venerdì 9 gennaio 2015

Articolo da leggere.



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L’evidenza empirica dimostra che povertà e mancanza di istruzione giocano un ruolo ben piccolo nel trasformare un normale cittadino in un terrorista. Molta più importanza hanno le rivendicazioni geopolitiche e la convinzione che il solo modo per veder riconosciuti i propri diritti passi attraverso il terrorismo. Ma servono anche organizzazioni che sappiano sfruttare in modo razionale il fanatismo degli estremisti. E sono queste che dobbiamo combattere, riducendone la credibilità.
Il mio vecchio compagno di scuola
Tyler Cowen, scrive nella sua recensione al mio ultimo libro, What Makes a Terrorist: Economics and the Roots of Terrorism (Princeton University Press, 2007): “Il mio unico rammarico è che il libro non tiene fede al titolo, ci dice da dove non nasce un terrorista, ma ancora non so da che cosa nasce un terrorista”. Cowan scrive anche che “l’’analisi empirica è di prim’ordine” e che il libro “sfata molti miti sul terrorismo”. Sono pienamente d’accordo con la seconda parte del suo commento, e cercherò quindi di rispondere qui alla prima parte.
La povertà non c’entra
In primo luogo, potrei dire a mia difesa che il titolo del libro è stato suggerito dall’’editore: in un primo tempo avevo pensato di intitolarlo Enlisting Social Science in the War on Terrorism, una sorta di appello a utilizzare e produrre analisi empirica nella lotta al terrorismo, alla fine, però, ho preferito il più efficace titolo proposto dall’’editore. E dunque, come difesa, non è granché.
Meglio dire allora che è più facile eliminare alcune cause piuttosto che identificare un piccolo insieme di fattori che inducono un normale cittadino a trasformarsi in un terrorista. Come Cowan ha scritto, il mio libro stabilisce che “se si guarda ai dati, non è la povertà a generare il terrorismo”. Inoltre, mostro come sia più probabile che i terroristi arrivino dalle fila delle persone più istruite piuttosto che da quelle masse ignoranti e non scolarizzate. E ho trovato ben poca evidenza empirica a supporto della tesi che il terrorismo sia più diffuso nelle nazioni di religione musulmana, o nei paesi caratterizzati da un basso Pil pro-capite e un’alta mortalità infantile.
In terzo luogo, tutti questi risultati “nulli” in realtà ci dicono molto sul fenomeno terrorismo e su che cosa determina la nascita di un terrorista. La mia tesi è che i terroristi sono in primo luogo “guidati da rivendicazioni geopolitiche”. (1) Divengono fanatici pronti a sacrificare civili innocenti (e qualche volta, sé stessi) perché desiderano ardentemente perseguire quella rivendicazione, reale o presunta, e perché vedono nel terrorismo il modo migliore, o l’unico, per farlo.
Nel libro sostengo anche che è più probabile che i terroristi provengano da società che vietano le libertà civili e i diritti politici, come la libertà di espressione e il diritto a riunirsi. E la mia tesi è suffragata dall’analisi dei dati sui paesi di origine dei terroristi e sui paesi colpiti. (2)
L’analisi dei risultati empirici dei diversi paesi suggerisce che le persone cresciute in società che hanno una scarsa tradizione in fatto di mezzi di protesta pacifici hanno più probabilità di diventare terroristi quando cercano di perseguire un’agenda geopolitica.
Rivendicazioni di ogni tipo
In un lavoro sullo stesso argomento, Laurence Iannaccone sostiene che le ragioni che spingono le persone a rivendicazioni geopolitiche sono molte e disparate: alcune sono nazionalistiche, altre territoriali, altre ancora religiose o ambientali, e così via. Probabilmente è per questo che povertà, educazione e gli altri “soliti sospetti” sono così poco utili nel predire la partecipazione al terrorismo: non esiste un modello di rivendicazione né un modello del profilo del terrorista. Probabilmente, in tutte le popolazioni abbastanza grandi, ci sono estremisti pronti a immolarsi per una qualche causa. Ed è per questo che l’’offerta di terroristi è abbastanza elastica: anche se si elimina una presunta causa di rivendicazione, ci saranno sempre molti altri pronti a perseguirne altre con mezzi violenti.
