mercoledì 30 luglio 2014

Una comica tutta italiana. Una persona così in qualsiasi paese d'Europa non avrebbe potuto fare neanche l'usciere in una federazione calcistica.

Banane & pallone. Un boiardo immortale alla Figc

Potere e amicizie, know-how e grane giudiziarie. Ecco il regno del supermanager Carlo Tavecchio

Carlo Tavecchio (Claudio Villa/Getty Images)

 
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«È vero, ho 71 anni. Che cosa devo fare? Devo ammazzarmi?». Quella che fino a pochi giorni fa rappresentava la critica principale rivolta al futuro presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio è stata rispedita al mittente dal diretto interessato. Eloquio informale e piglio decisionista. «Questo è un Paese addormentato, io ho voglia di fare e di tenere sveglia la gente, il calcio è da salvare». Poi però la bufera si è spostata dalla questione anagrafica a quella razziale, dopo che all’assemblea della Lega Dilettanti Tavecchio ha dichiarato: «L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano se hanno professionalità per farli giocare, noi invece diciamo che “Opti Pobà” è venuto che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così».
A molti non è andato bene. Nel giro di qualche ora monta l’indignazione di tifosi, opinione pubblica e addetti ai lavori. Nasce un caso politico. Gaffe o razzismo? Un fronte trasversale chiede a Tavecchio di ritirarsi dalla corsa (già vinta) alla poltrona della Federcalcio. Se per i famigerati «cori territoriali» si chiudono le curve degli stadi, viene da domandarsi quale provvedimento ricorra per la frase pronunciata da un rappresentate istituzionale. Scendono in campo parlamentari e giornalisti, osservatori accorti e critici dell’ultim’ora. Gli attacchi del Pd e la difesa di Forza Italia. Dalla «forte irritazione» del sottosegretario allo Sport Graziano Delrio alla chiosa del premier Matteo Renzi: «Espressione inqualificabile, un clamoroso autogol». Mentre il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti auspica che «se Tavecchio non rinuncia spero non sia eletto», il grande accusato rilancia: «Accetto tutte le critiche, ma non l’accusa di razzista perchè la mia vita testimonia l’esatto contrario. Se sarò eletto presidente, la federazione condurrà una politica fattiva contro ogni discriminazione». La tempesta lo piega ma non lo spezza. E i suoi grandi elettori del mondo pallonaro, con poche eccezioni, lo seguono in un silenzio assordante.
Ma l’esternazione sulle banane, pur traballante in un contesto falcidiato da ordine pubblico e cultura sportiva, non può essere la sola causa dell’«inadeguatezza» che più di qualcuno addebita a Tavecchio. Non bastano nemmeno le dichiarazioni “genuine” sulla rosa dei papabili ct azzurri: «Conte? Mai visto. Quello delle Marche, come si chiama? Ah, Mancini. Non conosco nemmeno lui. Quell’altro del Friuli? Sì, Guidolin. Non ho ancora deciso, comunque mi occuperò di questo bordello». Fuori dal palazzo c’è chi non gli perdona il fattore anagrafico e la lunga esperienza prodiga di conoscenze in Figc. «L’uomo sbagliato al posto sbagliato». Agli occhi dei detrattori Tavecchio diventa emblema della continuità e del potere costituito. Per dirla con Aldo Grasso «è il trionfo dello status quo e il candidato ideale per non cambiare nulla». E l’uscita infelice sul misterioso Opti Pobà viene digerita come una sorta di dichiarazione programmatica.

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Classe 1943, «educazione brianzola» e cultura del lavoro sin dal primo impiego all’età di 19 anni. Ex dirigente bancario con in tasca un diploma di ragioneria, Tavecchio nasce a Ponte Lambro, comune di cui è stato sindaco in quota Democrazia Cristiana dal 1976 al 1995. Scuola diccì come quella del predecessore Giancarlo Abete, deputato forlaniano per tre legislature. Ma la scalata sportiva del manager brianzolo comincia con la presidenza della Pontelambrese e nel 1987 prosegue con l’ingresso al consiglio regionale lombardo della Lega Nazionale Dilettanti. Nel 1996 approda a capo del comitato regionale, mentre la poltrona di presidente nazionale gli arriverà nel 1999, inizio di un regno longevo. Dal 2007 Tavecchio è pure vicepresidente della Figc e due anni dopo diventa il vicario di Abete. Nel curriculum si notano una consulenza per il Tesoro e altri incarichi in commissioni ministeriali. Ultimo, non per importanza, un libro dedicato alla nipotina Giorgia: “Ti racconto…Il Calcio”.
Solidi contatti, amicizie importanti e grinta da vendere in un Palazzo dalle mille correnti. Gli endorsement del «poltronissimo» Franco Carraro e di Antonio Matarrese. La stima dell’ex Coni e oggi uomo Cio Mario Pescante. Le sponde del vicepresidente Figc Mario Macalli e del kingmaker della Lega Calcio Claudio Lotito. In via Allegri Tavecchio è considerato «uomo dell’apparato» nonché profondo conoscitore del mondo del pallone. Il know-how che gli riconoscono deriva dai quindici anni al comando della Lega Nazionale Dilettanti, con lui realtà consolidata e cassaforte strategica di consenso. «Il cuore del calcio», si legge sul sito ufficiale Lnd e non è un modo di dire. La Lega Dilettanti è il Paese reale del pallone italico: ha in pancia 1,3 milioni di calciatori dall’attività ufficiale a quella amatoriale e ricreativa, 15mila società e 70mila squadre impegnate in 700mila partite stagionali per un giro d’affari di 1,5 miliardi di euro tra tesseramenti e iscrizioni ai campionati. Bastano questi numeri per capire che la Lnd rappresenta «la quasi totalità del calcio italiano».

