mercoledì 16 settembre 2015

Questo è quello che i leghisti definiscono un paese civile. E vorrebbero che noi facessimo ad imitazione.

Spettri ungheresi di ieri e di oggi: perché Viktor Orban va fermato

Europa
epa04930473 Hungarian soldiers erect a fence after closing the border line between Serbia and Hungary in Roszke, some 180 kilometers southeast from Budapest, Hungary, 14 September 2015. Hungary has sealed the last gap in the barricade along its border with Serbia, closing the passage to thousands of refugees and migrants still waiting on the other side. The crossing at Roszke on the Hungarian side has been closed off with barbed wire, after Hungary hurriedly completed the fence along the 175-kilometre border with Serbia.  EPA/BALAZS MOHAI HUNGARY OUT
Un paese sempre timoroso di aprirsi agli altri appoggia la politica nazionalistica e anti-immigrati di un primo ministro che sente la concorrenza dei neonazisti
E pensare che sul parlamento di Budapest la notte brilla una luce che vista dalla collina di Buda suggerisce a chi la guardi la fierezza di un popolo così lontano e così vicino, gli ungheresi. Ebbene, ora quella luce si è offuscata, anzi, metaforicamnte è come se non si vedesse più, nascosta dal muro di Orban contro gli immigrati e dalla politica di costui, una politica con la faccia cattiva dei poliziotti che menano, arrestano, braccano.
Che sta succedendo in Ungheria? Che cos’è diventata – o magari è sempre stata – la terra magiara, la Magyarország, come si chiama nella sua incomprensibile lingua? La verde Ungheria – la pianura della Pannonica – è (ri)diventata buia, come nei tempi peggiori. Per noi che vediamo in tv l’infamia di quello sgambetto di quella disgraziata cronista razzista, “Ungheria” è diventata una parola angosciante.
Accade lì tutto il contrario di quello che pensiamo qui, al di qua di una cortina di ferro che si sta rialzando, contro le previsioni e contro le speranze del 1989, e, forse precipitosamente, si giurò che l’Europa tornava una e una sola.
Un muro è come un filo spinato, solo pieno e più alto, fa meno paura forse ma è più triste ancora. Anzi, Orban l’ha fatto proprio di filo spinato, tanto per evocare meglio i campi dell’Olocausto. Non è il simbolo dell’arroganza ma della paura, proprio come quella dei comunisti della Ddr che temevano il contagio della libertà occidentale. Ma il Muro di Berlino venne eretto addirittura 54 anni fa, quando i genitori di Viktor Orban erano bambini ignari nella cupa Ungheria del dopo-’56. Un certo giorno di novembre, lo scavalcarono tutti, e anche questo di filo spinato, ci passano sotto. Inutili muri.
Già, il  muro di Orban: pare il titolo di un romanzo di un grande scrittore ungherese che ha avuto fortuna postuma anche in Italia, quel Sandor Marai autore di capolavori come Le braci, Divorzio a Buda, Il gabbiano.
E però non è un romanzo ma bruttissima realtà, questa opera di un premier che sembra un mezzo pazzo e banalmente è una specie di fascista 2.0, lontanissimo nipotino di una lunga genìa di bei reazionari: Horthy, dopo la Prima guerra mondiale. Rakosi, dopo la Seconda. Kadar, il capo del socialismo al goulash degli anni Sessanta e Settanta (e non era nemmeno il peggiore, pensiamo a Ceaucescu, a Honecker, a Husak, a Jivkov).
Il comunismo a Budapest non era il comunismo di Mosca, di Bucarest, di Volgograd, di Sofia. Kadar un po’ di libertà la lasciava, per esempio agli intellettuali. Però nulla in Ungheria è mai stato come nelle altri parti del mondo. Un’isola, e non troppo felice.
