mercoledì 4 novembre 2015

I grillini mancano di cultura politica.

Odiano gli istituti di credito, ma col Fondo di garanzia per le Pmi fanno un regalo anche a Mps e Banca Etruria. E si incartano nella guerra degli scontrini.

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04 Novembre 2015
Chi di scontrini ferisce, di scontrini perisce. O quantomeno, esce accartocciato. E anche le attestazioni di coerenza e di superiorità morale alla fine possono rivelarsi un boomerang.
L'ultimo caso M5s riguarda proprio la restituzione dei famigerati rimborsi, pubblicati sul sito 5 stelle Tirendiconto.it, e finiti sul Corriere. Incrociando i dati emerge che alcuni 'cittadini' nei primi cinque mesi del 2015 hanno versato 0 euro della diaria. Non per cattiva volontà, ma perché spesa interamente.
RESTITUIRE SÌ, MA A CHI? Ma dove vanno a finire le eccedenze, gli euro non spesi?
In parte, come è noto, al Fondo governativo per la Garanzia delle pmi e per il microcredito. E questo potrebbe scoperchiare ben altre incoerenze in casa 5 stelle.
Se infatti con una mano Beppe Grillo sculaccia le banche, dall'altra così facendo strizza loro un occhio (anche se indirettamente) visto che a gestirlo sono proprio le banche - comprese Mps e Banca Etruria - i confidi e le società di leasing.

L'ex M5s Mucci: «Chiedevano gli scontrini a Marino. E i loro?»

Il caso rimborsi ha investito alcuni parlamentari che hanno 'bruciato' interamente la diaria, senza restituire alcunché.
Qualche nome? Federica Dieni, che raggiunta da Lettera43.it, rimanda al sito senza commentare. O Maria Edera Spadoni che però al momento si trova in Finlandia per lavoro e, spiega, «non è sul pezzo». Anche se fa notare come le assenze dall'Aula per motivi disciplinari - per aver gridato «onestà, onestà», per esempio - pesino sulla diaria. E non poco. Ma anche Daniele Del Grosso e Claudia Mannino.
SPESE AUTOCERTIFICATE. Vero, tutte le spese sostenute - dai taxi all'ingresso in zona Ztl (vedasi Roberta Lombardi) - sono scritte nero su bianco. Ma, a essere precisi, come fa notare l'ex pentastellata Mara Mucci, «di scontrini non ce ne sono». Come, si chiede la deputata, «per Marino li hanno chiesti, mentre loro non li fanno vedere e non li pubblicano?». Il punto è «che si va sulla fiducia».
Il dubbio è che la restituzione dei rimborsi sia in realtà «un'operazione di marketing».
Alla fine, dice sempre Mucci, nei partiti più «strutturati», gli eletti restituiscono pure di più. E a loro volta danno lavoro mantenendo un indotto di uffici stampa, consulenti e così via.
Poi come i partiti - già graziati dalla moratoria dei fondi pubblici del ddl Boccadutri - spendano questi denari è un'altra faccenda.
UNA GUERRA INUTILE. Il fatto è che «tutta la guerra sugli scontrini», spiega a Lettera43.it Maria Mussini ex 5 stelle e ora vicepresidente del Gruppo Misto, «è solo una distrazione. Così si perdono di vista i veri obiettivi». E cioè, per esempio, creare una autentica politica partecipativa.
«Se un parlamentare restituisce 17 mila euro e non fa nulla», è il ragionamento, «quei soldi sono buttati lo stesso».
LA POLITICA COSTA. L'impressione è che ci si incarti sulle formalità, senza portare a casa alcun risultato.
Detto fuori dai denti, la politica costa. «Sarebbe bello che tutti i cittadini partecipassaro attivamente alla Cosa pubblica. Ma è un ideale altissimo e lontano da raggiungere. I cosiddetti stakeholder vanno fidelizzati, come la società civile. È un percorso lungo, un cambiamento culturale». Il famoso titolo gratuito «non funziona», perché «chi ti aiuta si aspetta o di essere pagato o di vedere i risultati concreti del suo sforzo»
Per questo non è una bestemmia pagare esperti e consulenti. Persone qualificate, escludendo va da sé clientelismi o familismi (altro tema tabù in casa M5s).
A riguardo Mussini aveva proposto - «discretamente», come dice lei - assunzioni attraverso bandi e gare. E una legge per regolamentare le lobby. Ma non è stata ascoltata.