La “risorsa” finita è il numero di organizzazioni terroristiche capaci di spingere gli estremisti a compiere i loro atroci atti di terrorismo. La mia tesi è che in questi contesti la strategia migliore è prendere di mira non tanto l’’offerta di possibili terroristi, quanto le organizzazioni terroristiche, colpendone la credibilità e rispondendo alle loro rivendicazioni, se giuste.
Il terrorismo non è un atto casuale e imprevedibile eseguito da persone psicologicamente disturbate. Lo psicologo Arial Merari ha studiato i terroristi palestinesi coinvolti in attentati falliti e la sua conclusione è che difficilmente si possono definire anormali sotto il profilo psicologico. Mentre la tempistica degli attacchi terroristici indica che spesso li si sceglie per ottenere il massimo impatto politico e mediatico. E dunque le organizzazioni terroristiche dispiegano in un certo senso razionalmente i terroristi, nel modo più utile per raggiungere i propri fini.
Quando nasce il terrorista
Ecco quando nasce il terrorista: quando qualcuno persegue con dedizione fanatica una rivendicazione e ha la convinzione che non esistano alternative diverse dal terrorismo per perseguire quella rivendicazione. E quando un’’organizzazione terroristica, o una cellula, è pronta a utilizzare il potenziale terrorista. È una spiegazione che nel libro è sviluppata in modo più ampio.
Povertà e mancanza di istruzione – le spiegazioni spesso indicate dai politici, compresi George Bush, Al Gore e Tony Blair – non giocano invece nessun ruolo. Anzi, l’’istruzione può determinare un effetto opposto a quello che molti si aspettano perché le persone più istruite hanno più probabilità di impegnarsi in politica e hanno più probabilità di avere convinzioni ben definite.
Una migliore istruzione fa cose meravigliose per un paese e per il suo popolo, ma non penso che dall’’evidenza empirica si ricavi che ciò è sufficiente a determinare un perfetto accordo sociale. Se dobbiamo combattere il terrorismo anche attraverso l’’educazione, è mia opinione che dobbiamo concentrarci di più sui suoi contenuti e non solo su un generico ampliamento della scolarizzazione.
Molti guardano al terrorismo nello stesso modo in cui gli economisti costruiscono il modello delle attività criminali: le persone con un basso costo-opportunità e poche opportunità legittime sono quelle che più facilmente saranno coinvolte in delitti contro la proprietà. Ed è un modello che nella pratica funziona bene.
Ma nel mio libro sostengo che l’’analogia migliore per il terrorismo non è l’’attività criminale, ma il voto: le persone che hanno a cuore un tema tendono a votare, anche se il loro tempo ha un costo-opportunità più alto rispetto a coloro che non votano. I terroristi e le organizzazioni che li utilizzano, vogliono fare una dichiarazione politica. Da che cosa nasce un terrorista dipende quindi dalle rivendicazioni politiche che i terroristi e le loro organizzazioni perseguono e dalle alternative al terrorismo che per conseguirle esistono. È questo il punto di vista sul terrorismo proposto dal mio libro.

(1)
 Vedi ad esempio pagina 51 del libro.
(2) I dati utilizzati si possono trovare sul mio sito web. Si riferiscono alle biografie di 129 Hezbollah uccisi in azione, a sondaggi d’opinione in Giordania, Pakistan, Libano e Turchia e sulla striscia di Gaza. Sempre sul sito si trovano i dati sui paesi d’’origine dei ribelli stranieri catturati in Iraq. Le informazioni sulle ore del giorno in cui avvengono gli attacchi terroristici (più spesso di mattina) sono del National Counterterrorism Center. Infine ho utilizzato evidenza indiretta, tratta da altri studi.

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