venerdì 26 maggio 2017

La storia di viale della Primavera, asfaltata in parte solo per le foto

Roma
prima strade
Roberto Giachetti (Pd) accusa la Raggi di diffondere delle fake news sui lavori di rifacimento delle strade
 
“Va bene che siamo nell’epoca delle fake news e della post verità, ma esattamente, il movimento 5 stelle, chi crede di prendere in giro?“. E’ quanto scrive su Fb Roberto Giachetti (Pd) in un post sui lavori di rifacimento delle strade e in particolare su viale della Primavera.
“E’ proprio vero che è sempre una questione di prospettive… Scrive oggi sul facebook la signora sindaco Raggi ‘Continua il programma #StradeNuove’ – osserva Giachetti – Con il completamento dei lavori in viale della Primavera stiamo ultimando la prima fase dell’operazione di manutenzione ordinaria delle strade di competenza del Campidoglio’. Finalmente, ho pensato, iniziano a governare, ad occuparsi della città e non solo di nomine e poltrone”. “Passa un’ora e mi arrivano queste foto di Giulia, Massimo e Alessandro”, continua Giachetti postando delle foto della strada dove si vedono delle buche.
“Allora io voglio dire, va bene che siamo nell’epoca delle fake news e della post verità, ma esattamente, il movimento 5 stelle, chi crede di prendere in giro? Le scie chimiche non le vede nessuno, è sufficiente teorizzarle per ritenerle vere, ma Viale della primavera è percorso ogni giorno da migliaia di cittadini romani.
Crede davvero la sindaca di prenderci in giro in questo modo, passando una mano di asfalto sul 60% del Viale solo per scattare una foto e abbandonare totalmente il resto?
Quando inizierà ad occuparsi seriamente di Roma? Quando smetterà di alimentare bugie?
PS: auspico che domani mattina stessa venga completato il lavoro, così, giusto per salvare la faccia”.

Muraro, ex assessore della Raggi: 'Emergenza rifiuti, prevedibile fin da...

venerdì 26 maggio 2017 13:34 

La falsa lettera aperta di Chiara Appendino

Una falsa lettera aperta di Chiara Appendino ai cittadini di Torino è stata pubblicata come manifesto a Palazzo Nuovo e in via Guastalla. Ne parla oggi Futura News in un articolo a firma di Valerio Barretta e Marco Gritti. Questa è una foto della lettera:
falsa lettera chiara appendino
Foto da: Futura News
«Cari cittadini. Vi scrivo questa lettera per spiegarVi meglio il concetto di partecipazione dal basso.
È molto semplice: Voi mi votate e poi io comando.
Con questo intendo dire che chiunque voglia opporsi a me finirà arrestato oppure bastonato dalla polizia.
Mi sento pronta a comandare e per farlo devo fare in modo che la polizia e i magistrati mi siano amici, di modo tale che se la prendano con chi non ubbidisce.
Per questo li ho ringraziati per le cariche del 1 maggio e per gli arresti all’asilo occupato di pochi giorni dopo. Ho infine ringraziato il PM Rinaudo da sempre in prima linea nel reprimere tutte le opposizioni e in particolare i No Tav.
Un ultimo avvertimento a chi si sentisse deluso dal mio operato: se siete senza casa, senza soldi, se non volete un altro supermercato sotto casa oppure se pensate che io stia solo finendo il lavoro iniziato dal PD…Vi conviene stare zitti e rigare dritto perché io sono l’unica alternativa possibile».
Sul manifesto, insieme al simbolo del Movimento 5 Stelle, compaiono anche i loghi della Polizia di Stato, della Compagni di San Paolo, della Lavazza e di Telt, società italo-francese che si occupa della costruzione e poi della gestione della Torino-Lione. La lettera, che fino ad ora non è stata rivendicata, contiene riferimenti alle tensioni del primo maggio e all’arresto di alcuni anarchici nell’asilo occupato di via Alessandria. Scrive l’ANSA che del caso si sta occupando la Digos, che ha segnalato l’episodio alla Procura. Potrebbe trattarsi del gesto di esponenti di area antagonista.

