martedì 5 aprile 2016

Un altro leader mato da Salvini. Un politico che ha un vero talento nell'individuare i più grandi statisti mondiali.

Putin ha i conti all’estero? Ai russi non interessa

Nei “Panama Papers” si trovano 2 dei 40 miliardi della fortuna del presidente russo. Ma a Mosca la maggior parte dei media si è occupata delle faccende degli altri nomi coinvolti. Anche perché per i russi, che Putin sia corrotto non è una novità

(Getty Images/MAXIM SHEMETOV/Stringer)

5 Aprile 2016 - 06:07
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C’é chi ha scritto che la fortuna segreta di Putin si aggiri sui quaranta miliardi di dollari. Nei Panama Papers si arriva a due miliardi, sebbene il nome del presidente russo non venga mai fuori. Al suo posto invece si trova quello di Sergei Pavlovich Roldugin, vecchio compagno di merende di Vladimir Vladimirovich ai tempi di San Pietroburgo, città natale di quest'ultimo e trampolino di lancio all'inizio degli anni Novanta per la sua carriera politica, dopo essere ritornato dalla Germania e uscito dai servizi, al fianco del sindaco riformista Anatoly Sobchak. Altri pietroburghesi illustri vicini al Cremlino, il cerchio magico dei poteri forti, si sarebbero rivolti alla Mossack Fonseca con lo scopo di mescolare le carte dei loro guadagni e patrimoni. Leciti o meno non si sa.

La reazione di Putin, tramite il portavoce Dmitri Peskov che ha tirato in ballo pure la Cia, è che si tratta di un attacco mediatico direttamente al presidente, anche in vista delle elezioni parlamentari di settembre, per destabilizzare il Paese e fomentare in sostanza un cambio di regime. Per Peskov i Panama Papers non conterrebbero comunque nulla di nuovo. A dire il vero però qualche elemento concreto i documenti lo danno, anche se per ora non è per nulla chiaro se per gli amici del presidente coinvolti si tratti di questioni penali. Il tema è in effetti secondario, visto che la piega sui media occidentali suscitata dall'inchiesta dell’Icij (International consortium of investigative journalists) è già ben definita e per questo i Panama Papers sarebbero la pistola fumante con la quale si mette definitivamente a nudo il Virtual Mafia State per eccellenza, come era stata chiamata la Russia nei cabli di Wikileaks nel 2010.
La reazione di Putin, tramite il portavoce Dmitri Peskov che ha tirato in ballo pure la Cia, è che si tratta di un attacco mediatico direttamente al presidente, anche in vista delle elezioni parlamentari di settembre, per destabilizzare il Paese
Esattamente come le rivelazioni uscite sei anni fa, in cui Stati Uniti e Gran Bretagna erano d'accordo nel descrivere Putin come un autocrate corrotto, anche quelle panamensi sono destinate a cadere nel vuoto più assoluto a Mosca. Al di là dei tuoni e fulmini di rito lanciati da Peskov e in attesa di sentire quelli personali del presidente, non bisogna dimenticare che la Russia è uno dei paesi più corrotti dell'Occidente (al 119 posto nella classifica di Transparency International) e che per i russi Putin, benché secondo la vulgata ladro come altri, lo è stato sempre molto meno del suo predecessore Boris Eltsin, uno che per dieci anni ha lasciato la nazione in pasto agli squali e solo per miracolo, tra colpi di stato, guerre in Cecenia e default economico, è riuscito a tenere in piedi il Paese.
Le storie dei quaranta miliardi di Putin, del clientelismo, degli oligarchi, dei compagni di judo e dei cellisti, sono ben note da tempo in Russia, dove nessuno si fa illusioni e ognuno è abituato a guardare nel proprio piatto. Se Vladimir Vladimirovich ha risollevato la Russia dopo il caos e l’anarchia eltsiniana, periodo in cui democrazia ha fatto rima con corruzione e povertà, solo pochi si interessano davvero ai conti esteri di Roldugin, che si è sempre definito un musicista, ma, già prima di acquisire il tre per cento delle azioni di Bank Rossiya, all'inizio degli anni Novanta aveva fondato la società energetica Interoil rivelando la sua predilezione più per le banconote che per le note. E Mossack Fonseca doveva appunto ancora arrivare.
Le storie dei quaranta miliardi di Putin, del clientelismo, degli oligarchi, dei compagni di judo e dei cellisti, sono ben note da tempo in Russia, dove nessuno si fa illusioni e ognuno è abituato a guardare nel proprio piatto
Insomma, che Putin e compagni non siano santi, davvero non è una novità. Stessa cosa dicasi per i cugini ucraini o azeri che dir si voglia. I nomi di Petro Poroshenko e Ilham Aliyev fanno capolino nell'inchiesta dell'Icij, ma il loro impatto mediatico non è paragonabile a quello dell'inquilino del Cremlino. Il Putin-bashing praticato dai mainstream media occidentali è esclusivo, anche perché i suddetti presidenti stanno geopoliticamente più dalla parte di Washington e Bruxelles che non da quella di Mosca. Poroshenko, l'oligarca re del cioccolato che due anni fa dopo la rivoluzione contro Victor Yanukovich ha promesso di de-oligarchizzare l'Ucraina, non può essere scalzato di sella per una scandalo di società offshore; né il rampollo della dinastia Aliyev a Baku, quella del “contratto del secolo” firmato da papà Heidar negli anni Novanta per aprire le porte agli investimenti occidentali nel settore energetico, deve temere una campagna internazionale che lo metta improvvisamente alle corde.
Una cosa sono le informazioni contenute nei Panama Papers e un'altra è come vengono utilizzate. A Mosca i media più critici nei confronti del presidente, pochi, le hanno riprese in lungo e in largo, gli altri si sono occupati delle faccende altri, a partire da quelle del papà del premier britannico David Cameron. Questioni di prospettiva. La domanda finale è dunque questa: se Mossak Fonseca, la quarta società al mondo, aveva in portafoglio russi, cinesi e pakistani, chi sono i maggiori clienti delle prime tre?

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