lunedì 21 aprile 2014

Comunque la si pensi questo articolo è da leggere.

Lampedusa merita il Nobel per la pace

9 ottobre 2013
LE MONDE PARIGI

Lampedusa, 5 ottobre: pescatori gettano fiori in mare per ricordare i migranti annegati
Lampedusa, 5 ottobre: pescatori gettano fiori in mare per ricordare i migranti annegati
L’autore di un celebre reportage sullo sfruttamento dell’immigrazione lancia la campagna per dare un riconoscimento simbolico all’isola che ha accolto migliaia di disperati.
Proprio dieci anni fa, nel 2003, in giornate autunnali come queste partivo per il mio viaggio da infiltrato nel traffico di esseri umani. Dall’Africa all’Europa, attraverso il Senegal, il Mali, il Niger, la Libia, l’Algeria, la Tunisia e poi l’isola di Lampedusa, l’Italia, l’Europa. Avevo deciso di diventare Bilal, il nome falso che mi sono dato, guardando le immagini riprese dall’elicottero dei corpi che galleggiavano nel mare Mediterraneo a faccia in giù, gonfi come cuscini e le braccia aperte in un abbraccio che nessuno aveva corrisposto. Era quello il naufragio, uno dei tanti, davanti a Kerkennah, isola mitologica della Tunisia: 41 sopravvissuti, 12 cadaveri recuperati, 197 dispersi, raccontavamo noi giornalisti in quelle ore. Sono trascorsi dieci anni e per altre migliaia di persone la vita è rimasta pietrificata in quel fermo immagine: la faccia sott’acqua, i corpi gonfi, le braccia aperte.
All’inizio della scorsa settimana un barcone carico di ragazzi eritrei sfuggiti alla dittatura di Isaias Afewerki e di egiziani in fuga dalla crisi politica del loro Paese, si è incagliato a cinquanta metri da una spiaggia della Sicilia. Gli scafisti hanno preso a frustate i loro passeggeri perché saltassero in acqua. Tredici sono morti annegati. Poche ore dopo un peschereccio con oltre 500 profughi eritrei e somali ha preso fuoco e si è rovesciato a poche centinaia di metri dall’isola di Lampedusa: 155 sopravvissuti, 121 i cadaveri di uomini donne e bambini risaliti a galla e recuperati, più di 200 quelli ancora bloccati nello scafo a quaranta metri di profondità o dispersi in mare. In queste acque mediterranee il sito Fortress Europe, Fortezza Europa, ha contato 6.825 morti dal 1994. Di cui 2.352 soltanto nel 2011. Considerando tutta la frontiera europea, dalle isole Canarie alla Turchia, il bilancio delle vittime sale a 19.142 dal 1988.
L’aspetto più beffardo è che tutte queste persone sono morte per due cartoncini con una manciata di pagine in mezzo: le dimensioni di un passaporto. Soltanto viaggiando sui camion stracarichi di gente nel Sahara o imprigionato come Bilal nella campo di detenzione degli immigrati cosiddetti irregolari, ho capito quale straordinario e diabolico mezzo di trasporto sia il passaporto. Se hai quello giusto, passi le frontiere e appartieni al mondo dei salvati. Se hai quello sbagliato e vuoi salvarti, devi affidarti alla mafia dei trafficanti e appartieni al mondo dei sommersi. Ma si possono lasciar morire ragazzi, donne, bambini e i loro papà per due cartoncini con una manciata di pagine in mezzo?
In questi anni l’Unione Europea ha speso centinaia di milioni di euro per armare le frontiere attraverso l’agenzia di polizia “Frontex Europe”. Su questo gli Stati membri hanno trovato facilmente l’accordo. Ma per quanto riguarda l’applicazione delle convenzioni sui rifugiati, il dovere di soccorso in mare spesso disatteso, le norme sull’immigrazione, non si è speso niente o quasi niente. Ogni Stato è lasciato a sé. Un’impostazione che ha favorito l’approccio ideologico a questo tema fondamentale della nostra storia contemporanea, non l’approccio umano. Si continuano a considerare gli sbarchi il problema, non la conseguenza del problema. Così la totale assenza di un progetto comune per le decine di migliaia di esuli siriani, eritrei, somali e di altri Paesi e la mancata apertura di corridoi umanitari su un territorio che va dai campi di detenzione in Libia ai campi profughi in Turchia, ha paradossalmente trasformato le mafie degli scafisti nell’unica agenzia internazionale in grado di offrire una via di uscita. Le stragi ne sono il risultato.
Lampedusa e i suoi seimila abitanti rappresentano un luogo dell’umanità che in questo tragico decennio non ha mai perso la ragione e quel sentir comune che ci unisce come individui liberi di pensare
Tutto questo non ha impedito che nel 2012, appena un anno fa, l’Unione Europea ricevesse il premio Nobel per la pace. Ecco perché di fronte alle immagini dei corpi che ancora una volta galleggiano in mare, ho sentito il bisogno di rompere il silenzio e sul sito dell’Espresso, il settimanale italiano per cui lavoro, ho proposto una raccolta di firme per assegnare il premio Nobel per la pace, magari già nel 2014, alle migliaia di salvati e sommersi che con la loro fuga si sono sottratti alla guerra. Chi meglio di loro rappresenta la pace nel mondo? E poiché i Nobel di solito non vengono assegnati ai dispersi in mare, ho pensato di candidare il piccolo Comune di Lampedusa e la sua gente in nome dei sopravvissuti, delle migliaia di morti e di quanti in questi anni non hanno mai smesso di portare a terra i vivi e di raccogliere i corpi. Lampedusa non è lo Stato italiano che per una sua legge assurda ora prevede che i 155 sopravvissuti all’ultima strage siano processati dalla magistratura. Non è nemmeno Europa, visto che geograficamente l’Africa da qui è più vicina. Lampedusa è la prima linea reale e simbolica tra noi spettatori e le storie di tutti gli uomini, le donne e i bambini che si aggrappano alle sue scogliere di calcare per chiederci aiuto. Lampedusa e i suoi seimila abitanti rappresentano un luogo dell’umanità che in questo tragico decennio non ha mai perso la ragione e quel sentir comune che ci unisce come individui liberi di pensare. Che non fa differenze tra gli uomini e le donne. E dimentica cosa sono. Amici o nemici. Connazionali o stranieri. Cittadini o clandestini.