La deriva grillina di Mdp. Ora è D’Alema a somigliare alla Guzzanti

Sinistra
Pierluigi Bersani e Massimo D'Alema alla Camera in una foto d'archivio. ANSA/ALESSANDRO DI MEO
A tre mesi dalla nascita il progetto sembra fallito
 
A tre mesi dalla sua nascita è legittimo chiedersi se l’operazione Articolo 1-Mdp sia già fallita. 
Se l’ambizione era quella di dare vita ad un partito capace di raccogliere dissensi e malumori in casa Pd a livello di massa e non solo di ceto politico, allora sì, l’operazione è fallita. Se il disegno era quello di creare una nuova forza politica più nettamente di sinistra ma con vocazione di governo, ancora una volta: sì, l’operazione è fallita. Purtroppo è così.
C’è da domandarsi se Mdp serva ad altro se non a coltivare uno spazietto politico-parlamentare per un pezzo di ceto politico. 
Non avanza grandi idee, si limita a fare interdizione a quelle dell’odiato Pd. Non svolge una grande azione sul territorio, non suscita particolari movimenti né di massa né di élites. Non partecipa granché alle discussioni sui grandi temi – dall’economia all’Europa. Non vengono alla ribalta nuovi leader, siamo sempre a Bersani e D’Alema.
Qualche volta ci azzecca, essendo i suoi parlamentari gente di una qualche esperienza, come sui voucher. Successi di un giorno, effimeri.
Il problema strategico di Mdp è di non avere uno sguardo lungo. Finisce così imprigionato nella mera protesta di breve periodo: ma lì è incommensurabilmente più forte Grillo. Scivola su posizioni estremiste antigovernative: ma lì sono più tosti i compagni di Sinistra Italiana. E, stringi stringi, la scissione al Pd ha fatto poco danno, in termini politici e, a guardare i sondaggi, anche elettorali. Se hanno provato ad avere qualche peso nelle primarie, il risultato si è visto.
Possibile che uomini come Bersani e D’Alema non si rendano conto di coltivare un’impresa politicamente sterile? Possibile che, per il bene della sinistra e delle loro idee, non comprendano che servirebbe un maggiore livello di pensiero e una più coerente azione di massa?
I due leader rischiano di essere la palla al piede del Movimento. Di frenare la formazione di un giovane gruppo dirigente meno assetato di vendette e pervaso di spirito rancoroso. Di diventare – ed è la cosa che più impressiona – una caricatura del grillismo.
Infatti loro praticano la strada breve del no a tutto. Come sulla legge elettorale. Un giorno criticano un progetto che non prevede cartelli elettorali, il giorno dopo vogliono la coalizione con gente che disprezzano, un altro giorno ancora vogliono il tedesco ma in realtà sperano che lo sbarramento non ci sia.
Vogliono che Gentiloni duri ma minacciano di farlo cadere, cercano Pisapia ma intuiscono che Pisapia gli sottrarrebbe visibilita e voti. Ma  la più bella in assoluto è: sì all’intesa col Pd ma non Renzi (confermato segretario del Pd da un mese, ndr).
La solita sindrome della “cespuglite” guida i comportamenti di Mdp. Un bertinottismo ma senz’anima. Lotta per la sopravvivenza più che per la testimonianza.
Nella confusione, è davvero stupefacente leggere un D’Alema – sul Corriere della Sera – ironizzare su “Renzusconi” – roba che nemmeno una Paola Taverna – proprio lui che in nome della Politica con Berlusconi cercò per anni un’intesa prima di essere regolarmente messo nel sacco. Adesso è D’Alema che somiglia a Sabina Guzzanti – quella vera.
Sembra incredibile che un leader cresciuto a pane e Togliatti (al IX Congresso del Pci, 1960, dodicenne diede i fiori al Migliore) esalti un partito del 3% come il suo, che si senta a suo agio nell’avvoltolarsi nella più banale propaganda neo-gruppettara (ah, quanto sono lontani gli anni della battaglia contro l’estremismo!), accostandosi forse inconsapevolmente alla sottocultura girotondina (ah, quell’epica assemblea a Firenze duellando con Paul Ginsborg!) e persino travagliesca – le stantie frecciate alla Boschi.
Inebriato dalla vittoria del 4 dicembre, nella quale egli assegna a se medesimo un ruolo strategico, D’Alema ha evidentemente voglia di tornare a calcare le scene nazionali da protagonista – malcelando questa ambizione con il solito “non sono candidato a nulla” – forse perché è in scadenza il suo incarico di presidente della Feps (l’organizzazione delle Fondazioni dei partiti socialisti europei): a fine giugno al suo posto potrebbe andare un socialdemocratico svedese della Fondazione Olaf Palme.
Può darsi – anzi è probabile – che nel Mdp si aprirà a un certo punto una discussione che sfoci in un forte rinnovamento generazionale e ad un ripensamento della funzione di un piccolo partito di sinistra. È l’unica speranza. L’alternativa è nota: fare la triste fine di tutti i gruppi minoritari.

