martedì 8 marzo 2016

La nazione che piace a Salvini.

Ho cercato di fare un film sulla Corea del Nord ma sono finito vittima della sua propaganda

Di Tom Seymour 
marzo 7, 2016
James Franco non era certo preparato a essere la causa dell'apocalisse nucleare. Ma è quello che è successo nel 2014 quando il film The Interview è passato da un oggetto di intrattenimento a uno di cui si è dovuta occupare la Casa Bianca. "Se qualcuno decide di fare mosse intimidatorie solo per un film satirico," ha detto Obama del presunto attacco hacker della Corea del Nord ai danni della Sony Pictures, "immaginate cosa potrebbe fare se vedesse un documentario che non gli piace." Ed eccoci ai titoli di testa di The Propaganda Game, il nuovo film del documentarista spagnolo Álvaro Longoria, che ha il fine di mostrare come si vive sotto "il bombardamento quotidiano della propaganda" del regime di Kim Jong-un.
Longoria ha ottenuto accessi esclusivi in Corea del Nord tramite Alejandro Cao, suo compatriota 40enne che è anche delegato speciale del Comitato per le relazioni culturali con i paesi stranieri della Corea del Nord. Cao è una sorta di presentatore de facto del film, e cerca di convincere gli spettatori della bontà della Corea del Nord in confronto ai mali dell'Occidente capitalista. E Longoria sembra stare dalla parte di Cao, e crea un film che evoca una grazia epica, tra carrellate lente di grattacieli e coreografie, chiaramente in linea con il pensiero della sua guida.

Il film tratta principalmente del modo in cui i nordocoreani pensano che l'Occidente li percepisca, e di quanto lo ritengano ingiusto. In particolare, di quanto a noi sembri ridicolo a tutti noi il regime di Kim Jong-un. "Quanti test di armi nucleari ci sono stati in Corea del Nord dalla fine della Seconda guerra mondiale?" chiede Cao a un certo punto. Tre, secondo un'infografica—forse quattro, ora, dopo il test di gennaio. "E quanti test simili sono stati condotti dagli Stati Uniti durante lo stesso lasso di tempo?" chiede. La risposta che si dà è 1.035 (secondo il Department of Energy sono stati 1.054 solo tra il 1945 e il 1992).
Come in una stanza degli specchi, The Propaganda Game è il viaggio di Longoria in un luogo in cui nessun fatto può essere preso così com'è, nessuna dichiarazione deve essere considerata sincera. Facendosi usare a questo modo, Longoria riesce a dire di più della Corea del Nord di quanto non facciano i documentari con le telecamere nascoste. E la considerazione finale va oltre la Corea del Nord stessa: la nostra capacità di manipolare e di essere manipolati dalle informazioni che mostriamo e nascondiamo dà forma alle nostre vite. Abbiamo contattato Longoria per parlare del suo lasciapassare per la Corea del Nord e di come la sua onestà intellettuale di documentarista sia stata compromessa dalla propaganda.
VICE: Cosa volevi comunicare con questo film? Álvaro Longoria: Volevo indagare sulla natura della propaganda, e sui molteplici usi che se ne possono fare. L'uso che ne fanno i nordcoreani fa parte di una questione più ampia. Dal momento in cui nasci in Corea del Nord, vieni bombardato sempre dagli stessi ideali. Ma fanno lo stesso anche con gli stranieri, e cercano di divulgare il loro messaggio. Ho scoperto di essere stato manipolato anche dall'Occidente. Qui non si sa molto della Corea del Nord, perciò chiunque può scrivere quello che vuole e tutti ci crederanno. La Corea del Nord è l'estremo della propaganda ed è quando sei messo di fronte all'estremo che ti accorgi di molte cose.
Quanto hanno influito le rappresentazioni occidentali della Corea del Nord nel tuo lavoro? 
Ne ho viste un sacco. Ho deciso di lasciar perdere lo stile "telecamera nascosta". Non volevo fare un film che rivelasse qualcosa, dato che onestamente è quasi impossibile rivelare qualcosa sulla Corea del Nord. Ed è veramente facile finire per fare propaganda contro la tua volontà. Se vuoi, puoi sostenere qualunque cosa e trovare anche le prove che ti servono. L'unica influenza direttamente nordocoreana che ho avuto sono stati i video di propaganda anni Venti e anni Trenta, puramente in termini estetici. Volevo mostrare la propaganda nei suoi stessi termini estetici, con quella grandezza.
Ci sono scene del film in cui i nordcoreani che incontri parlano di com'è sapere che tutto il mondo potrebbe credere a storie che li riguardano che non sono vere. Come hai affrontato il fatto di non poter mai credere a niente di quello che ti veniva detto?
Era pazzesco, a livello mentale era come stare intrappolati in un circolo. Se le persone intorno a te cercano costantemente di manipolarti, alla fine sarai manipolato. Volevo che gli spettatori fossero lì con me, che si sentissero manipolati anche loro.
Cosa ti ha stupito di più della Corea del Nord?
Sapevo che mi avrebbero mostrato il lato migliore della Corea del Nord. Sapevo che mi avrebbero usato per fare propaganda. Era ovvio. La domanda era se sarei riuscito a resistere. Ero abbastanza sorpreso perché, in realtà, la loro propaganda era davvero goffa. Pensavo avrebbero fatto un lavoro nettamente migliore. Sono così isolati dal mondo, e così lontani dai media occidentali, che il lavoro dei loro media fa davvero un po' sorridere.

