martedì 3 gennaio 2017

Nella memoria presentata in vista dell’udienza, parlando di «Incompatibilità della domanda di decadenza», i legali di Raggi dicono esplicitamente che il contratto firmato dal sindaco può essere considerato nullo. Vediamo perché
ALESSANDRO D'AMATO
Il Messaggero torna oggi sulla storia del ricorso contro l’elezione di Virginia Raggi a sindaca di Roma presentato al tribunale civile di Roma dall’avvocato Venerando Monello e che mette sotto accusa il contratto firmato dagli eletti M5S in Campidoglio e dalla prima cittadina con il MoVimento 5 Stelle. La tesi dell’accusa è che il contratto sia nullo e quindi sia nulla anche l’elezione.
Ma ora si scopre che qualcosa di molto simile è scritto anche nella memoria che Raggi ha inviato al Tribunale civile di Roma in vista dell’udienza del prossimo 13 gennaio. La prossima settimana, infatti, il Tribunale dovrà pronunciarsi nel merito di una causa, intentata da Monello appunto, che ruota intorno a due richieste: l’annullamento del contratto nel quale si prevede una penale da 150mila euro per i consiglieri eletti coi 5 Stelle in caso di violazione dei principi del Movimento oppure, in alternativa, la decadenza del sindaco che lo ha firmato.
Nella memoria presentata in vista dell’udienza, parlando di «Incompatibilità della domanda di decadenza», i legali di Raggi dicono esplicitamente che il contratto firmato dal sindaco può essere considerato nullo. Insomma, sempre secondo i legali della Raggi, in caso di lite del sindaco con i responsabili dei 5Stelle non sarebbe la Raggi a decadere ma, al contrario, il primo cittadino rimarrebbe al suo posto senza dover rispondere della firma di un contratto considerato illegittimo: «In virtù del noto principio vigente nel nostro ordinamento secondo cui “quod nullum est nullum producit effectum” – si legge nella memoria – l’eventuale dichiarazione di nullità del codice di comportamento accerterebbe in automatico l’inesistenza ex tunc di qualsivoglia obbligo in capo a Virginia Raggi in virtù della sottoscrizione del suddetto codice».
virginia raggi codice beppe-grillo
Gli avvocati di Raggi nella loro memoria conclusiva riprendono un principio di base del codice civile, ovvero che nessuno può essere vincolato ad un contratto illecito o “immorale”:
Vale a dire, per stare sul paradosso, che l’accordo in cui si vende un arto del proprio corpo non può essere fatto valere in nessun grado di giudizio. Il problema però è che a utilizzare questo argomento, facendo capire che la possibilità della nullità esiste eccome, è lo stesso sindaco di Roma. Un dettaglio non da poco, visto che gli avvocati di Beppe Grillo, pure costituiti in giudizio, non toccano proprio l’ipotesi della nullità.
Ad animare la battaglia che potrebbe portare all’annullamento del contratto di Raggi (e di tutti quelli firmati da consiglieri e parlamentari) è stato l’avvocato Venerando Monello del foro di Roma. «Ho letto del contratto a febbraio scorso e dopo le elezioni ho deciso di avviare il ricorso»,spiega: «E’ il diritto che stabilisce i confini in cui si muove la politica ed è al diritto che dobbiamo rivolgerci tutte le volte che subiamo o notiamo un abuso. Un fondamento delle democrazie occidentali che ai miei occhi ha sempre avuto un certo peso è che chi lotta per un proprio diritto lotta per far valere i diritti anche degli altri».
In realtà, come si capisce dal documento pubblicato, gli avvocati della Raggi sembrano invece fare un’ipotesi per assurdo allo scopo di spiegare che la decadenza dalla carica di sindaco di Roma, chiesta da Monello, non sarebbe valida anche se il contratto dovesse essere nullo.

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