sabato 29 agosto 2015

Un grande regista statunitense parla dell'Italia. E io concordo.

Abel Ferrara: «Italia, il tuo cinema muore»

Abel Ferrara a ruota libera. Critica il nostro Paese: «Ha perso identità». Ricorda Pasolini: «Un innovatore». Parla di film, religione, morte. L'intervista a L43.

29 Agosto 2015Share on facebook
In Italia lavora e vive. L'Italia - lui, figlio dell'Irpinia - ce l'ha nel sangue.
Ma quando si tratta di cinema, nelle parole di Abel Ferrara, non c'è spazio per i sentimentalismi.
A un personaggio simbolo del nostro patrimonio culturale, il regista nativo del Bronx ha dedicato anche una pellicola: Pasolini.
Eppure, per realizzarla, «ho dovuto prendere i soldi in Francia».
«IN ITALIA IL CINEMA NON INTERESSA». Per i registi, affermati o meno, lo Stivale è terra ostile. E il motivo, per Ferrara, risiede nella lenta ma inesorabile disaffezione dei cittadini nei confronti del cinema: «La distribuzione non c'entra, la colpa è vostra», racconta a Lettera43.it. «Quando vado in Francia, in Polonia o comunque all’estero, vedo tantissima gente che continua ad andare al cinema. Se in Italia ci fosse un interesse chiaro delle persone per un film, le distribuzioni non potrebbero non lavorare per offrire una proposta adeguata».
LO SPIRITO PERDUTO DI PASOLINI. La chiave, prosegue il regista, sta nel ritrovare lo spirito perduto.
Quello che animava, per esempio, lo stesso Pasolini: «Era coinvolto anima e corpo in tutti i processi culturali e sociali del suo Paese, non solo le esperienze intellettuali», dice Ferrara. «In quell'Italia c’era un senso di comunità che deve essere necessariamente ricreato se vogliamo uscire da questa situazione di stallo».

  • Il regista statunitense Abel Ferrara. © Getty

DOMANDA. Su Pasolini lei ha appena fatto un film. Alla proiezione, la sala del Teatro Carlo Gesualdo di Avellino era piena in ogni ordine di posto. Una bella soddisfazione...
RISPOSTA. Questa è la mia vera casa. La mia famiglia viene dalla Campania, da Sarno (provincia di Salerno, ndr), a due passi da qui. I Ferrara sono campani da non so quante generazioni, mio nonno Matteo era qui nell’800. Potete capire l’emozione.
D. Da regista di respiro internazionale, come valuta il rapporto tra il cinema e gli italiani, anche alla luce del calo costante dell'affluenza in sala (-8% sul 2014, dati Anica-Mibact)?
R. Vivo a Roma da un anno e mezzo ma sono 10 anni che lavoro in Italia. Se c’è una cosa di cui mi sono accorto è che ci sono troppe persone che non amano affatto andare al cinema. Soprattutto a Roma molte sale stanno chiudendo, così come molte esperienze comuni nell’ambito cinematografico vengono costantemente ostacolate.
D. Quali sono le cause secondo lei?
R. Onestamente non ne ho la più pallida idea. Voi siete italiani, ditemelo voi. Quando vado in Francia, in Polonia o comunque all’estero, vedo tantissima gente che continua ad andare al cinema. Soltanto in Italia è evidente questo disinteresse per i film. Perciò forza, dai, ditemi il perché di questo vostro disinteresse, datemi voi una risposta.
D. Forse perché qui la televisione ha un potere troppo forte.
R. Già, la televisione…
D. E non esiste più un concetto vero di cultura. Per non parlare, poi, di certe distribuzioni...
R. Se ci fosse un interesse forte e chiaro delle persone verso certi film, le distribuzioni non potrebbero non lavorare per offrire una proposta adeguata. Qui c’è proprio un disinteresse verso la sala. Non è colpa dei distributori, è colpa della gente, è colpa vostra.
D. Il suo film, almeno, ha ricevuto un'accoglienza caldissima...
R.
 È fantastico vedere tutte quelle persone riempire una sala intera in una città come questa. In quelle persone vedi l’energia di Pier Paolo (Pasolini, ndr), di Marino (Camillo, il fondatore del Laceno d’Oro, ndr).
D. In che senso?
R. Pasolini non si limitava a partecipare ai festival e agli eventi culturali ma aiutava a fondarli. Era coinvolto anima e corpo in tutti i processi culturali e sociali del suo Paese, non solo le esperienze intellettuali. In questo momento è veramente difficile riuscire a fare film in Italia, non soltanto per me ma anche per tutti quelli che conosco – per me veri e propri fratelli e sorelle. Per fare Pasolini qui in Italia ho dovuto prendere i soldi dalla Francia.