L'immagine del "benevolo leader" proiettata dietro una performance di ragazzini a Pyongyang.
Eri in qualche modo catturato?
Lo ero. Non sono un giornalista; sono diventato una vittima, ho avuto la sindrome di Stoccolma. Dopo essere stato sottoposto a dieci giorni di propaganda, lo sentivo che cominciava a funzionare. Ho mantenuto un approccio conciliante, volevo che si sentissero a loro agio e che si aprissero con me. Questo vuol dire che in alcune occasioni ho dovuto scendere a compromessi con loro.
Ma devo ammettere che—erano passati solo dieci giorni—già cominciavo ad apprezzare quello che vedevo. E se avessi vissuto lì? Non credo che nemmeno noi resisteremmo. La propaganda è brutale, costante, e non lascia alcuno spazio alla discussione. In altri paesi comunisti, quando parli con la gente a volte senti degli accenni di protesta, di malcontento. Hanno un parere, si lamentano. In Corea del Nord no. Non c'è spazio per il dissenso—nemmeno per le critiche costruttive.

La Corea del Nord ha in comune qualcosa con l'Occidente? Sono meglio di noi per alcuni versi?Chi è più felice? I nordcoreani che non si rendono conto di vivere in un mondo falso e che non hanno alcuna idea di quello che succede al di fuori dei loro confini e che credono fermamente nel loro sistema? O gli occidentali, che lottano tutti i giorni per non scoppiare, che sono alienati? I nordcoreani sono felici perché non sanno niente. Noi siamo infelici perché forse sappiamo troppo. Se fossi povero, preferirei essere povero in Corea del Nord che a New York.
Il tuo tramite con la Corea del Nord è Alejandro Cao. Chi è?Non credo ci siano altri casi di "conversioni" simili a quella di Alejandro. Ha incontrato i primi amici nordcoreani quando aveva 16 anni e viveva a Madrid. Gli hanno fatto un addestramento molto duro, e ora è molto bravo nel suo lavoro. A volte per cercare di parlare a telecamera spenta inviti qualcuno al bar, perché si rilassi e abbassi la guardia. Lui non ha mai abbassato la guardia, nemmeno una volta.
Sono andato a casa sua, ho conosciuto i suoi genitori, ho viaggiato con lui in tutto in mondo, e lui era sempre nella parte. È una macchina molto efficiente. Lo chiamano "il soldato spagnolo". È famoso in Corea, e lui si sente un po' come se avesse una missione. In Occidente lo mettono in difficoltà appena possono, ma lui è sempre pronto a difendere il suo paese adottivo. Non ha alcun rimpianto.
C'è stato qualcosa che ti hanno costretto a non inserire nel film?Siamo andati all'ambasciata tedesca a Pyongyang, era come stare dentro una cassaforte. Hanno chiuso la porta alle nostre spalle e ci hanno detto che eravamo nell'unico posto in tutta la Corea del Nord dove nessuno può sentirti. Per due ore, i membri dell'intelligence tedesca mi hanno spiegato cosa sta succedendo. Mi hanno detto un sacco di cose che non avevo mai sentito prima e che nessuno mi ha mai più detto. Io stavo molto attento a non farmi manipolare da nessuna delle parti in causa. Ma non ho registrato niente, e questo mi dispiace. La cosa che continuavano a ripetere è che la posizione di Kim Jong-un non è forte come potrebbe sembrare.

I nordcoreani non fanno mistero del loro uso della propaganda. Non cercano di nasconderlo. Ma anche in Europa probabilmente siamo bersaglio di una propaganda. Ti interessa mostrare anche questo?
È la tesi centrale del mio film. Molto spesso sento dire che in Corea del Nord la gente è ingabbiata, al che io rispondo: "Certo, non sei libero. Ma la domanda è: noi, siamo liberi?" Sei libero quando hai il potere di decidere. E puoi decidere solo se hai abbastanza informazioni. E quante volte ci danno abbastanza informazioni? Non è facile stabilire se siamo davvero diversi da loro.

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