venerdì 10 febbraio 2017

La sinistra di Pisapia è la soluzione, non giocare allo sfascio

Sinistra
Il sindaco di Milano Giuliano Pisapia lascia la sede del Pd al termine dell'incontro con il presidente del Consiglio Matteo Renzi, 02 dicembre 2015. Roma. ANSA/ANGELO CARCONI
E’ possibile, e anzi è necessaria, una sinistra “a sinistra di Renzi” che non sia consacrata all’autodistruzione
 
Quante sono le correnti, le sigle, i partiti, i movimenti e le subcorrenti a sinistra di Renzi? Il catalogo è denso, e scorrerne le pagine non è sempre semplice: per dire, la nascenda (o neonata?) Sinistra italiana, nata dalla fusione della maggioranza di Sel con alcuni ex parlamentari del Pd, alla vigilia della sua prima assemblea congresuale è spaccata fra gli “intransigenti” di Fratoianni, che con Renzi non vorrebbero neppure prende un caffè, e i “dialoganti” di Scotto, che peraltro s’è ritirato dalla corsa alla segreteria alludendo neppur troppo velatamente a brogli e intrighi non proprio encomiabili.
Oltre a Sel e alle due anime di Si c’è il movimento di Pippo Civati, “Possibile”; c’è il Partito comunista di Rizzo; c’è Rifondazione comunista di Ferrero. Nel Pd le minoranze di sinistra sono almeno tre, o forse quattro: quella guidata da Cuperlo, che vuole il congresso subito; quella di Bersani, che vuole il congresso in autunno; quella di Emiliano, che promette sconquassi; e quella di D’Alema e del suo neonato “ConSenso”, che sta a metà strada, un po’ dentro e un po’ fuori il Pd. Infine, c’è il Comitato per il No al referendum di Zagrebelsky e Montanari, che forse vuol farsi partito e forse no. E chissà che non si sia dimenticato qualcosa o qualcuno.
Che bisogno c’è, dunque, del “Campo progressista” annunciato dall’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia nelle scorse settimane e oggetto di una lunga intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere di oggi? Ascoltiamo il suo ragionamento. “Il mio amico Nichi Vendola pensa che non sia più possibile costruire un centrosinistra con un Pd geneticamente modificato, scambiando Renzi con il popolo del Pd. Io la penso diversamente”, spiega Pisapia. E aggiunge: “La prospettiva è più ambiziosa [della costruzione di una forza a sinistra del Pd]: spostare il Partito democratico a sinistra. Per necessità numerica, il Pd è stato costretto a governare con forze che non erano né di sinistra né civiche. È il momento di andare oltre”.
Pisapia è tra coloro che, pur non essendo renziani, ha votato Sì al referendum, perché “per me non era un voto su Renzi, ma un giudizio su una riforma che non condividevo appieno, e che però portava cose positive”. La chiave per interpretare l’iniziativa di Pisapia sta proprio qui: è possibile, e anzi è necessaria, una sinistra “a sinistra di Renzi” che non giochi allo sfascio, che non punti, secondo la peggior tradizione del movimento comunista, alla distruzione di chi è più vicino, naturalmente in nome dell’unità della sinistra, e insomma che non si limiti a portare acqua alla nuova destra populista incarnata dal Movimento 5 stelle.
Può darsi che il destino della sinistra sia la propria autodistruzione: non sarebbe la prima volta. Ma può anche darsi che prevalgano leader più responsabili, o semplicemente più realisti, come proprio Pisapia mostra di essere, che si pongono l’obiettivo di riunificare una sinistra inevitabilmente plurale ma non per questo balcanizzata e sostanzialmente suicida. Non è detto che l’operazione riesca, né che possa essere vincente – per fare una coalizione capace di conquistare la fiducia della maggioranza relativa degli elettori occorre coerenza programmatica, unità interna, leadership – ma è indubbio che appaia necessaria.
In altre parole, sarebbe auspicabile che la sinistra “a sinistra di Renzi” riconoscesse finalmente non la leadership indiscussa, ma almeno l’esistenza e l’agibilità politica dell’ex presidente del Consiglio, considerato fino ad oggi un corpo estraneo, un usurpatore, un’erbaccia da estirpare. Può darsi che la sinistra non possa esistere senza la sua componente più tradizionale; ma è certo che non avrà alcun futuro senza la sua parte più moderna, più aperta all’innovazione, più attenta alla complessità del mondo contemporaneo. Pisapia non è il messia, ma ha imboccato la strada giusta: quella che porta ad una casa comune fondata sul rispetto reciproco e sull’accettazione di regole comuni.

Nessun commento:

dipocheparole     venerdì 27 ottobre 2017 20:42  82 Facebook Twitter Google Filippo Nogarin indagato e...