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Una riforma rimasta a metà e impantanata nelle sabbie mobili dopo l’esito del referendum costituzionale. La legge Delrio che doveva semplificare il Paese, riducendo gli organismi intermedi tra Regioni e Comuni e ridisegnando le ex Province, si sta trasformando in un boomerang. Gli organismi intermedi sono cresciuti: la norma ne prevedeva al massimo una novantina, oggi sono quasi cinquecento. Perché da un lato non sono stati aboliti gli ambiti territoriali, dall’altro le Regioni a Statuto speciale invece di applicare la riforma hanno fatto di testa loro: ad esempio Sardegna e Friuli Venezia Giulia hanno sì ridotto le Province, salvo creare e tenere in vita insieme 60 Unioni comunali, mentre la Sicilia sta tornando al passato rimettendo anche i gettoni d’oro. Ma c’è di più. Nel caos adesso sono anche le regioni a statuto ordinario, che rivendicano aiuti perché non riescono a garantire i servizi essenziali su strade e scuole. Dalla semplificazione alla complicazione.

Più di enti e più burocrazia In Italia oggi sono in vita 76 Province, 10 città metropolitane e 350 organismi intermedi tra Ato (ossia Ambito territoriale ottimale) rifiuti, Ato idrici, autorità di bacino e consorzi di bonifica. La Delrio prevedeva al massimo una novantina di organismi intermedi, mentre conti alla mano questi enti sono aumentati addirittura a quota 496 considerando le regioni autonome, con costi di milioni di euro tra spese di funzionamento e stipendi per revisori contabili e dipendenti.

Ecco così che una riforma nata con buoni intenti ma rimasta inapplicata rischia di aumentare le spese e di andare contro qualsiasi semplificazione: «Chiediamo al governo di applicare subito la parte della legge che dava alle Province le competenze di tutti gli ambiti territoriali e delle stazioni appaltanti – dice il presidente dell’Unione province italiane, Achille Variati – e dobbiamo evitare la proliferazione degli enti come avviene nelle regioni a statuto autonomo».

Le Regioni speciali sprecone La bocciatura del referendum costituzionale in Sicilia è stata vista come una grande occasione per tornare al passato e rimettere in piedi le vecchie Province. Così in commissione affari istituzionali è passata una norma che reintroduce l’elezione diretta e lo stipendio per i futuri consiglieri provinciali. «Ma non potevamo fare altrimenti, se prevediamo l’elezione diretta non possiamo poi non pagare gli eletti, lo prevede la legge nazionale», dice il presidente della commissione Salvatore Cascio. Nell’Isola del tesoro dei costi della politica la legge nazionale Delrio non si applica ma per dare i gettoni ci si appella alle norme statali: costo dell’operazione, 10 milioni di euro in più all’anno se sarà votata dall’aula.

In Friuli Venezia Giulia la Delrio nemmeno l’hanno presa in considerazione e hanno colto la palla al balzo per quintuplicare gli organismi intermedi. Da un lato hanno abolito le Province, ma subito hanno istituito 18 unioni comunali: solo per i revisori contabili la spesa è di oltre 26 mila euro all’anno che, moltiplicata per 18, fa 500 mila euro all’anno. La Sardegna dieci anni fa aveva raddoppiato le Province da 4 a 8. Lo scorso anno ha applicato la riforma: le Province sono scese a cinque, con quella di Cagliari che però si è sdoppiata in Città metropolitana e Provincia Sud Sardegna. Tutto bene? Certo, se non si considera che nell’Isola vi sono ben 42 Unioni dei Comuni che ricevono ogni anno 20 milioni di euro per servizi e spese di funzionamento. «Abbiamo un territorio e una cultura molto particolari – dice l’assessore agli Enti locali, Cristiano Erriu – con la riforma abbiamo risparmiato eliminando elezioni e gettoni nelle Province».

Le Province abbandonate Nel frattempo nel resto del Paese la riforma Delrio è stata applicata e oggi vi sono 76 Province e 10 città metropolitane che rivendicano risorse perché, nonostante abbiano trasferito il 50 per cento del personale a Regioni e Comuni, hanno ancora in gestione 130 mila chilometri di strade e 5.200 scuole nelle quali studiano 2 milioni di ragazzi. Nelle Finanziarie del 2015 e del 2016 hanno subìto un taglio di risorse pari a due miliardi, ma adesso chiedono aiuto: «Abbiamo applicato la riforma ma con questi tagli come possiamo garantire la manutenzione delle strade e delle scuole?», dice Variati.

Il governo Gentiloni per il 2017 ha bloccato il taglio e stanziato 350 milioni. Ma i fondi non bastano: la Provincia di Piacenza sta vendendo gli immobili pur di fare cassa. «Il problema vero è l’applicazione definitiva della legge – ripete Variati – che prevedeva l’accorpamento nelle Province di tutte le funzioni degli ambiti territoriali e anche delle stazioni appaltanti». La riforma a metà della Delrio
ha invece aumentato gli enti: oggi abbiamo le Province e centinaia di organismi intermedi che si occupano di rifiuti, acque e bonifiche. Per non parlare dei circa 3 mila enti tra consorzi e partecipate e delle 30 mila stazioni appaltanti. Altro che riduzione della burocrazia e spending review.