mercoledì 17 maggio 2017

mercoledì 17 maggio 2017 08:29 

La lettera di Ignazio Marino su Virginia Raggi e la monnezza

Ignazio Marino ha scritto oggi una lettera al Corriere della Sera Roma in cui riepiloga la storia della monnezza a Roma e le mosse della sua giunta per l’approvazione di un piano rifiuti oggi in gran parte disatteso:
C’era una visione. E il piano rifiuti non solo venne elaborato insieme al presidente dell’Ama Daniele Fortini ma anche approvato il 26 settembre 2015 dall’Aula. Con quell’atto Roma decise di affidare all’Ama il servizio di gestione dei rifiuti urbani ed i servizi di igiene urbana fino al 2029, ma a condizioni diverse dal passato. Condizioni che furono ostacolate dai partiti al punto che sino all’ultimo non fui certo dell’approvazione. Era un piano industriale e finanziario concreto.
Dotammo Ama delle risorse necessarie ma, al tempo stesso, le imponemmo un profondo cambiamento nell’efficacia dei servizi, indicando come verificarli e con la possibilità di affidamenti privati ove il pubblico non fosse stato all’altezza. Per la prima volta si realizzava nella nostra Capitale la «democrazia dei rifiuti», superando la dipendenza da un monopolio privato e restituendo a Roma la ricchezza che finiva a Malagrotta, con una riduzione della tariffa. E questo attraverso la crescita della raccolta differenziata, al 70% già nel 2018 (nel 2015 portammo Roma oltre il 41% partendo dal 23% dell’inizio 2013 e, purtroppo, la città è ancora ferma al nostro traguardo), e costruendo gli Ecodistretti, per la trasformazione in «prodotto industriale» di tutti i rifiuti raccolti, con oltre 300 milioni di investimenti.
ignazio marino
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Si realizzava la chiusura del ciclo dei rifiuti nel territorio della Capitale e si massimizzava l’autosufficienza degli impianti industriali Ama, in un’ottica di sostenibilità ambientale ed economica. Il piano approvato dall”Assemblea capitolina partiva dalla realtà di un cambiamento già in atto in Ama dai primi mesi di lavoro della giunta. Un lavoro non facile per tutte le resistenze che trovai, ancora una volta, nella partitocrazia quando volli sostituire il gruppo dirigente con manager scelti non sulla base delle tessere bensì con il mio tanto criticato metodo della competenza. Così conseguimmo nel 2015 una contrazione dei costi operativi di circa 40 milioni, riappropriandoci di autonomia gestionale ed operativa, riavviando impianti fermi da anni (come quello per il trattamento del multimateriale a Rocca Cencia) e presentando le autorizzazioni necessarie per quelli nuovi (compostaggio di Rocca Cencia).
Tutto questo si è fermato così come l’inerzia nel superare Malagrotta non aveva consentito di pianificare e attuare un sistema che consentisse di mettere in sicurezza attraverso una rete di impianti pubblici la gestione dei rifiuti della Regione Lazio e della Capitale d’Italia. Eppure tutto questo è possibile attraverso sinergie e possibilità di garantire efficienza ed economicità gestionali, evitando la migrazione dei rifiuti fuori dalla regione. Nei miei 28 mesi di governo ho insistito affinché il sistema impiantistico di proprietà regionale venisse riparato e reso più efficiente con un investimento Acea che non gravasse sulle tasse. Acea si era resa disponibile ma dal 2013 al 2015 ogni tentativo si è arenato sulle scrivanie della burocrazia regionale. Quindi la soluzione per i rifiuti esiste, da tempo. Ogni giorno perso per realizzarla può giovare ad alcuni, ma non ai romani.

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