  • Il trailer di Pasolini, di Abel Ferrara,

D. Era più semplice fare cinema nell'Italia degli Anni 60 e 70?
R. Ha idea di quanto dovette essere difficile per Pasolini fare un film come il Decameron in quell’Italia lì? Ma dopo la fine di due guerre, del fascismo e di tutto quello che c’è stato, gli autori del Neorealismo riuscirono a creare addirittura una nuova forma di cinema. De Sica, Antonioni, poi Fellini crearono un forte senso di comunità coinvolgendo chiunque nella creazione di qualcosa di nuovo. Tutti quei film non sono mica venuti fuori dal nulla.
D. Quale fu il fattore determinante?
R. C’era un senso di comunità che deve essere necessariamente ricreato se vogliamo uscire da questa situazione di stallo. Ci sono molti bravi registi e molti buoni attori, c’è del fermento che può permettere di tornare a quella concezione di urgenza che ha fatto grande il Neorealismo. In Francia il 10% del costo del biglietto viene rimesso in circolo per il finanziamento dei film. Perché qui non si sfrutta una cosa del genere? Ormai si può fare un film anche solo con un telefonino. Non ci sono scuse.
D. Qual è il compito primario di un regista?
R. Noi siamo tra gli ultimi veri narratori. In quello che facciamo, ciò che importa è esprimere se stessi essendo presenti nel mondo, tirare fuori tutto quello che si ha dentro nella maniera migliore e quanto più positiva possibile per le persone alle quali ci si rivolge.
D. In questo periodo sta lavorando ad altri progetti che riguardano in qualche modo l’Italia?
R. Sto lavorando a un film su Padre Pio. Dovrei riuscire a fare prima un documentario e poi anche un film di fiction. Per il ruolo di protagonista non mi dispiacerebbe Elio Germano ma, per come la vedo, potrei anche mettermi io a recitare la parte di Padre Pio da vecchio.
D. A proposito di Chiesa. Cosa vuol dire essere religiosi al giorno d’oggi?
R. Sono cresciuto in maniera cattolica ma adesso sono buddista. La religione è compassione. Spiritualità vuol dire cercare di raggiungere e comprendere questioni molto importanti come la libertà, l’apertura mentale e tutte quelle cose che un uomo non ha dentro di sé dalla nascita ma che può raggiungere lavorando assiduamente su se stesso.
D. Nel suo ultimo film viene sottolineato il fatto che la fine – quella vera, cioè quella interiore – non esiste. Qual è il suo rapporto con la morte?
R. Quando avevo 30 anni pensavo che non sarei mai arrivato a 60. Ma a chi vuoi che importi una cosa del genere quando sai che lo spirito non muore? Il corpo invecchia ma non c’è morte per lo spirito, per l’anima. Tutte le cose – i corpi, i palazzi, le città – sono destinate a svanire, ma lo spirito sopravvive a tutte le caducità e continua a parlare per secoli e millenni.
D. Un po’ in tutto il suo cinema, uno dei temi principali è la dolorosa ricerca di redenzione da parte dell’individuo. Ma perché dopo la redenzione viene sempre la morte?
R. (Ci pensa a lungo) È una gran bella domanda… non so, forse perché…no, è una cosa troppo grossa, al momento. Dovrei rifletterci su.
D. Magari più in là avremo modo di riparlarne...
R. Perché no?

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