sabato 1 ottobre 2016

Questo è il compito che dovrebbe svolgere il sindacato ogni giorno. Difendere i lavoratori non i lazzaroni. Occuparsi di è discriminato non per il No al referendum costituzionale

“Isabella non sei sola, ti aiutiamo noi” 
Mobilitazione in Piemonte per la lavoratrice malata di sclerosi multipla e licenziata dopo un anno di assenza Il governatore Chiamparino: “Troveremo una soluzione”. La Cgil in campo: “Pronti a batterci per i suoi diritti”
SARAH MARTINENGHI STEFANO PAROLA
TORINO.
Rabbia, amarezza, sdegno e solidarietà. Per non farla sentire sola, per dirle di combattere ancora. Dal Piemonte in giù, dalle istituzioni, dai sindacati e dalla gente comune, una cascata di commenti e reazioni è arrivata per tutta la giornata di ieri come risposta alla lettera di Isabella pubblicata da Repubblica. Licenziata perché malata. Perché ha la sclerosi multipla. Perché con un colpo di spugna la cooperativa del nido d’infanzia, in provincia di Torino, per cui lavorava aveva cancellato i suoi 15 anni trascorsi con i bambini. Con due fredde righe per dire che il rapporto di lavoro era concluso.
Hanno scritto persone che affrontano malattie, disabilità, discriminazioni tutti i giorni. Mostrando sgomento e vicinanza a una donna pacata e coraggiosa che ha voluto raccontare la sua storia perché tutto questo non accadesse più. La sensibilità che si aspettava di ricevere dal datore di lavoro, dalla scuola e dalle colleghe, non c’è stata a maggio, quando ha perso il suo posto, a quasi 50 anni e con due lauree sulle spalle. Ma è arrivata dai lettori di Repubblica ora che ha deciso di denunciare pubblicamente i fatti accaduti.
Anche il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino ha voluto farle sentire la sua vicinanza: «La lettera di Isabella mi ha toccato e mi ha fatto riflettere, ancora una volta, sulla distanza che spesso c’è tra le storie anche drammatiche delle persone e l’incapacità delle leggi e delle istituzioni di dare risposte concrete a quei drammi. Io non so se il licenziamento è legale. Mi riservo di fare qualche approfondimento, anche alla luce del codice degli appalti pubblici siglato recentemente dalla Regione Piemonte con i sindacati, a tutela di tutti i lavoratori, compresi quelli disabili». E conclude: «Forse è ora di verificare se non ci possono essere modifiche normative che impediscano il ripetersi di situazioni di questo genere. Quello che però mi sento di assicurare è che la Regione cercherà, con gli strumenti a sua disposizione, di aiutare Isabella a trovare una soluzione che possa alleviare l’amarezza che si legge nella sua lettera e l’ingiustizia doppia da lei patita: prima la malattia, poi il licenziamento. Penso che sia quello che una istituzione seria debba fare, e mi impegno a farlo».
Consiglia di valutare un’azione legale, e offre un aiuto concreto per far valere i suoi diritti, Nina Daita, responsabile delle politiche per la disabilità della Cgil: «Certamente, cara Isabella, dobbiamo trovare il coraggio di vincere una certa debolezza psicologica che spesso porta noi disabili a rassegnarci al nostro destino. Lo stereotipo che ci vede incapaci, improduttivi e semplicemente malati va sconfitto».
La sindacalista le ricorda anche che «si può sempre ricorrere all’accomodamento ragionevole ». E che «la dignità di un lavoro va sempre difesa, l’eguaglianza sociale non è ancora un diritto di cittadinanza, insieme dobbiamo lavorarci, anche attraverso conquiste faticose e umilianti, ma crediamoci».
Gabriella Semeraro della Fp-Cgil Piemonte propone che sia lo stesso mondo delle coop a farsi carico del problema di Isabella: «Le cooperative socio-assistenziali e di formazione potrebbero accordarsi con quelle di “tipo B”, chedanno lavoro proprio alle persone in difficoltà».
Monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, esprime solidarietà e lancia un appello: «escogitiamo una legge simile alla Bacchelli per aiutare nel lavoro chi è disabile, integrando il suo stipendio con un fondo statale». La sua non è una proposta casuale. Perché ora per Isabella all’angoscia per la malattia, si è aggiunta la preoccupazione di non riuscire ad arrivare a fine mese. «In questi tre mesi — racconta Isabella — ho ricevuto un assegno di disoccupazione risibile, e mi hanno anche sospeso quello per la malattia. Sono andata all’Inps a chiedere spiegazioni, ma per ora non hanno saputo quantificarmi quanto prenderò».

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