse sul lavoro, ed è giusto sostenere la domanda. Gli annunci mi convincono, insomma, però se si guarda nel dettaglio, dentro le pieghe, non si possono non avere dubbi. Ad esempio, se lei guarda le tabelle del governo ci sono 3,6 miliardi indicati come “riserve”, messi da parte cioè prevedendo che la Commissione chiederà al governo di cambiare la manovra: l’operazione sarà più contenuta, quindi, soprattutto nella parte espansiva».
 
E poi le coperture sono quasi tutte incerte, i tagli sono tutti da fare, la lotta all'evasione anche...
«E non si considera che alcuni provvedimenti, come quelli sul mercato del lavoro, possono avere effetti dilazionati nel tempo o addirittura deflattivi, all’inizio. Se l’incentivo scatta tra alcuni mesi, il datore di lavoro avrà interesse a posticipare un contratto, o un rinnovo, che avrebbe fatto prima».
 
Ma si poteva fare di più, o diversamente? Stefano Fassina, dalla minoranza Pd, dice che si sarebbe dovuti, con misure una tantum, sforare il 3 per cento di almeno un punto...
«Non è così semplice: sarebbero aumentati gli interessi sul debito. Stare sotto il tre, come ha scelto di fare il governo è giusto, però bisognava curare le singole misure molto meglio».
 
Questa è comunque una manovra che guarda soprattutto al ceto medio e alle imprese, giusto? Pagherà?
«Il bonus degli 80 euro, che viene confermato, ancora una volta si rivolge al ceto medio, sì, e l’intervento sull’Irpef si rivolge alle imprese. Dal punto di vista politico può essere che paghi; dal punto di visto economico, se l’obiettivo era la domanda, si sarebbe dovuto andare sui redditi più bassi, ma in questo caso non sarebbe bastato tagliare le tasse, perché i poveri non pagano le tasse».

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