martedì 15 settembre 2015

Tutta colpa di Prodi che ha buttato dentro la UE paesi che non avevano una sufficiente cultura della legalità.

Rifugiati, ha vinto Orban: niente accordo sulle quote obbligatorie

Se ne riparlerà a ottobre. Pesa il veto di Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia. Triplicati i fondi per le missioni di salvataggio in mare
Viktor Orban (THIERRY CHARLIER/AFP/Getty Images)

Il premier ungherese Viktor Orban (THIERRY CHARLIER/AFP/Getty Images)

   
40.000 rifugiati arrivati in Italia e Grecia dall'inizio del 2015 saranno ridistribuiti da oggi in altri ventidue Paesi europei. Dai ministri dell'interno Ue arriva l'ok alla prima proposta avanzata dalla Commissione a maggio. La seconda relativa agli altri 120.000 sarà analizzata dalle cancellerie e dal Parlamento europeo. Una vittoria a metà per Bruxelles, che ancora volta si trova davanti il muro dell'impossibilità di arrivare a decisioni unanimi su temi delicati come l'immigrazione. Ma soprattutto una vittoria - un po' più che a metà per il blocco dell'Est formato da Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia - che si era speso contro l'obbligatorietà delle cosiddette quote nelle ultime settimane di lavoro. 
 
La discussione sull'introduzione delle quote di ridistribuzione, posticipata ai primi di ottobre rappresenta però soltanto un punto dell'agenda sull'immigrazione presentata dalla Commissione a maggio. Tutti gli altri sono stati approvati: fondi triplicati alle missioni Triton, Poseidon e Frontex per il controllo e il salvataggio in mare hanno ridotto il numero dei naufragi, salvando migliaia di vite umane. Con l'approvazione del sistema di ricollocamento di 20.000 rifugiati da Paesi terzi, della ridistribuzione di altri 40.000 arrivati già nell'Ue e della seconda fase dell'operazione navale anti trafficanti di fatto l'agenda della Commissione Ue è stata approvata quasi interamente.
 
Mentre nella capitale belga i ventotto ministri europei dell'interno provavano a trovare un accordo sulle cifre dei rifugiati da dividersi, Budapest stava ultimando il muro anti immigrati 
 
I problemi e le resistenze rimangono numerosi: del resto, mentre nella capitale belga i ventotto ministri europei dell'interno provavano a trovare un accordo sulle cifre dei rifugiati da dividersi, Budapest stava ultimando il muro anti immigrati al confine con la Serbia. Sempre Budapest, in prima linea nell'accoglienza dei migranti che dalla Turchia attraverso i Balcani Occidentali sognano l'Europa, sperimenterà da oggi i risultati delle leggi speciali, con l'esercito inviato al confine con la Serbia e l'introduzione del carcere fino a tre anni per chi prova a entrare nel Paese in modo illegale. 
 
Non c'è soltanto Viktor Orban, però. Certo, da settimane è il volto dell'anti eroe comunitario. Fermo sulle sue posizioni, ha più volte apertamente sfidato la politica dei palazzi europei respingendo consigli e compromessi. Ma non è il solo. Dieci giorni fa, esattamente nel week end che precedeva il primo discorso di Juncker sullo stato dell'Unione, da Praga è arrivata scritta nero su bianco la cosiddetta dichiarazione congiunta del Gruppo di Visegrad. Sigla che riunisce al suo interno gli esecutivi di quattro Paesi: Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia.
 
È il cosiddetto blocco dell'Est. Un blocco che da marginale rispetto all'asse storico franco-tedesco va in realtà acquistando potere, e soprattutto consapevolezza, 
 
È il cosiddetto blocco dell'Est. Un blocco che da marginale rispetto all'asse storico franco-tedesco va in realtà acquistando potere, e soprattutto consapevolezza, col passare dei mesi.. Finiti i tempi, insomma, dell'Est europeo sottomesso e timido al motore franco-tedesco. Da est è anche partita in queste settimane di emergenza rifugiati lungo la tratta Balcanica la prima grande sfida all'area Schengen. Tra gli ultimi a esserne entrati a farne parte, i Paesi dell'Est europeo sono a oggi anche quelli che hanno levato minacce velate alla reintroduzione dei controlli alle frontiere tra Stati. Controlli, che da regolamento sarebbero concessi soltanto per un massimo di 30 giorni e in caso di reali minacce alla sicurezza di un Paese. Condizione questa al momento non provata. La tentazione di mettere le mani su Schengen, del resto, è trasversale oggi in Europa e viene usata spesso da alcuni governi come arma di ricatto contro Bruxelles. 
 
Ciò che più emerge, in definitiva, è la prevalenza, ancora una volta, della logica di emergenza. Così come quella dei rimpatri, su cui tutti gli Stati membri si sono trovati d'accordo. Bruxelles chiede la velocizzazione delle procedure di rimpatrio una volta riscontrata la mancata idoneità delle richieste d'asilo. Per farlo, servono accordi con i Paesi terzi ai quali la diplomazia europea sta lavorando alacremente. Crea perplessità anche l'annuncio della lista dei cosiddetti Paesi sicuri, quelli cioè da cui non saranno accettate le richieste di asilo. Ne è esclusa al momento la Turchia a causa del riaccendersi delle tensioni con il Pkk, ma non ad esempio i Balcani. Verso questi ultimi, Bruxelles ha annunciato un'accelerazione delle pratiche per l'allargamento dell’Unione. Di fatto, però, i cittadini di Albania, Montenegro, Serbia vedono ristringersi le possibilità di potersi trasferire in Europa alla ricerca di un livello di vita migliore. 

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