martedì 29 marzo 2016

C'è un comunista 
alla Reggia di Caserta: chi è il direttore che lavora troppo 

L’infanzia povera. La scuola severa del Pci. Le polemiche con i sindacati. Il responsabile che vuole raddoppiare i visitatori si racconta.  Colloquio con Mauro Felicori 

C'è un comunista 
alla Reggia di Caserta: chi è il direttore che lavora troppo
Mauro Felicori è un uomo imponente, vestito e pettinato con distrazione, che si muove nei grandi spazi della Reggia di Caserta come se ci fosse sempre vissuto. Anzi, come se fosse la reincarnazione postmoderna di un principe Borbone tornato nel palazzo avito per rimettere le cose a posto. Invece è qui soltanto da sei mesi, trapiantato dalla sua Bologna, dove ha passato la vita come dirigente del Comune occupandosi di cultura e cimiteri. Ma in sei mesi ha già sconvolto l’inerzia di un luogo addormentato nel suo splendore. Ha riorganizzato l’organico e distribuito nuovi compiti; ha accompagnato uno per uno gli abusivi e le loro bancarelle fuori dal grande atrio di Vanvitelli; ha potenziato la comunicazione scrivendo personalmente ogni giorno su Facebook, lanciando le novità su Twitter e diffondendo le immagini della Reggia su Instagram; ha attirato nuovi visitatori fino a veder raddoppiare gli incassi dell’ultimo mese; ha esplorato le terre vicine con l’intento di dar vita a una rete museale del Sud.

Lavorando a tutto questo senza badare ai propri orari (e senza toccare quelli del personale) ha suscitato la reazione di qualche sindacalista che ha scritto per lamentarsene al Ministero dei Beni culturali. È così finito sotto i riflettori di un Paese stordito dalla perdita delle vecchie certezze e alla ricerca di un nuovo equilibrio tra diritti e doveri. Quasi incarnasse il primo esemplare antropologico di un futuro ancora inesplorato.

Direttore Felicori, che effetto le ha fatto diventare di colpo tanto popolare?
«Godo almeno della consolazione che tutto questo si traduca in un risultato per la Reggia, che ha un enorme problema di sottoesposizione».

Nessun piacere personale, neanche un po’ di sana gratificazione?
«Guardi, io mi sono trovato a dover rispondere al dilettantismo comunicativo di chi ha creduto che in Italia un dirigente pubblico possa essere criticato perché lavora molto. Ma in quanto al piacere, è un po’ come la droga: un’arma a doppio taglio».

Meglio spiegare la metafora.
«È azzardata ma rende l’idea, perché il punto non è il piacere che se ne può ricevere, ma il prezzo che si paga dopo. Così, temo che prima o poi mi arriverà la fattura per questa mia esposizione mediatica, che cela anche invidia e ostilità. Forse io sembro presuntuoso, ma ho una mia umiltà di fondo. Pensi che quando mi ha telefonato Renzi per congratularsi, ho pensato a uno scherzo, come quello che hanno fatto a Odifreddi imitando la voce del papa».

Come ha fatto a capire che era davvero il presidente del Consiglio?
«Non l’ho mai capito. Sono rimasto incerto e laconico fino alla fine».

Lei ci sta dando l’idea di un funzionario discreto, quasi invisibile. Ma a Caserta sta facendo il quarantotto ed è stato scelto tra centinaia di aspiranti. Avrà pure fatto qualcosa per arrivare fin qui.
«Hanno anche detto che ero in quota Franceschini, che invece non avevo mai visto prima. La verità è che mi sono candidato a tutti e venti i musei dove veniva rinnovata la direzione e mi sono qualificato per sette di essi. Quando mi hanno chiesto la mia predilezione, ho detto: Caserta!».

Perché?
«Perché è la sfida più esaltante, perché le mie doti possono dare il massimo in un ambiente come questo».

Quali sono le sue doti?
«Quelle di un bravo tornitore. Io non sono uno storico dell’arte, sono un manager della cultura a cui piace lavorare con la fresa e il trapano per le cose che rendono a distanza, non per quelle che ti portano in tv. Vorrei, per esempio, riaprire il Teatro di Corte e avere qui una stagione del San Carlo di Napoli, mentre mi sembra sopravvalutato il problema di quattro scugnizzi che fanno il bagno in una fontana del Parco. Questa concezione sacrale dei musei, dove bisogna stare impettiti e parlare a bassa voce, ha qualcosa di antipopolare che non mi piace per niente».