Persone normali

L’ho provato sulla mia pelle. Letteralmente. La notte tra il 23 e il 24 settembre 2005. Un uomo che non conoscevo e non mi conosceva mi ha avvistato in mare, a nuoto alla deriva. Mi ha aiutato a risalire sulla scogliera. Mi ha fatto sdraiare sulla pietra. Si è tolto la maglietta e me l’ha stesa sul petto per coprirmi. Continuavo a tremare di freddo. Allora lui, con tutto il suo corpo, si è sdraiato sopra di me. Pesava, eccome. Mi ha riscaldato così. Senza sapere chi fossi. Ero sporco, la barba sfatta da mesi, potevo essere malato e contagioso. Ho memorizzato nella mente la sua voce, le sue parole. Vale la pena risentirle: “Questo poveretto erano quasi cinque ore che chiedeva aiuto”, diceva agli altri intorno a lui, “alle dieci l’ho sentito gridare. Credevo fosse uno dei turisti ubriachi che dormono in spiaggia e gli ho perfino risposto cosa c’è. Madonna mia, perdonami. Questo si è ghiacciato. Sta tremando… Dai, che ti portano una coperta e ti scaldi”. Poi si è messo in ginocchio e si è chinato a strofinare i miei piedi. Tempo dopo l’uscita della mia inchiesta sotto copertura sull’Espresso e del libro “Bilal”, ci siamo rivisti per la prima volta. Massimo Costanza non faceva il soccorritore di mestiere. Fa l’elettricista in un albergo, ha una moglie, i figli. Una persona normale.
Il premio Nobel per la pace ha la sua funzione nel mondo. Senza l’assegnazione a Aung San Suu Kyi probabilmente pochissimi avrebbero conosciuto la tragedia della dittatura in Birmania. Ecco perché, chiedo anche a voi lettori di sostenere questa petizione: per rompere il muro di silenzio e far conoscere a tutto il mondo cosa sta accadendo sul fronte meridionale dell’Unione Europea.

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