Bufera su Forello, candidato M5S di Palermo: è socio nella Spa dei tributi a Bagheria

M5S
Salvatore Ugo Forello, scelto on line come candidato sindaco M5S a Palermo, nella foto del suo profilo Facebook. 18 gennaio 2017.  +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO'ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++
Ugo Forello candidato M5s a Palermo, dopo la vicenda Addiopizzo, è ancora al centro delle polemiche
 
Ugo Forello, il candidato sindaco M5S di Palermo, sta diventando una spina nel fianco (in termini politici, naturalmente) per i Cinquestelle.
Dopo la vicenda delle firme false a Palermo si era puntato su di lui per le prossime amministrative, ma la campagna elettorale che lo riguarda è a dir poco movimentata.
Prima c’era stata la storia d un file audio di una conversazione tra big grillini in cui sono emerse  pesanti accuse nei confronti di Forello e del suo modo di gestire Addiopizzo, l’associazione da lui presieduta sino all’anno scorso.
Ora un’altra rivelazione: Forello conosciuto principalmente come avvocato, secondo il settimanale 109 sarebbe innanzitutto un imprenditore. Il contenuto dell’articolo, è a firma del giornalista Gianpiero Casagni e mette in luce dei dati che scateneranno la polemica.
Forello infatti risulta dal 2 maggio 2016 “il maggior azionista dell’Inpa spa, la società che si occupa dell’accertamento e la riscossione dell’imposta comunale sulla pubblicità (ICP) e tassa occupazione spazi e aree pubbliche (TOSAP), in decine di Comuni siciliani”. Possedendo un totale di azioni dell’86 per cento “dell’intero capitale da 10 milioni di euro della Inpa spa, una società amministrata da Giulio Martines (fra i firmatari del manifesto del 2005 di Addio Pizzo per il consumo critico) e che ha come scopo principale quello di far rispettare la legalità ai cittadini, quantomeno sotto l’aspetto tributario». Insomma: Forello sarebbe milionario, con oltre otto milioni di azioni.
Intanto va detto che a Bagheria l’amministrazione Cinquestelle ha prima internalizzato il servizio di distribuzione idrica e successivamente ha incaricato proprio la società di Forello a riscuotere le bollette. Non solo risulterebbe un contenzioso con suddetta società risalente agli anni ’90.
Repubblica Palermo racconta anche la posizione di Forello: “Per motivi familiari mio padre ha recentemente trasferito le sue quote a me – dice il grillino – e non c’è alcun conflitto di interesse nella mia candidatura a Palermo”.
Eppure il conflitto di interesse viene sottolineato, eccome. Tra i primi a criticare l’accaduto c’è ilsenatore Francesco Campanella, ex pentastellato, ex di Sinistra Italiana e attualmente nel Gruppo Misto di Palazzo Madama. Campanella definisce Inpa “una Equitalia piccola piccola ma non troppo” e bolla la pratica che “proprio i cinquestelle chiamerebbero, con altri attori in campo, conflitto di interessi”.
E un’altra critica arriva dal Partito democratico. Daniele Vella della direzione regionale PDcommenta: “Credo che la questione emersa vada approfondita perché è quando meno singolare che,come pare, chi ha un contenzioso con il Comune di Bagheria possa essere affidatario per lo stesso ente di un servizio. È inopportuno.
E scoprire che Forello sia proprietario dell’86% di Inpa è certamente curioso”. Anche nelle parole del segretario locale Orazio Amenta, riporate da Repubblica Palermo c’è stupore. Amenta sottolinea come “da tempo il nostro capogruppo Mimmo Di Stefano aveva sollevato la questione dell’inopportunità di affidare il servizio di riscossione a una ditta che aveva un contenzioso milionario con il Comune. Oggi scopriamo che la ditta in questione, la Inpa, è di Forello”.

Questi sono i militanti del M5S. Complimenti. Sono tutti nuovi e giovani.