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Nel percorso coi dilettanti emerge la questione dei campi sintetici delle società, che devono essere omologati. Nella Lnd c’è un unico laboratorio autorizzato a testarli, pratica richiesta periodicamente. L’azienda “fortunata” è la Labosport di Roberto Armeni, figlio del capo della Commissione impianti in erba sintetica della Lega Dilettanti. Conflitto d’interessi? Interpellato da Report, Tavecchio rispondeva: «Non voglio che mi venga in mente di andare alla Rai e vedere quanti amici, conoscenti, parenti e amanti ci sono. Poi andare in Federazione, scendere le scale e arrivare fino al Coni e vedere quanti ce ne sono. Io ce n’ho uno, dicasi uno». Ma i critici puntano la lente d’ingradimento anche su un altro aspetto. A margine della sua candidatura alla Figc è tornata a circolareun’interrogazione parlamentare dell’ex deputato Pdl Amedeo Laboccetta che, partendo dallo statuto della Figc secondo cui «sono ineleggibili coloro che hanno riportato condanne penali passate in giudicato per reati non colposi a pene detentive superiori a un anno», andava all’attacco del presidente della Lega Dilettanti. 
«Carlo Tavecchio - si legge nell’interrogazione - annovera condanne penali per anni uno, mesi tre e giorni ventotto di reclusione, oltre a multe e ammende per euro 7.000». I provvedimenti, spiegava Laboccetta, si riferiscono a «falsità in titolo di credito continuato in concorso», «violazione delle norme per la repressione dell’evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto», «omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali», «omissione o falsità in denunce obbligatorie», «abuso d’ufficio» e «violazione delle norme per la tutela delle acque dall’inquinamento». Il curriculum giudiziario ha fatto mormorare più di qualcuno prima che il diretto interessato,rispondendo agli articoli de La Repubblica e Il Fatto Quotidiano, chiarisse la questione. «Le condanne - spiega Tavecchio - si riferiscono a fatti accaduti dai 50 ai 25 anni fa, e si riferiscono a situazioni nelle quali sono stato coinvolto esclusivamente in funzione della posizione che ricoprivo, e non come autore delle omissioni contestate, compiute invece da terzi». Le condanne non sono menzionate nel casellario giudiziale, Tavecchio ha goduto della riabilitazione e il certificato penale «è immacolato». Fa sapere anche che prima di candidarsi alla Lnd chiese alla Corte Federale se fosse idoneo a ricoprire la carica in questione. Risposta affermativa e caso chiuso.
Giancarlo Abete, presidente dimissionario della Figc (Claudio Villa/Getty Images)

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Oggi la nuova avventura si chiama Federcalcio. Dopo il tracollo azzurro in Brasile e le pressioni dell’opinione pubblica per azzerare tutto, lui è già a bordo campo con l’esperienza di chi del pallone conosce il giorno e la notte. Con buona pace di rottamatori e quarantenni, la candidatura di Tavecchio procede rapida e ben oliata. Dall’inizio può contare sui voti della Lega Pro dell’amico Macalli, oltre che sul serbatoio della sua Lega Dilettanti. Solo con queste due componenti Tavecchio veleggia al 51% garantendosi l’elezione virtuale. La percentuale stana gli scettici e scoraggia chi tra i grandi elettori era rimasto alla finestra per esplorare candidature alternative. Albertini è minoritario in partenza, le componenti tecniche (Assoallenatori e sindacato dei calciatori) e gli ammiccamenti di un gruppetto di club di serie A non bastano. Volenti o nolenti, quasi tutti convergono su Tavecchio perchè è meglio l’accordo col futuro capo che lo scontro ideologico. Arriva l’ok della serie B di Abodi, mentre la A torna all’ovile grazie alla regia di Lotito. Diciotto squadre su venti (Juve e Roma) decidono di appoggiare il presidente Lnd e di queste almeno sei lo fanno dopo aver abbandonato Albertini. Che qualche giorno prima era stato filosoficamente accantonato da Lotito in un’intervista alFoglio. «Kant - spiegava il presidente della Lazio a Salvatore Merlo - dice che ce stanno il noumeno e il fenomeno. Il fenomeno è ciò che appare, il noumeno invece è la realtà. Ecco Albertini è kantianamente un fenomeno. Il calcio adesso ha bisogno di gente che sappia fare, che abbia esperienza manageriale».
Dalle parole ai programmi. Quello di Tavecchio è ambizioso, conta undici punti sovrastati dallo slogan “Il gioco del calcio al centro dei nostri pensieri”. Dice che non scenderà a compromessi. Parla di revisione della governance federale, lotta contro la violenza, riqualificazione del prodotto calcio, rilancio del Settore Tecnico e sviluppo dei Centri di Formazione Federale, ripensamento del Settore Giovanile e Scolastico, miglioramento della comunicazione, maggiore interlocuzione con Governo e Coni, autoconsistenza finanziaria e riforma dei campionati. Tavecchio propone pure l’abolizione del diritto di veto portando dal 75% al 65% la soglia per cambiare lo statuto. Circostanza che trova lo sbarramento delle componenti tecniche (calciatori e allenatori) che non a caso tifano Albertini e vogliono continuare a pesare in consiglio federale. Pazienza, Tavecchio tira dritto. Liquida il quarantenne Albertini con un paio di battute in conferenza stampa, risponde per le rime a Barbara Berlusconi e Andrea Agnelli che tifavano rottamazione. Evita il politichese, ma non si lascia scalfire dal putiferio politico del post-banane. Boiardo di lotta e di governo, la corsa alla Federcalcio non è un pranzo di gala.

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