mercoledì 24 maggio 2017

Perché la lue Nord che denuncia persone perbene non si è costituita parte civile contro Belsito? Magari paura di quello che avrebbe potuto dire?


16 Maggio 2017 - 10:03
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Rottamatore, sì. Ma per caso. Matteo Salvini si è ritrovato alla guida della Lega Nord per una serie di circostanze che il monolite di via Bellerio non lasciava immaginare fino a pochi anni fa. Ci è arrivato sospinto dagli eventi, in alto. Poi ci è rimasto grazie alla capacità di occupare uno spazio che altri disdegnavano. Quando c'è una protesta popolare di qualche tipo, quando c'è un fattaccio di cronaca, Salvini ci si ficca in mezzo e se ne fa il megafono. In strada o alla tv. Dice che la Lega è un movimento che porterà "giustizia ovunque serva", da Nord a Sud dell'Italia. Giustizia per gli italiani "vittime - sostiene con una metafora cruda e difficile da dimostrare - di una sostituzione etnica organizzata e finanziata". L'immigrazione. Un Robin Hood a cui piace però anche il ruolo di sceriffo, perché le altre sue parole forti sono ordine e pulizia. Possibilmente dando scandalo con parole di solito bandite dal vocabolario, quelle che passano alla fine al pubblico. Sta ormai a destra, dicono gli avversari, che stigmatizzano l'alleanza con Marine Le Pen. Comunque la si pensi, Salvini è però riuscito a rottamare e sostituire (almeno in termini di potere) chi ha creato il grande sogno, e il grande affare politico, della Lega Nord: Umberto Bossi. Che forse non lascerà il movimento che iniziò a plasmare quasi quarant'anni fa, fra i laghi prealpini, per dire che il Nord è una cosa diversa dall'Italia oggi accarezzata da Salvini. Ma che sa per certo che un'epoca è cambiata.
Bisogna segnare un anno sul taccuino, per capire da dove è iniziata - per caso - la scalata di Salvini alla Lega Nord. Il 2012, annus horribilis per il partito di via Bellerio. La leadership di Bossi era già in fase calante, dopo la caduta dell'ultimo governo guidato da Silvio Berlusconi, nel novembre 2011, e la promessa mancata del federalismo. Il nemico interno non era ancora Salvini, ma Roberto Maroni. Il compagno politico della primissima ora, con cui Bossi aveva fondato a Varese, nel 1979, un piccolo movimento chiamato Unolpa, che chiedeva l'autonomia delle province lombarde al confine con la Svizzera. Maroni guidava la macchina, Bossi portava il secchio di vernice e scendeva di tanto in tanto a scrivere i suoi slogan sui muri. La Lega sarebbe arrivata qualche anno dopo. Bene, all'inizio di quel 2012 Bossi decise che Maroni non avrebbe più dovuto partecipare a manifestazioni pubbliche del partito. I suoi (il cerchio magico, iniziò a chiamarlo la stampa) erano infatti convinti che Maroni volesse prendere il controllo della Lega. "Maroni presidente del Consiglio", era apparso qualche mese prima un gigantesco striscione davanti al palco di Pontida, messo da chissà chi. Un affronto.
Bisogna segnare un anno sul taccuino, per capire da dove è iniziata - per caso - la scalata di Salvini alla Lega Nord. Il 2012, annus horribilis per il partito di via Bellerio. La leadership di Bossi era già in fase calante, dopo la caduta dell'ultimo governo guidato da Silvio Berlusconi, nel novembre 2011, e la promessa mancata del federalismo
Il divieto scattato all'improvviso fu preso ovviamente malissimo da Maroni. E' una "fatwa", disse. Ma l'ex ministro dell'Interno passò presto al contrattacco, raccogliendo gli inviti delle varie sezioni leghiste in rivolta contro il diktat bossiano. Una novità assoluta. Ad aiutarlo, ci pensò Salvini, contattato quella sera da Maroni, anche se fra i due non c'era ancora grande confidenza: fu Salvini con un gruppo di giovani leghisti oggi arrivati alla guida del partito a organizzare la mobilitazione. Anche sui social. Un successo: la fatwa fu annullata. Ma in quell'anno qualcosa di ancora più grosso doveva succedere.
Altra data sul taccuino: il 3 aprile. In via Bellerio arriva la Guardia di Finanza con il pm Henry John Woodcock. Una garanzia per le telecamere. Umberto Bossi e i suoi figli vengono indagati insieme al tesoriere Francesco Belsito per un uso allegro, dicono, dei fondi della Lega Nord. Quel giorno segna la caduta di Bossi, che deve lasciare la guida del partito che ha fondato. Una Lega vicina al grande abisso dell'estinzione. Quella mattina del 3 aprile, né Bossi né Maroni si fanno vedere in via Bellerio. Salvini sì. Va a radio Padania, di cui è il direttore sin dalla fondazione, ascolta dubbi e sfoghi degli ascoltatori. Risponde, calma, cerca notizie. Affronta i giornalisti: "Per Umberto metto la mano sul fuoco". Salvini, nel momento più tragico della storia leghista, da' voce a un partito confuso. E offre a Maroni le proprie braccia, capitalizzando la mobilitazione creata dopo la fatwaDi lì a qualche mese, Maroni sarà il nuovo segretario federale, Salvini il nuovo segretario lombardo, quasi tutti i bossiani diventano maroniani o vengono rottamati. La staffetta fra i due avverrà appena un anno e mezzo dopo. E inizierà un'altra storia ancora.
Di lì a qualche mese, Maroni sarà il nuovo segretario federale, Salvini il nuovo segretario lombardo, quasi tutti i bossiani diventano maroniani o vengono rottamati. La staffetta fra i due avverrà appena un anno e mezzo dopo. E inizierà un'altra storia ancora
