giovedì 20 febbraio 2014

Riceviamo e pubblichiamo.

L’università negli Stati Uniti

Avere un figlio che sta per fare domanda di ammissione in un’università americana è una storia che vale la pena raccontare. Ci hanno scritto romanzi e film. Ma vi assicuro che viverla, come sempre, è un’altra cosa.
La storia comincia nel penultimo anno di scuola secondaria superiore, che negli Stati Uniti si fa a 16 anni, ma secondo molti parte molto prima. Addirittura dall’asilo o poco più. Percorso scolastico, scelte e voti, sono il lungo filo che gli uffici di ammissione delle università srotolano come una matassa quando arriva la domanda. Non bastano i voti alla maturità. E non bastano i voti in generale. C’è da costruire e presentare un profilo, che deve apparire interessante, diverso, fatto anche delle cose che uno fa fuori dalla scuola: le passioni, gli amici, la famiglia.
C’è un esercito che lavora alle ammissioni fatto di tutors, consiglieri privati, uffici stampa, le scuole stesse e muove a cascata aerei, alberghi, ristoranti e poi tutte le industrie del paese, dall’edilizia alle corporations della Silicon Valley. Nel suo complesso, ogni anno, la domanda di ammissione alle università è il termometro e il motore del paese.
Nelle famiglie se ne parla da quando si è messo da parte il biberon. I genitori nel finesettimana indossano, decenni dopo, ancora la felpa e il cappellino dell’università che hanno frequentato e ogni anno fanno una donazione a quel college, che poi deducono dalle tasse. Se molto ricchi, contribuiscono a far crescere la loro università elettiva con un nuovo corso di laurea, borse di studio, edifici, laboratori, stadi. Se meno ricchi, provano a mettere da parte i soldi dalla nascita del bambino per mandarlo al college. Se ancora meno ricchi, caricheranno i figli di un debito da contrarre con l’università che è oggi arrivato alla stratosferica cifra di oltre un trilione di dollari e che è la prossima bolla, da tempo annunciata, dell’economia americana. Due terzi degli studenti americani si laureano con un debito che sono chiamati a restituire, a rate, nel corso della loro vita lavorativa. Il patto sociale, che teneva con il ciclo economico positivo, oggi scricchiola. Nello stesso tempo cresce la domanda di più istruzione nella crisi, e crescono i costi per entrare nelle università americane.
La grande divisione tra università pubbliche e private, dal punto di vista dei costi, regge solo se siete residenti nello stato in cui si trova l’università pubblica a cui fate domanda. Allora si paga circa la metà – ma è sempre comunque molto – di quanto paga chi viene da fuori. Per l’università ( pubblica ) del Michigan-Ann Arbor, dove sono stato in visita lo scorso finesettimana con famiglia, ci hanno detto, con tanto di diapositiva in assemblea, che i residenti pagheranno 23 mila dollari l’anno (vitto e alloggio compreso, il famoso “food and dorm”) e 56 mila l’anno per quelli come noi che vengono da un altro stato. Moltiplicate la cifra per quattro, gli anni dei corsi di laurea.
Harvard è circa diecimila dollari di più all’anno, e così quasi tutte le private. Che poi sarebbero non profit ma i rettori prendono stipendi da milioni di dollari. Ci sono anche università gratuite, o quasi: si chiamano community colleges ma non li trovate nelle classifiche dei colleges migliori al mondo che le famiglie americane compulsano con angoscia variabile.
