sabato 14 dicembre 2013

Da leggere con molta attenzione.

FORCONI E SALOTTI TV

Il format della rivoluzione

Cinismo e rabbia cieca rivelano un Paese a metà tra la grande nazione e la periferia sbandata
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Solo in Italia la rivoluzione e il tumulto sono diventati un format televisivo e solo in Italia un comico televisivo poteva diventare un arruffapopoli e trasformare il motto Liberté Egalité Fraternité, che condensa in tre parole il pensiero illuminista, in una battuta da film umoristico di serie B, da cinepanettone dei fratelli Vanzina.
Grillo dice “Vaffanculo” e pensa d’aver coperto l’intero dizionario: “ladri di stato”, “partitocrazia”, “regime”, “gattopardi mafiosi”. Ese dieci anni fa Stefano Benni avesse dedicato uno dei suoi ironici racconti all’Italia del futuro, descrivendo un paese esagitato da forconi e comici in Parlamento, con Berlusconi quasi ottantenne che parla di rivoluzione, un’Italia dove ogni trasmissione televisiva vanta un suo collegamento in diretta con la piazza della Bastiglia, forse avremmo riso, increduli e divertiti. Eppure “adesso datemi la piazza”, con l’indice rivolto a un giornalista intabarrato di fronte a una fabbrichetta occupata, a un blocco stradale di trattori agricoli, è la frase ricorrente di Paolo Del Debbio, di Michele Santoro e di Luigi Paragone, un po’ come Gianfranco Funari, un tempo, diceva “réclame”.

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Nella nazione europea con la più alta densità di parabole televisive e telefonini cellulari per abitante, si fa inflazione di parole come “colpo di stato”,“rivoluzione”, “rivolta”, si invita la polizia a non difendere le istituzioni, si addita la magistratura come golpista, gli avversari politici come nemici e affamatori del popolo. Ma senza che tutto ciò abbia – per adesso e per fortuna – nessun effetto se non quello che nell’arte comica si chiama incorporo di materiale psogos, di derisione rituale.
A forza di dire “vaffanculo”, “golpisti”, “forconi”, la parola stessa perde significato, si fa neutra, ma orribile codice condiviso in un paese pecoreccio. La rivoluzione non c’è, ma il codice impazzito ci degrada. Così gli italiani guardano la televisione, allocchiti si arrabbiano e si spaventano, abituati come sono a patacche e pataccari un po’ ci credono e un po’ no, ma comunque si assuefanno a una grammatica fuori controllo che ha liberalizzato il turpiloquio, l’insulto violento e l’invettiva personale come fossero veraci manifestazioni di libertà e non segnali d’imbarbarimento civile. E dunque per qualche voto in più, e per qualche punto di share in più, pare che adesso in Italia sia esplosa la rivoluzione, e noi, poveri spettatori, ancora non sappiamo cosa metterci.
Ma la crisi esiste davvero, il Pil si è contratto, c’è da rimboccarsi le maniche, da lavorare di più. E molte persone sono in difficoltà, come in altri paesi d’Europa, come in Spagna, come in Irlanda, come in Portogallo e come in Francia. Eppure solo in Italia, che non ha vissuto i licenziamenti di massa nel settore pubblico come in Grecia – quella sì che è tragedia – si agita la rivoluzione catodica. Si ruttano insulti autoassolutivi, in un paese che avrebbe invece bisogno, più che di vaffanculi, di riforme.
Danilo Calvani immortalato mercoledì 11 a bordo di una Jaguar

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Secondo tutte le statistiche l’Italia ha una ricchezza privata (familiare) superiore a quella dei tedeschi e dei giapponesi. Gli italiani, che pure sono in crisi, se la passano meglio dei loro vicini meridionali, sono proprietari delle loro case e sono poco o per nulla indebitati con le banche. Eppure solo nel nostro paese si fa una parodia televisiva e sguaiata della sommossa popolare, del dramma sociale di massa, del tumulto per il pane.
Luigi Paragone, ex direttore della Padania, armato di chitarra, conduce ben pagato sulla Rai un programma tragicamente chiamato “La Gabbia”, dove si affetta un linguaggio popolare, e dove politici stupidamente narcisi si fanno mettere in mezzo e provano il masochistico piacere d’essere insultati dal primo che passa. L’altro giorno Paragone ha dedicato una canzone al popolo rivoltoso, “un saluto all’Italia che si ribella e fa bene”. Per qualche punto di share in più, come Berlusconi e come Grillo, corrivo con il linguaggio violento, anche Paragone manda in onda la rivoluzione all’italiana, una versione fasulla, macchiettistica, tarocca e cinica della sofferenza e della rivolta vere.
E insomma in Italia la rivoluzione esplode in soggiorno davanti agli schermi al plasma, si combatte sdraiati sul divano lanciando anonimi insulti su Twitter e masticando la cena, una mano sulla forchetta e l’altra sul telefonino, con capi tumulto scarrozzati in Jaguar verso manifestazioni che diventano “oceaniche”, “ferro e fuoco”, “città sotto assedio”, “urlo di dolore dell’Italia in crisi” soltanto nei titoli dei telegiornali.
A metà fra la Grecia e la Francia, un po’ grandeur industriale e un po’ arretratezza contadina, un po’ Forconi e un po’ Fiat, un po’ Dante e un po’ Alvaro Vitali, l’Italia, ricca ma povera, è ancora l’inafferrabile paese degli ossimori, delle stranezze, delle imprendibili contraddizioni, dell’imperialismo straccione di Mussolini e del partito di lotta e di governo di Berlinguer.
Siamo sempre in bilico e la commedia della rivoluzione ci rivela: una via di mezzo tra la grande nazione e la periferia sbandata, tra il paese colto e quello plebeo, sospesi tra l’imbarbarimento civile e un’ipotesi di riscatto.

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