"I veri innovatori vengono presi per pazzi. C'è sempre qualcuno che vorrà rallentarvi. Non fermatevi"

Il discorso di Mark Zuckerberg ad Harvard dimostra che potrebbe essere lui il prossimo presidente USA

 26/05/2017 13:15 CEST | Aggiornato 6 minuti fa
C'è già chi lo vede nei panni del prossimo presidente USA, come l'organizzazione Distrupt4America, e a questo scopo avrebbe iniziato anche una raccolta fondi: sebbene Mark Zuckerberg abbia ribadito la sua intenzione di non candidarsi, il discorso che ha tenuto ad Harvard davanti ai laureandi ha dato prova della forza delle sue idee. Il CEO di Facebook ha parlato di politica, di immigrazione, di futuro, esortando i giovani a non fermarsi davanti ai problemi: "Essere idealisti è bello, ma preparatevi a essere incompresi. Chiunque abbia una visione a lungo termine verrà definito folle, anche se poi il tempo gli darà ragione. C'è sempre qualcuno che vuole rallentarvi. Non fermatevi".
Zuckerberg è tornato nella prestigiosa università situata a Cambridge, nel Massachusetts, per ricevere la laurea ad honorem, così come aveva giurato alla madre ("Mamma, ti ho sempre detto che sarei tornato a prendere la mia laurea", ha scritto sotto alla foto pubblicata sulla sua pagina che lo ritrae nelle vesti di laureato). Durante il discorso, visibilmente emozionato, si è lasciato andare al ricordo dei migliori anni trascorsi nell'ateneo: "L'incontro con Priscilla - ha affermato - è il ricordo più bello di Harvard. È la persona più importante della mia vita".
Ma sono stati soprattutto i giovani il centro del suo discorso: "La sfida della nostra generazione è di creare un mondo in cui tutti abbiano uno scopo - ha detto - Perché non proviamo a fermare il cambiamento climatico prima di distruggere il pianeta? Perché non tentiamo di curare tutte le malattie, chiedendo a chi vuole farlo di condividere i dati sulla sua salute? Perché non proviamo a rendere la democrazia più moderna permettendo a tutti di votare online?".

Il CEO si è poi addentrato in temi scottanti per la società, affermando che "il livello di diseguaglianza nella distribuzione attuale della ricchezza danneggia tutti" e quanto sia necessario "definire un nuovo contratto sociale per la nostra generazione". Ha anche ipotizzato un "reddito di base universale". E ha parlato di un futuro fatto di macchine e robot, che porteranno alla "sostituzione di decine di milioni di posti di lavoro con dispositivi automatici". Ha ribadito l'importanza della beneficenza e delle comunità locali, che "ci permettono di sentirci parte di qualcosa di più grande e non essere soli; ci danno la forza di espandere i nostri orizzonti". Ha accennato anche ai matrimoni gay, celebrando la figura di David Razu Aznar, studente di Harvard e consigliere comunale, che "ha guidato con successo la battaglia per fare in modo che Città del Messico fosse la prima città dell'America Latina ad approvare, anche prima di San Francisco, i pari diritti per i matrimoni".
Sul tema dell'immigrazione, Zuckerberg ha spiegato: "Viviamo in tempi instabili. Ci sono persone che sono lasciate indietro dalla globalizzazione. È difficile prendersi cura di chi si trova in altri posti se non ci sentiamo bene nelle nostre vite, qui a casa. È questo il problema del nostro tempo. La libertà, l'apertura, la comunità globale contro le forze dell'autoritarismo, dell'isolazionismo, del nazionalismo. La conoscenza, lo scambio, l'immigrazione contro chi invece vorrebbe rallentare questo flusso. Non è una battaglia tra nazioni, è una battaglia di idee. Ci sono persone in ogni Paese a favore della connessione globale ed altre che remano contro".
Il discorso non ha fatto altro che avvalorare l'ipotesi di una sua possibile candidatura alla prossima presidenza: moltissimi utenti sui social network hanno mostrato il proprio entusiasmo e immaginato il CEO nei panni di presidente.

