venerdì 17 febbraio 2017

Travaglio peggiora giorno dopo giorno. Il giornalista più conformista mai vissuto in Italia.

Repubblica all'attacco del direttore del Fatto e del sito, che avrebbe "alimentato un sabba di odio on line" nei confronti dei giornalisti. Travaglio ricorda il "Molto fetore per nulla di ieri". Riparte la rissa?
ALESSANDRO D'AMATO
Nel 2008 una lite sanguinaria tra Giuseppe D’Avanzo e Marco Travaglio fece sorridere e insegnò tantissimo ai giornalisti italiani. Quel “Ciuro che non te lo spiego più” che concluse il dibattito non faceva certo pensare a una recrudescenza, eppure Carlo Bonini, che di D’Avanzo fu collaboratore e insieme firmarono grandissime inchieste che segnarono quel decennio, oggi torna sulla vicenda Di Maio per attaccare proprio Travaglio, il quale, invece, va all’attacco di Repubblica sul Fatto. Sarà il preludio di una nuova spremuta di sangue con lezioni deontologiche certo più preziose di un corso di giornalismo dell’Ordine? Intanto leggiamo Bonini, che ricorda come, dopo lo scambio di sms tra Di Maio e Raggi e dopo la risposta della procura sulle indagini su Marra (Pignatone, alla richiesta del comune, replicò che non c’era nulla di cui si potesse dare conto: formula ambigua che poteva prefigurare anche la presenza di indagini coperte da segreto istruttorio), il MoVimento 5 Stelle non fece nulla per spostare Marra anche perché c’era chi lo difendeva a spada tratta:
Di più, a settembre, dopo l’inchiesta con cui il settimanale l’Espresso, a firma Emiliano Fittipaldi (anche di lui Di Maio ha chiesto il processo disciplinare all’Ordine), svela la vicenda della casa di Marra acquistata a prezzo di favore dal costruttore Scarpellini (circostanza che lo porterà in carcere il 16 dicembre successivo per corruzione), Marra viene promosso a capo del Personale del Campidoglio. Un incarico nevralgico nella vita dell’amministrazione.
Benedetto da una narrazione, allora, come oggi, identica a se stessa, per la quale arriva in soccorso Marco Travaglio, direttore del Fatto, che scrive: «Marra invece è incensurato, e questo forse è il problema: però il Messaggero assicura che, siccome comprò casa dal costruttore Scarpellini allo stesso prezzo stimato da una perizia della banca Barclays che gli erogò il mutuo, senza mai firmare un atto riguardante Scarpellini (all’epoca si occupava di incremento delle razze equine), “la Procura sembra voler fare chiarezza”. Ergo, è il mostro di Lochness». Sappiamo come è andata.
marco travaglio carlo bonini
L’accusa di Bonini, che in un altro punto dell’articolo sostiene che la risposta di Grillo ha animato “un sabba di odio online alimentato per l’intera giornata dal sito del Fatto Quotidiano” (diretto da Peter Gomez) viene in un certo modo rintuzzata proprio da Travaglionell’editoriale di oggi intitolato “Molto fetore per nulla”, dove prima si segnala en passant che l’indagine su Marra è iniziata a novembre – e quindi la risposta di Pignatone non sottintendeva nessuna indagine coperta da segreto istruttorio – e poi si va all’attacco di Corriere, Messaggero e Repubblica:
Ma, oltre alle false deduzione, c’è di più e di peggio: la manipolazione dei messaggi di Di Maio alla Raggi. Un taglia e cuci che si spera sia opera della fonte avvelenata, e non dei giornalisti che se la sono bevuta senza verificarla. Basta leggerli completi, i messaggi, per capire che Di Maio sta dicendo in privato ciò che ha sempre detto in pubblico. Di Maio a Raggi: “Pignatone cosa ti ha detto dopo che gli hai inoltrato il suo nominativo (di Marra,ndr)?In ogni caso nella riunione con me, Marra non mi ha mai chiesto se andare in aspettativa o meno. Semplicemente mi ha raccontato i fatti. Io l’ho ascoltato. Perché tu me lo avevi chiesto. Sono rimasto a tua disposizione non sua. E penso che nel gabinetto non possa stare, perché ci eravamo accordati così”. Raggi a Di Maio: “Pignatone mi risponderà quanto prima…”. Di Maio a Raggi: “Quanto alle ragioni di Marra. Aspettiamo Pignatone. Poi insieme allo staff decidete/ decidiamo. Lui non si senta umiliato. È un servitore dello Stato. Sui miei il Movimento fa accertamenti ogni mese. L’importante è non trovare nulla”.
Traduzione: Di Maio voleva Marra fuori dal gabinetto della sindaca e si informava sulle verifiche della Raggi in Procura sull’illibatezza penale dei suoi. Risultato: chi era partito per suonare è finito suonato, come i pifferi di montagna. Perché alla fine della storiaccia resta un solo dato: i pasticcioni a 5Stelle, quando fanno una nomina, non si accontentano della fedina penale pulita del candidato, ma vogliono pure esser sicuri che non sia indagato. Il che, vedi il successivo arresto di Marra, non li mette al riparo dai guai. Ma, nel Paese dove il governo conferma un ministro e quattro sottosegretari indagati o imputati, è già qualcosa.
C’è da segnalare che Travaglio continua ad accusare i colleghi di aver manipolato i messaggi di Di Maio quando è stato spiegato ieri, ma era evidente fin dall’inizio, che il messaggio era stato “trovato” nel cellulare (o per meglio dire: dato dall’avvocato) di Raffaele Marra. Non solo: nell’articolo di Lillo e Pacelli pubblicato sul Fatto questa versione è confermata, visto che scrivono: “Versione smentita dal messaggio pubblicato, secondo i quotidiani di ieri. Versione confermata invece dall’intera chat pubblicata dal blog M5S e ignorata, va detto, dai tre quotidiani perché non girata dalla Raggi allora a Marra, Frongia e Romeo”. Forse Travaglio non legge il Fatto? Visto il carattere leggermente incazzoso dei protagonisti questo potrebbe costituire la scintilla che fa scattare una nuova guerra. Preparate i popcorn.

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