Non tutto è casuale, nell'ascesa di Salvini alla guida della Lega. Consigliere comunale a Milano dal 1993, da quando aveva vent'anni, europarlamentare dal 2004 con una parentesi anche a Montecitorio, fino a cinque anni fa Salvini non aveva mai ricoperto un incarico di responsabilità politica diretta. Non ha esperienza, la critica diffusa al Salvini aspirante premier dei giorni nostri, ed è un camaleonte. Negli anni Novanta lo ricordano come il 'comunista padano' che si era candidato alle elezioni per il 'Parlamento del Nord' col simbolo della falce e il martello. Nei primi anni Duemila è invece diventato simbolo dell'ala più dura della Lega: le polemiche per il famoso coro contro i napoletani e per la battuta sulle carrozze della metropolitana da riservare ai milanesi sono costate a Salvini la possibilità di fare carriera a Roma. Ma forse proprio questo (oltre al fatto di essere di Milano, città periferica per la tradizionale geografia di potere nel Carroccio) lo ha salvato dalle disgrazie della vecchia guardia. Quando le casualità sono finite, Salvini ha perseguito la sua trasformazione della Lega in maniera quasi militare. E in pochi si aspettavano che avesse successo.
Le alleanze con gli euroscettici, nazionalisti e islamofobi iniziarono da subito, già dal congresso di Torino del dicembre 2013, quando Salvini venne proclamato segretario dopo aver battuto Bossi alle prime primarie leghiste volute da Maroni: finì 82 a 18 come con Gianni Fava quest'anno. A Torino c'erano già delegazioni dei partiti diVladimir Putin e di Marine Le Pen, c'era l'olandese Geert Wilders. Ma si trattò di dettagli che ancora rimanevano tali per il grande pubblico. E poi c'è la comunicazione: Salvini è abilissimo a incentrare su di sé tutta l'attenzione. Parla di quello che vuole la gente. Sfrutta il tema di giornata. Se ne frega delle reazioni. E se ne frega di apparire contradditorio rispetto al passato: "Io guardo avanti, al futuro - ripete il segretario della Lega -, non perdo tempo con nostalgici e reduci". Salvini ha fiutato che il rancore degli anni di crisi non è più tanto del Nord contro il Sud, ma degli elettori anonimi contro le élite, dei penultimi che hanno perso il lavoro contro gli ultimi che sbarcano nel Mediterraneo in cerca di un'occupazione. I temi che ascolta ai mercati rionali, luoghi privilegiati per ogni campagna elettorale. E alle trasmissioni tv stile Belpietro e Del Debbio. Il segretario leghista ha impastato questo risentimento in una proposta sovranista che i più accesi sostenitori definiscono la rivincita del buonsenso contro il politcally correct
Salvini sfrutta il tema di giornata. Se ne frega delle reazioni. E se ne frega di apparire contradditorio rispetto al passato. "Io guardo avanti, al futuro - ripete il segretario della Lega -, non perdo tempo con nostalgici e reduci
Il problema di Salvini, malgrado lui dica il contrario, è tuttavia di rimanere solo.Tutta la proposta politica della 'nuova' Lega è incentrata su di lui. Sulla sua irriverenza e la sua capacità mediatica. Sulla sua energia nel mobiltare le persone. E' quello che succede in tutti i partiti che non esistono più, che non funzionerebbero più come ai tempi della Padania. Ma è una proposta che è anche incentrata, per contrappasso, sulle alterne fortune politiche. E sulla riottosità dello stesso Salvini a qualsiasi accordo con gli altri. Caduto Bossi c'erano pur sempre i Maroni, i Calderoli, gli Zaia, Salvini stesso. Oggi non ci sarebbero più figure così. Almeno per il momento. Salvini ha fatto piazza pulita di chiunque non fosse rigorosamente schierato con lui.Alla vecchia guardia, a partire appunto da Bossi, non ha delegato alcun ruolo. Alla nuova non ha ancora dato un mandato autonomo. Molti vecchi militanti se ne sono andati. Forte di sondaggi a due cifre, inimmaginabili con la Lega sotto il 4% del 2013, due anni fa Salvini non ha nemmeno avuto difficoltà a cacciare dal partito l'unico possibile competitor, Flavio Tosi, con cui c'era un patto non scritto: Salvini capo del partito, Tosi candidato premier con la benedizione di Maroni. I critici dicono che il Matteo leghista sia uguale, nel modo di fare politica, al Matteo del Pd. Come Renzi, Salvini ha finito per rottamare tutto quello che c'era prima di lui, senza perdere troppi consensi. Anche se è stata una rottamazione non voluta, almeno all'inizio.
Cinque anni dopo quella concatenazione di eventi che lo ha portato alla ribalta nazionale, il segretario della Lega può permettersi di mettere alla porta Bossi, di dire a Maroni che non deve impicciarsi della gestione del partito, di provocare Berlusconi sulla leadership del centrodestra. Questa sua storia di rottamatore imprevisto, di comunista destro e di semplice militante diventato capo partito confonde gli avversari. Dare scandalo è la forza di Salvini. Ma può essere anche il suo limite: i sondaggi dovranno tradursi in voti, le candidature in posti di potere, il potere in risposte alle aspettative dei cittadini. Oppure in cima alla scalata resterà solo un bel panorama. E quelli a cui ha pestato i piedi gli volteranno le spall

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