15mila euro per affittare la villa di Grillo, il “francescano”

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Lo scrive nextquotidiano che prova a fare qualche altro paragone tra i leader del M5S e la sua professata inclinazione al pauperismo francescano
 
“Non è certo per fini elettorali o per prendere il “voto dei cattolici” che il MoVimento è stato fondato, nel 2009, proprio il 4 ottobre, giorno in cui si festeggia il patrono d’Italia. Era una dichiarazione d’intenti.” Queste sono alcune righe del post pubblicato martedì 23 maggio sul blog di Beppe Grillo, a pochi giorni della marcia “francescana” del comico genovese da Perugia ad Assisi.
Grillo, dunque, nega apertamente che sbandierare a destra e a manca la vocazione francescana del Movimento serva a corteggiare gli elettori cattolici che non sono stati convinti dalla proposta politica del M5S. Il motivo, probabilmente, è quello individuato da Giovanni Drogo che, su Nextwquotidiano, ha fatto una rapida rassegna delle tante contraddizioni che il Movimento esprime nei confronti di una presunta vocazione francescana. Dalle posizioni sui migranti a quelle sulle ONG, fino agli agi goduti dal comico genovese.
Scrive Drogo:
“Grillo non è proprio il prototipo del pauperista. Ad esempio la famosa villa a Marina di Bibbona(nella foto, ndr., già luogo di riunioni del Direttorio, d’estate viene affittata alla modica cifra di 15mila euro a settimana (spese per l’elettricità escluse). E non è quella l’unica proprietà immobiliare di Grillo. Tra il 2002 e il 2003 Beppe Grillo e suo fratello Andrea si sono avvalsi per due volte del cosiddetto “condono tombale” varato da Berlusconi e Tremonti per sanare la posizione, fino ad allora fuorilegge, degli immobili della società Gestimar (il 99% della società è di Beppe) che possiede una decina di proprietà immobiliari. All’epoca Andrea Grillo spiegava che anche se ritenevano di aver fatto tutte le cose bene e secondo la legge preferivano avvalersi della possibilità di condonare gli abusi.” (Clicca qui per leggere l’intero articolo)

Ora, certo, si dirà i soldi di Grillo lui se li è guadagnati con il suo lavoro. Allora però sarebbe il caso di ristabilire il senso delle parole e il rispetto di figure, come quelle del frate patrono d’Italia, che ispirano tante persone senza che debbano diventare uno slogan elettorale o una strategia di marketing. Tanto più quando lo si fa da uno yacht o da un blog da cui si pontifica inondando di mille banner i malcapitati che sperano di trovarci le parole del loro “San Francesco”.

Cantone, il grillino smemorato che “dimentica” di avere due società a Malta

M5S
cantone
Enrico Cantone esponente di punta dei Cinque Stelle in Toscana, è la prima vittima dell’inchiesta dell’Espresso “MaltaFiles”
 
Predicare bene e razzolare male. Per i 5Stelle non è una novità fare la morale agli altri, chiedere sempre più trasparenza, pensare che solo loro siano in grado di saper fare politica. Poi succede che un consigliere regionale si dimentichi di comunicare agli uffici della Regione Toscana di avere due società a Malta e scoppia il caso tanto da costringerlo a dare le dimissioni.
Enrico Cantone, ormai ex del parlamentino regionale, esponente di punta dei Cinque Stelle in Toscana, è la prima vittima dell’inchiesta dell’Espresso “MaltaFiles”, che racconta come l’isola si diventata un vero e proprio paradiso fiscale per chi vuole fuggire dalle tasse.
Nel mirino la dimenticanza di Cantone di comunicare l’esistenza di queste sue società a Malta, non prima di ricordarsene dopo che il settimanale con una mail gli aveva annunciato l’avvio di questa inchiesta giornalistica, facendogli delle domande, rimaste poi senza risposta.
Non a caso in aula molti consiglieri del Pd, con il capogruppo Leonardo Marras in testa, hanno sventolato in faccia ai grillini l’ultimo numero  dell’Espresso. Mentre Monia Monni, vicecapogruppo democratica, attacca “Quando voi Cinque Stelle ammetterete di non essere senza peccato, allora forse inizierete a fare politica sui fatti veri”.
Ma la vera domanda è un’altra: delle mail dell’Espresso ne era a conoscenza solo Cantone o anche il gruppo grillino lo sapeva? “Ha mentito da solo o lo ha fatto insieme a voi? Rispondete, siamo stufi della doppia morale” chiede Antonio Mazzeo, vicesegretario del Pd toscano. Del caso si è discusso ieri in aula, sul tavolo della presidenza una mozione del Pd, per chiedere di aumentare la trasparenza patrimoniale e associativa di chi siede in consiglio regionale, per i democratici è stata l’occasione per fare le pulci alla doppia morale dei grillini, che appunto, predicano bene, ma razzolano male.

