sabato 2 aprile 2016

L’opera di falsificazione firmata Salvini e Casaleggio Associati

Governo
ll ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, in occasione della Festa dell'Unità Pd a Roma, 30 Luglio 2015. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI
Il ministro Boschi ha fatto semplicemente il suo mestiere. Saviano, Salvini e la Casaleggio Associati stanno semplicemente cancellando i fatti e alimentano un polverone con allusioni e falsità
 
La politica, diceva Rino Formica, è «sangue e merda»: e Maria Elena Boschi, che andava alle elementari quando il combattivo ministro socialista concludeva la sua carriera, dev’essersene accorta prima di quanto sospettasse. La sua educazione sentimentale alla politica, dalla minuscola Laterina al cuore del potere romano, ha bruciato i tempi lenti e sovvertito i modi felpati della tradizione gerontocratica e consociativa italiana: breve la carriera, rapidi i risultati, immensa l’esposizione mediatica.
Del resto, ad una giovane donna bella e brava – la Boschi ha compiuto 35 anni lo scorso gennaio – si può perdonare molto all’inizio, quando la si considera poco più di una curiosità, e nulla quando invece ci si accorge che fa sul serio: che cioè, detto un po’ brutalmente, non è una bella statuina da esibire di fronte alle telecamere, ma un pilastro fondamentale del governo. Detto ancora più brutalmente, se la Boschi fosse soltanto gradevole il circo politico-mediatico si limiterebbe a qualche pettegolezzo e a molte fotografie: ma siccome è anche brava – brava nel senso che lavora in un paese di chiacchieroni e perditempo – le reazioni diventano astiose, violente, e spesso feroci.
Lo scandalo di Banca Etruria non risiede nel fallimento di una piccola banca di provincia – una notizia in sé di scarsissimo peso, come infatti fu presentata da tutti i giornali quando il governo presentò il famoso decreto – ma nel linciaggio che si è scatenato nei confronti del padre (per sette mesi vicepresidente senza deleghe), del fratello Emanuele (dipendente della stessa banca) e persino dell’altro fratello, Pier Francesco, accusato dal Fatto di aver trovato un lavoro in una cooperativa di costruzioni a 1500 euro al mese. Niente di grave né soprattutto di nuovo, intendiamoci: la politica è, appunto, «sangue e merda».
L’importante è sapere che il merito non c’entra nulla, che le sciocchezze sul presunto «conflitto d’interesse» sono precisamente sciocchezze, che Pierluigi Boschi non è il proprietario di Banca Etruria e non ne è stato neppure l’amministratore, che il governo non ha salvato la banca ma i correntisti, che chi ha sbagliato pagherà, che un’indagine è in corso e nessuno la sta ostacolando, che i truffati saranno rimborsati. Semmai merita di essere segnalata la calma serafica con cui la ministra ha reagito, sebbene sia ben noto il suo affetto per la famiglia e facilmente intuibile il dolore che la gogna mediatica infligge senza possibilità di appello alle sue vittime inconsapevoli.
Ora ci risiamo: la sciagurata telefonata di Federica Guidi al compagno, intercettata e resa pubblica e immediatamente seguita dalle dimissioni della ministra, diventa il pretesto per un nuovo, violento attacco alla Boschi: colpevole, questa volta, di aver fatto il suo mestiere di ministro per i rapporti con il Parlamento e di aver controfirmato l’emendamento che sbloccava, finalmente, il progetto Tampa Rossa. Ieri, da Bologna, Maria Elena Boschi ha spiegato con pazienza come stanno le cose: «Il ministro per i rapporti con il Parlamento, cioè io, da regolamento deve autorizzare tutti gli emendamenti del governo. Tampa Rossa è un progetto strategico per il Paese che prevede molti occupati nel Mezzogiorno e lo rifirmerei domattina». Poco prima, da Washington, anche Matteo Renzi aveva difeso con forza l’emendamento – «un provvedimento giusto, perché porta posti di lavoro: una cosa sacrosanta» – aggiungendo che «è naturale che il ministro dei rapporti con il Parlamento firmi l’emendamento del governo». Parole sufficientemente chiare, ma anche del tutto inutili: perché le regole della character assassination prevedono una minuziosa cancellazione dei fatti accompagnata da un gran polverone alimentato da allusioni, insinuazioni, vere e proprie falsità.
Maestro in quest’opera di falsificazione della realtà è Roberto Saviano, che per primo chiese le dimissioni della Boschi dopo il commisariamento di Banca Etruria, subito seguito dai suoi nuovi compagni di strada leghisti e grillini, e che ora ritorna all’attacco, chiedendole di «chiarire in Parlamento se le tante ombre che si addensano sul suo ruolo istituzionale sono solo sfortunate coincidenze. O se c’è dell’altro». Come un qualunque mafiosetto di quartiere, il prode Saviano si guarda bene dallo specificare quali siano le «tante ombre», o che cosa mai possa esserci di «altro»: il suo compito è alimentare la disinformazione, alludere senza mai chiarire, gettare il sasso e nascondere precipitosamente la mano. I nuovi compagni di strada di Saviano sono naturalmente della partita: Salvini s’è persino offerto di scrivere una mozione di sfiducia insieme alla Casaleggio Associati srl (che peraltro ha risposto con una pernacchia), i volenterosi picchiatori del Fatto suonano la grancassa e Renato Brunetta, malinconico capogruppo di quel che resta di un grande partito, ha subito aderito con entusiasmo. Le mozioni di sfiducia, com’è noto, servono soltanto ad alimentare i talk show per un paio di giorni: il governo supererà tranquillamente la prova, la Boschi continuerà il suo lavoro, così come continueranno gli attacchi nei suoi confronti. Tutto normale, insomma: e tutto sbagliato.

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