E così eccoci al tradizionale “college tour”, il rito a cui in America ci si sottopone alla vigilia dell’ultimo anno di scuola secondaria del rampollo/a. Di media si fa una decina di domande di ammissione (costo 75-100 dollari l’una) e il plico parte in genere poco dopo Natale dell’ultimo anno di scuola, a meno che non si decida di puntare tutto su una sola università e si tenti la lotteria della “early admission”: in quel caso bisogna fare la domanda di iscrizione anticipata, a novembre dell’anno della maturità. E prima di tutto si fa il test, SAT, uguale per tutte le università e i programmi di laurea (diviso in storia, letteratura e matematica). Il SAT dà un punteggio numerico: il massimo non garantisce comunque Harvard, Princeton e Yale, per dire tre delle prime dieci università al mondo. Perché tutti quelli che fanno domanda in queste università hanno già preso il massimo. Ogni università ha una media di punteggio che gli studenti conoscono e che li porta a orientarsi di conseguenza nel fare domanda. La preparazione al test prevede, per chi se lo può permettere, scuole di tutors fatte da ragazzi che hanno preso il massimo in passato e ne hanno fatto un mestiere, transitorio ma ben remunerato.
Tornando alla prima tappa del nostro college tour: dicevo che noi, famiglia con rampollo, siamo andati lo scorso fine settimana in Michigan. Freddo polare, ma questo non c’entra. Tra i 536 mila laureati donatori dell’istituzione ci sono Larry Page, cofondatore di Google, e Lawrence Kasdan, il regista che ha fatto un film glorioso (Il grande freddo) proprio su una riunione di ex alunni dell’università. Ann Arbor, a mezz’ora da Detroit, è una college town tra le più vivaci e belle d’America. Negli anni ’60 anche tra le più coinvolte nei movimenti di protesta contro la guerra in Vietnam.
Per queste visite, che attirano decine di migliaia di famiglie, ci si iscrive online. Una volta arrivati, si viene portati in un auditorium dove per un’oretta ti raccontano storia e meraviglie del college e di come fare domanda di ammissione. Poi, divisi in gruppi, si viene accompagnati da uno studente per un giro che dura un paio d’ore, tra librerie e musei che sembrano Brera e il British Museum, in aule attrezzatissime – nella più grande c’erano 500 monitors Apple tutti occupati – in palestre che sembrano officine per la preparazione di medaglie d’oro alle Olimpiadi. Tutto aperto 24 ore, sette giorni alla settimana.
In una università che accoglie 28 mila studenti e oltre 12 mila postgraduates, ricercatori (masters e PHD) ci hanno raccontato che ci sono lezioni cattedratiche con 250 studenti ma che la maggioranza delle classi sono da 20 studenti e che i professori sono a disposizione online in tempo reale. Elizabeth, che ci ha portato in giro per il campus, era una simpatica ed entusiasta ragazza, capitana della squadra di sci acquatico e che frequenta la famosa scuola di informatica del college.
Michigan è con Berkeley, UCLA di Los Angeles e quelle della North Carolina e della Virginia, tra le migliori università pubbliche d’America. Nel nostro gruppetto di visitatori c’erano anche due famiglie cinesi: questa è la norma ormai in America.
Certo, direte voi, che con quello che si paga ci sta tutto il pacchetto di meraviglie che racconti. Vero. Vi voglio solo aggiungere che le borse di studio nelle università americane sono una cosa reale e che raggiungono più della metà degli studenti che le frequentano. Subito dopo avere spedito la domanda di ammissione, si compila di solito quella per il financial aid (l’aiuto finanziario) che dipende dal reddito familiare. Borse di studio arrivano dal secondo anno anche per i buoni voti. Ho conosciuto studenti italiani in giro per l’America che sono sparsi per piccole e grandi università e ci stanno gratuitamente. Non tanti, mi hanno detto per esempio a Princeton, perché non si sa di questa possibilità e fanno paura le carte da mettere insieme per la domanda. I ricercatori sono molti di più e se vengono presi non pagano, anzi vengono pagati, decentemente.
Se chiedete a me se vale la pena venire in America a fare l’università, direi di provare a farlo dopo la laurea italiana.
Se chiedete a mio figlio capirete che i criteri sono altri dai miei. Ad esempio lui e i suoi amici viaggiano sui siti che vi dicono quali sono le università dove ci si diverte di più, quelle più social. Su questo non so, se non di rimbalzo.
Comunque, college tour appena partito. Prossima tappa, tra due settimane, la North Carolina.

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