Non solo i musei, date l’Italia in mano agli stranieri (che magari ci liberano dal Tar del Lazio)

Nel giorno in cui Claudia Ferrazzi viene chiamata da Macron all’Eliseo, il tribunale capitolino boccia la nomina di direttori stranieri nei musei italiani. Una follia che rischia di bruciare una delle migliori riforme degli ultimi anni. Ma che, se non altro, fa capire dove sta il nemico

Kārlis Dambrāns (foto tratta da Flickr.com)

25 Maggio 2017 - 10:32
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Notizia numero uno: Claudia Ferrazzi, quarantenne bergamasca che dopo una brillante carriera internazionale era stata scelta dal Comune di Milano a occuparsi di marketing territoriale, è stata chiamata all’Eliseo dal neo Presidente francese Emmanuel Macron - la patria dello sciovinismo, secondo gli stereotipi: tenetevelo a mente - per occuparsi di cultura nel suo staff.
Notizia numero due: mentre Claudia Ferrazzi faceva le valige, l'ineffabile Tar del Lazio ha deciso, con due sentenze, che la nomina di cinque dei venti direttori scelti dal ministero della cultura per guidare i super musei italiani fosse illegittima. Ergo, a meno di ricorsi al Consiglio di Stato, anche questi direttori dovranno fare le valige e tornare a casa, per lasciare il posto ad altri, in possesso di una qualifica evidentemente fondamentale (sarcasmo) per gestire bene un museo: la carta d’identità italiana.
Tra i direttori coinvolti, a quanto si legge, c’è Gabriel Zuchtriegel, trentaquattrenne, alla guida del parco archeologico di Paestum, che nel 2016 ha fatto +40% di ingressi e +70% di visitatori, grazie agli orari prolungati fino a mezzanotte, alle rassegne musicali e teatrali, e alle attività didattiche. E c’è pure Peter Assman, sessantunenne austriaco che a Palazzo Ducale di Mantova nello stesso anno ha fatto segnare un +51%. Per la cronaca, pare che il ricorso sia partito da una candidata non selezionata per il ruolo a Taranto, dove è stato scelta Eva Degl'Innocenti, archeologa toscana di 39 anni che ha raddoppiato i visitatori del MarTa. 
Tra i direttori coinvolti, a quanto si legge, c’è Gabriel Zuchtriegel, trentaquattrenne, alla guida del parco archeologico di Paestum, che nel 2016 ha fatto +40% di ingressi e +70% di visitatori, grazie agli orari prolungati fino a mezzanotte, alle rassegne musicali e teatrali, e alle attività didattiche. E c’è pure Peter Assman, sessantunenne austriaco che a Palazzo Ducale di Mantova nello stesso anno ha fatto segnare un +51%
Un po’ di storia: sono tutti figli della riforma dei musei italiani, partita ufficialmente il 23 dicembre del 2014, con un decreto firmato dal ministro Dario Franceschini. In sintesi: 20 musei autonomi - cui se ne sono aggiunti altri dodici - con un direttore per ciascuno selezionato con bando internazionale e diciassette poli regionali per far parlare tra loro le realtà pubbliche e quelle private con l’obiettivo di dar vita a un’offerta integrata. Tutto si può dire, tranne che quella riforma non abbia funzionato. Nel 2016 ci sono stati 44,5 milioni di visitatori e incassi per oltre 172 milioni di euro. Più 4% e più 12%, per la cronaca, rispetto a un 2015 che già aveva fatto segnare cifre record.
Se c’era una cosa di cui potevamo andare orgogliosi, insomma, era questa. Una riforma che era riuscita a scardinare le vecchie e polverose logiche di gestione della cosa pubblica, che aveva premiato il merito indipendentemente dall’età e dalla nazionalità e che aveva pure prodotto risultati. Tutte cose che rischiano di essere spazzate via dal proceduralismo kafkiano e distruttivo delle nostre magistrature borboniche, da dirigenti pubblici che fanno nomine di direttori esteri senza premurarsi di cambiare prima le regole e da politici che non hanno mai fatto nulla, prima d'ora, per togliere un po' di potere ai mandarini di Stato, anzi. Non è mai troppo tardi, certo: ma se non lo capiamo adesso, che dentro le burocrazie romane si incista il peggior nemico dell’Italia, non lo capiamo più.

dipocheparole     venerdì 27 ottobre 2017 20:42  82 Facebook Twitter Google Filippo Nogarin indagato e...