La storia dell’Ungheria ha una tinta pittosto fosca, appena squarciata dal bagliore del 1956, subitaneamente represso. Ancora un lampo di speranza nell’89, col disperato tentativo degli ex comunisti di sciacquare i panni nel socialismo democratico (come se togliere la “o” dalla sigla Posu – il partito operaio, cioè comunista, ungherese – facendola diventare Psu – partito socialista ungherese – potesse bastare), e poi via di nuovo la crescita della Fidesz, partito di destra, e addirittura dei neonazisti di Jobbik, antisemiti, violenti, furbi. E forti del consenso (sono sul 20%). Ma qui tocchiamo un punto nevralgico, appunto quello del consenso.
Gli ungheresi sono un popolo particolare. Non fanno parte del grande mondo slavo, né di quello latino. Hanno una lingua unica, di ceppo ungro-finnico. Una storia lunghissima di dominazioni, divisioni, pericoli. Non sono mai stati troppo amalgamabili – se non nelle élites letterarie – con la storia asburgica, eppure il connubio è durato tantissimo. Hanno sempre odiato i russi – e la rivolta del ’56 ha anche la componente della rivalsa verso l’Impero di Mosca. Sono tradizionalmente nazionalisti.
Questa miscela di tradizionalismo, nazionalismo, chiusura in se stessi, paura se non avversione perl’altro, anche questa volta ha soverchiato l’intelligenza, la cultura, la vivacità intellettuale delle élitesDei grandi intellettuali marxisti, o eretici del marxismo – i Fejto, per non dire dei Lukacs o degli Hegedus, mentre dopo secoli i giornali vanno a risentire la grande Agnes Heller, tutto sommato rimane poco, e anche il cinema difficile e introspettivo di Jancso e Szabo (il premio Oscar a Mephisto) non sappiamo bene che fine abbia fatto (un tempo le rassegne di cinema ungherese ai cineclub erano un prezzo da pagare),  per fortuna il bagliore letterario sopravvive ancora con il premio Nobel Imre Kertesz e altri romanzieri che sono venuti alla ribalta negli utlimi tempi.
E però, sopraggiunta la crisi economica, gli ungheresi hanno visto spalancarsi l’incubo della perdita del relativo benessere di questi anni e soprattutto della propria identità. L’Unione Europea? E che cos’è? Bruxelles, una nuova Mosca, o anche solo una nuova Vienna: noi sgobbiamo e loro si divertono, loro, siano essi gli Asburgo, Stalin, la Merkel. Per questo gli ungheresi votano Orban. E i più duri, Jobbik. Infatti fra le due formazioni è in atto una competiton pesante, un rincorresi a chi la spara più grossa. Lo ha notato uno dei migliosi conoscitori di cose dell’est europeo, Matteo Tacconi.
E respingono i profughi per respingere tutto quanto, Bruxelles, Berlino, Mosca. Fra poco – o già ci siamo? – torneranno ad aggirarsi gli spettri antisemiti, perché  è sempre finita così. Finirà col potere ai militari e ai poliziotti, perché è sempre finita così. Per difendere una specie di purezza magiara – detta così è pesante, ma non è scorretto.
E’ vero: Orban ha consenso. Lo votano perché hanno paura. Ma basta per porlo al riparo del giudizio della civilità dell’Europa? Lui è l’espressione e al tempo stesso la causa della nuova decadenza ungherese.
Non si può essere indulgenti con uno così: l’Europa dovrebbe prendere provvedimenti. E non è scritto da nessuna parte che si debba essere indulgenti con tutto un popolo. Non siamo più nel clima del Romanticismo ottocentesco. Siamo nel Duemila. Con gli strumenti del XXI secolo, a 70 anni dalla vittoria sul nazismo, allora sì, l’Occidente dovrebbe prendere posizione. E sanzionare.
Sapere oggi l’Ungheria autoreclusasi dall’Europa è una fitta al cuore, di cui gli attuali governanti di Budapest portano la responsabilità e di cui, speriamo, prima o poi pagheranno il prezzo.

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