Soldi al Fondo di Garanzia? Per Orellana «un regalo alle banche»

A favore grillino però giocano comunque la battaglia per la trasparenza e la scelta, seppur simbolica, di devolvere parte dello stipendio dei parlamentari al Fondo di garanzia per le Pmi.
Fino a oggi, come scritto sul sito Tirendiconto.it, il M5s ha restituito «14.549.513,43 di cui 1.646.025,50 al fondo di ammortamento dei titoli di Stato e 12.903.487,93 al fondo per il microcredito». Oltre ad aver «rinunciato a 42 milioni di euro di rimborsi elettorali».
I CHIARIMENTI DI CRIMI. Il fondo in questione, come scriveva l'ortodosso Vito Crimi su Facebook, è stato «scelto dal gruppo parlamentare liberamente e senza alcuna influenza esterna»; è «istituito preso il ministero dello Sviluppo economico dal 1996, è gestito dallo stesso ministero con una apposita commissione di cui non facciamo parte e sulla cui composizione non abbiamo alcuna influenza». Uno strumento che «serve a garantire presso banche e confidi le richieste di prestito o fidi, per quelle aziende che non potrebbero accedere al credito non avendo alcuna garanzia da mettere davanti: lo Stato si fa garante».
E anche qui qualcosa non torna.
CHI VALUTA LE RICHIESTE? Già perché il suddetto fondo usa sì il 'tesoretto' per garantire i prestiti alle piccole, medie e micro imprese. Ma la gestione delle pratiche è in mano completamente a banche, confidi e società di leasing. Sono loro che valutano le aziende, accettando o meno le domande, come confermato dal Mise stesso.
Ma le banche non erano il male assoluto?
GLI ATTACCHI A GOVERNO E ISTITUTI. Il 27 giugno, per fare un esempio, il M5s alla Camera si scagliava contro il decreto legge sulla deducibilità delle sofferenze bancarie. «Il governo destina nuove risorse finanziarie ai bilanci bancari mentre nulla fa per i redditi da lavoro e da impresa». L'ennesimo regalo, si disse, agli istituti di credito.
Ma i 5,5 milioni che sono finiti nel fondo in pompa magna col restitution daydel 2014 nelle casse del fondo cosa sono?
«UNA PROMESSA NON MANTENUTA». «Un regalo alle banche», dice senza giri di parole l'ex senatore M5s Luis Alberto Orellana. «Non è stata nemmeno mantenuta la promessa originaria di restituire i soldi allo Stato, che già era una goccia nel mare del debito pubblico. Si è pure deciso di versarli di fatto in un fondo gestito da banche. È solo una mossa demagogica, un modo per conquistare consensi passando per giusti».
Spulciando nel sito del Mise, fa un certo effetto scorrere la lista dei «soggetti richiedenti che operano con il Fondo» tra cui, oltre a Sanpaolo e Unicredit per dirne due, spiccano Monte Paschi e pure Banca Etruria.
TRA «PESTE ROSSA» E «MANGIATOIA». E dire che Mps era stata definita da Beppe Grillo nientepopodimenoche «la mafia del capitalismo». «Qui siamo nel cuore della peste rossa e del voto di scambio», disse il leader pentastellato entrando all'assemblea dei soci in corso a Siena il 29 aprile 2014, «Mps è in tutti gli appalti». Peccato che sia anche tra gli operatori del Fondo a cui il M5s ha devoluto parte degli stipendi dei parlamentari.
Lo stesso vale per Banca Etruria, «la mangiatoia di Arezzo» gridava il leader su Twitter, dopo la bufera scatenata dal decreto per la riforma delle popolari visto che il vicepresidente dell'istituto è Pier Luigi Boschi, padre del ministro delle Riforme. 


Ma fuor di comizio e da blog, non ci sono obiezioni.
A onor del vero, va precisato che il Fondo dal primo gennaio al 30 settembre 2015 ha accolto 72.454 richieste, garantendo 49.440 imprese. I finanziamenti sono stati dell'ordine di 10,7 miliardi, e l'importo garantito è di 7,2. Solo lo 0,9% delle richieste è stato rigettato per «cash flow (flusso di cassa) insufficiente al pagamento della rata; per bassa redittività e per calo del fatturato». Che sarebbero anche i motivi che spingono un imprenditore a chiedere aiuto.
Ma non sono problemi del M5s visto che, come ricordava Crimi, il Fondo «è gestito dal ministero con una apposita commissione di cui non facciamo parte e sulla cui composizione non abbiamo alcuna influenza».


Twitter: @franzic76
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