Viene da pensare che stia adattando alla Reggia borbonica la sua esperienza al Comune di Bologna, quella che l’ha fatta chiamare il Nicolini emiliano.
«In realtà sono diverso da Nicolini, anche se ci univa l’idea di una politica inclusiva che andasse incontro ai bisogni culturali di massa. Ma lui, a Roma, l’ha interpretata in modo vistoso, offrendo spettacoli ed eventi a basso costo, che in fondo è un modo brillante di generare consenso e conservare l’establishment. Io, a Bologna, ho privilegiato la produzione al consumo, incoraggiando gli artisti e mirando a costruire una città in cui la cultura traina lo sviluppo urbano».

Due modi di essere comunisti in quegli anni. A proposito, che impressione le fa che il termine comunista sia ormai diventato un insulto?
«Mi è laicamente indifferente. Dal punto di vista teorico, il pensiero comunista si è rivelato, almeno in Italia, un errore fatale, specialmente per il peso dato al ruolo dello Stato. Dal punto di vista dei valori morali, ci si può ancora vantare di essere stati comunisti e di possedere un patrimonio etico ineludibile. Io mi sono formato all’interno di una disciplina severa che ha contribuito a formare la mia visione delle cose».

Qual è oggi la sua visione?
«Penso ancora, come i primi socialisti dell’Ottocento, che l’unica vera rivoluzione sia quella culturale. Prendiamola da dove ci pare, dal diritto allo studio, dai beni culturali, dallo spettacolo, ma rendiamoci conto che ne siamo tutti attori e responsabili: lei quando scrive un bell’articolo, io quando faccio una buona delibera. Glielo dice uno che, come Guccini, è stato il primo laureato della sua famiglia. Io vengo dagli “Umili”».

Che cosa vuol dire?
«Vuol dire che sono nato nei palazzi popolari costruiti dal fascismo che a Bologna venivano chiamati con disprezzo “Umili” o “Topi grigi”. Mio padre lavava gli autobus di notte poi, con il tempo, è diventato bigliettaio e autista. Mia madre ha sempre fatto l’operaia. Sarebbe stato anche il mio destino, se non avessi avuto la fortuna di finire le elementari proprio nell’anno in cui si inaugurava la media unica e non ci si divideva più tra chi andava all’avviamento professionale e chi era destinato ad arrivare all’Università. A scuola ero molto bravo e lo studio mi ha portato fino a qui».

Lei era ragazzo negli anni bolognesi della grande contestazione. Ne è stato contagiato?
«Un po’ al liceo e poi mai più. Diciamo che sono un governativo nato, di quelli che all’enunciazione di verità preferiscono la fatica di amministrare. In quegli anni ho fatto il vicedirettore di “Città futura”, il giornale che sognava di ricucire la grande frattura tra Pci e movimento. Non ci è riuscito ma almeno ha ridotto il solco ed è stato un vivaio di talenti».

Come il suo?
«Anche di più. A parte Ferdinando Adornato, che ne era il direttore e che può essere discusso per il suo cinismo, ma è una persona notevole, vi scrivevano Fabrizio Barca, Lucio Caracciolo, Federico Rampini. Anch’io ho poi fatto qualche anno il giornalista a “Paese Sera”. Quando qualcuno era un po’ troppo fantasioso, il partito lo metteva alla comunicazione. Più tardi sono entrato al Comune».

Dove ha lavorato con sindaci diversi, di sinistra ma anche di destra come Giorgio Guazzaloca. Si è trovato sempre bene?
«Renato Zangheri è stato un maestro, ma il mio preferito è ancora Walter Vitali, quasi un fratello. Guazzaloca invece mi ha tolto dalla cultura e mi ha mandato a gestire il cimitero della Certosa, un esilio professionale dove, per motivi mai spiegati, mi ha lasciato a lungo anche Cofferati. In quel periodo ho dovuto sopportare i sorrisini di compatimento della gente, ma ho trasformato l’emarginazione in un successo. Ho creato l’Associazione europea dei cimiteri, che ha tolto quelli monumentali dal buio e dalla superstizione e sono stato persino premiato dai reali di Svezia. A Bologna hanno smesso di sorridere».

E infine è in questa Reggia, intenzionato a farne sito museale di grande richiamo. Ma ha un mandato di soli quattro anni e poi l’aspetta la pensione. Ci riuscirà?
«Certo, il tempo è poco. Quando ho detto a Renzi che in questo periodo mi propongo di passare da mezzo milione a un milione di visitatori, lui mi ha detto: “Non sia timido, punti a due milioni”. Gli ho risposto: “Lei punti a darmi otto anni. E vedrà!”».

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