giovedì 4 maggio 2017

Questi mediocri cittadini grillini somari li conoscono bene all'estero.

E la platea di ricercatori di Harvard tartassa l’aspirante candidato premier M5S

Uno degli studiosi: “Avevate promesso competenze, ma il vostro partito è fatto da persone con istruzione molto bassa, e lei non è neanche laureato”. E il professor Archon Fung, introducendo l’incontro con Di Maio: “Il M5S partito populista di destra”

Pubblicato il 04/05/2017
Ultima modifica il 04/05/2017 alle ore 12:58
Non è stata una passeggiata, quella di Di Maio ad Harvard. La serata non gli ha risparmiato un’introduzione piuttosto amara da parte del professore Archon Fung, che ha definito il M5S partito «populista di destra». Poi - dopo uno speech rigorosamente letto da un foglio che aveva in mano - Di Maio è stato bersagliato da domande naturalissime in America, ma alle quali non è abituato in Italia, domande sempre rispettose ma puntute, a volte anche molto severe. Il punto più imbarazzante è stato quando un ricercatore italiano che ha studiato ad Harvard, Mario Fittipaldi (caso ha voluto che venisse anche lui da Napoli - s’è concesso una battuta sul fatto che a tutti, anche a lui, piace la pizza e la mozzarella, e avrebbe preferito restare a fare ricerca in Italia anziché doversene andare così lontano) gli ha domandato: «Vi siete presentati sulla scena anche parlando di competenze. Ma io non accetto che questo partito sia fatto da persone con un’istruzione molto bassa, come anche lei, bisogna dire, che non ha finito l’università ma che parla di eccellenze universitarie. Paola Taverna, che faceva l’assistente di laboratorio, deve venire a spiegare a me, che studio queste cose da anni, come funzionano i vaccini?»». 


Di Maio prima ha replicato timidamente («premesso che ognuno può avere le sue opinioni anche al di là del titolo di studio»...), poi, nel merito, ha scaricato sulla casta anche il problema dell’istruzione non eccezionale di tanti grillini: «Io sono uno di quelli che rappresentano una forza politica che voleva avere più tempo per formarsi, per crescere, per provare a governare questo Paese; ma visto che gli esperti, quelli preparati, lo hanno ridotto in queste condizioni, non abbiamo tempo per riuscire a organizzarci con lentezza. Per questo molti di noi hanno lasciato quello che facevano e hanno deciso di impegnarsi in prima persona per cambiare le cose. Ci riusciremo? Non lo so. Di certo io gli esperti li ho visti già all’opera, e abbiamo visto in che condizioni è l’Italia». 

Insomma, ancora una volta l’aspirante candidato premier del Movimento cinque stelle si trova messo di fronte a certe «lacune» del suo curriculum (l’ultimo che gliele aveva fatte notare era stato il presidente del Senato Piero Grasso). Così la visita ad Harvard si è trasformata anche in un non facile esame. Lo stesso accademico che ha introdotto la serata, Archon Fung, professore di Democrazia e cittadinanza alla Harvard Kennedy School, si è sentito in dovere di precisare, a scanso di equivoci: «Anche noi abbiamo ricevuto tante lamentele perché invitavamo qui Luigi Di Maio. Per questo voglio spiegare lo spirito con cui lo riceviamo: è importante coinvolgere anche chi ha punti di vista molto diversi dai nostri. Abbiamo spesso speaker dal centro-sinistra, qualche volta anche dal centro-destra, ma un populista considerato di destra, non lo abbiamo mai avuto». Gli ha indorato la pillola dicendo che il suo partito potrebbe rappresentare «qualcosa di simile all’energia che si è scatenata con Trump», e che lui «potrebbe essere il prossimo primo ministro in Italia». Il tutto con un gran sorriso, ma con Di Maio che aggrottava la fronte. 

Alla fine c’è stato anche qualcuno che ha chiesto a Di Maio un commento sulle opacità del M5S sui nuovi fascismi, obiettando che su questo in Italia il Movimento è stato assai poco chiaro, e tra l’altro spesso «si fonda su fake news e su teorie anti-scientifiche». La domanda, forse troppo imbarazzante, è stata stoppata cortesemente, anche perché tendeva a diventare troppo lunga. Insomma, una serata agitata e movimentata. Accanto a Di Maio, per tutta la serata, una traduttrice: il vicepresidente della Camera ha preferito leggere il suo discorso in inglese (senza poter ancora esibire la buona pronuncia di Virginia Raggi), e rispondere alle domande in italiano. Infine due parole sull’ente organizzatore della serata: lo “Yes Europe Lab” si definisce (dal sito) un laboratorio di azione civica europeista. Insomma, non fa parte della struttura istituzionale dell’Università di Harvard ma è animato da europei che frequentano l’istituto. 

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