Liberi cittadini contro il regime partitocratico, i privilegi della casta sindacale della triplice, la dittatura grillina e leghista, la casta dei giornalisti
sabato 2 aprile 2016
M5S: LA MASCHERA E IL VOLTO DELLO STAFF COMUNICAZIONE
8.000 euro al mese di soldi pubblici e la casa in centro coi soldi del gruppo parlamentare (che pure pubblici sono), lo stipendio del responsabile comunicazione dei 5 Stelle. Costo annuo per i contribuenti 3 milioni di euro per dire tutto e il contrario di tutto.
E su Facebook il Meetup sovranista Enrico Mattei di La Spezia a proposito del coordinatore dello staff 5 Stelle alla Camera, per volontà della Casaleggio & Associati, Rocco Casalino scrive:
Abbiamo creduto che il Movimento contenesse la Promessa di sostituire i “volti dei cittadini” alle “maschere dei politici”. Sognavamo portavoce che riflettessero la trasandatezza di chi vive il quotidiano e non le passerelle, ci ritroviamo invece le “sopracciglia a rondine “e i “corsi di neuro-linguistica”. Cosa è accaduto?
Nello staff dei 5 stelle , presta il suo “servizio” (ben retribuito) tale Rocco Casalino come “consulente di immagine” . Ma cosa fa un consulente di immagine? È sostanzialmente un produttore di maschere. Mettere una maschera là dove abitava il Volto è il senso del suo “lavoro”.
Per noi che abbiamo ammirato la tenace ricerca pasoliniana del sacro nei volti non ancora plastificati degli esclusi, asserire che Rocco Casalino non ha ” un volto ” non è uno sproposito ma una ovvietà. Al suo posto il nostre triste eroe ha una maschera, la cui smorfia, mai mutata dai tempi della casa-prigione, null’altro trasmette che isteria, arrivismo, arroganza. Oggi questo soggetto ha un ruolo all’interno del Movimento, all’ombra dello staff alleva bravi “imbonitori ” . Suggerendo cravatte e sbiancamenti dentali “prepara” i nostri portavoce a vendere il “prodotto 5 stelle” . Per noi che ci ostiniamo a distinguere politica e sub-cultura aziendale è triste constatare la buona riuscita del suo lavoro volto a trasformare in “venditori di folletto” i rappresentanti del popolo.
D’altronde Rocco, lo riconosciamo, è perfetto per questo compito. La casa del Grande Fratello è l’apogeo del Menzognificio Spettacolare. In quel luogo viene posto in vendita, non più un prodotto, ma l’essere umano in quanto tale . Casalino ha già “venduto se stesso “, la sua totalità, abitando quella casa. Ne ha ricevuto in cambio, soldi, fama e un posto nello staff … ma ha pagato un prezzo altissimo … Quella orrenda maschera , arrogante , nevrotica, ambiziosa , è DIVENTATA IL SUO VOLTO.
mader
venerdì 1 aprile 2016
Questa è la CISL. Fate girare questo servizio delle iene. Ai giovani diciamo:"Ecco perché non avete diritti né avrete la pensione. Perché la casta dei sindacalisti della CISL ha fatto man bassa di quello che c'era."
Un ricorso al Tar e un esposto in procura sono stati presentati per conto della famiglia Bellabarba, proprietaria della discarica del Limoncino
“Non ho ricevuto avvisi di garanzia e non ho passato alcun documento al comitato contro la discarica. Questi sono i fatti”. Con queste parole il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, ha commentato il servizio diffuso da RaiNews24 (guarda qui il video) che ricostruisce la vicenda della discarica del Limoncino e la querelle giudiziaria che vede contrapposta l’amministrazione comunale e la ditta della discarica. “Avevamo scritto nel programma elettorale che non avremmo mai consentito che aprisse la discarica e stiamo mantenendo la promessa. Perché noi abbiamo un vizio: fare ciò che diciamo. E su questo tema, come su altri, ho ricevuto il consenso da parte dei cittadini che mi hanno eletto”.
L’apertura della discarica è stata sempre osteggiata dalla giunta grillina, ma ora la battaglia diventa incandescente dal punto di vista legale. Si ipotizzano presunte irregolarità da parte della giunta guidata dal sindaco cinquestelle Filippo Nogarin sulle determinazioni assunte relativamente alla viabilità di accesso all’impianto, via del Limoncino. Così un esposto in Procura dell’impresa che da anni lavora alla realizzazione dell’impianto potrebbe far arrivare un avviso di garanzia al primo cittadino pentastellato che mettendo le mani avanti ha chiarito che non avrebbe preso in considerazione le dimissioni.
La ditta Bellabarba, proprietaria della cava, vuole invece portare avanti il progetto è ha presentato un ricorso al Tar con una richiesta di risarcimento danni al Comune di 54 milioni. L’accusa prefigurata dal ricorso al Tar di Bellabarba è di abuso di ufficio da parte del sindaco. In sostanza la ditta accusa la giunta di aver fornito le carte per la controversia legale al comitato dei residenti che negli anni ha presentato vari esposti anti discarica.
L’ex cava che dovrebbe raccogliere materiali inerti è rimasta sequestrata per 3 anni, ma il giudice ha assolto gli imputati dall’accusa che l’ok all’impianto fosse arrivato con un abuso d’ufficio.
Che hanno da festeggiare? Il Tar ha respinto il ricorso sugli scontrini di Renzi e Nardella
Di Maio annuncia in pompa magna che il Tar ha dato ragione al M5s, ma in realtà ha dichiarato il ricorso improcedibile
Il Movimento 5 Stelle esulta per una sentenza del Tar che avrebbe dato ragione al loro ricorso sugli scontrini di Renzi, ma in realtà leggendo la sentenzaha dichiarato il ricorso improcedibile, come ha precisato su Twitter il Sindaco di Firenze Dario Nardella.
La precisazione del Sindaco è arrivata dopo che da molti profili di esponenti del M5s è iniziato l’attacco all’ex sindaco, oggi presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Il problema ora sarà spiegare la sentenza a Di Maio e Di Battista che in queste ore hanno scritto tweet esultanti per un ricorso improcedibile. Forse per dei leader politici, e anche per alcuni giornali,sarebbe consigliabile leggere le sentenze prima di commentarle.
Ma perché il ricorso è stato dichiarato improcedibile dal Tar? Per spiegarlo useremo le parole della sentenza.
L’istanza di accesso presentata dalle ricorrenti Noferi e Xekalos il 15 ottobre 2015 ha un contenuto composito, riferendosi da un lato a tutte le spese di rappresentanza sostenute dall’ex Sindaco, corredate della relativa documentazione di riscontro, e, dall’altro, gli estratti dei conti correnti bancari e/o delle carte di credito o debito eventualmente nella disponibilità dello stesso ex Sindaco.
Quanto a questi ultimi, con la nota del 12 novembre 2015 le ricorrenti hanno espressamente preso atto della risposta ricevuta dal Comune (nessuna carta di credito a disposizione dell’ex Sindaco), salvo insistere per la trasmissione dei documenti attestanti le spese di rappresentanza, alle quali deve pertanto intendersi circoscritto ab origine anche l’oggetto del presente giudizio, al di là dell’indistinto rinvio fatto dall’atto introduttivo alla menzionata istanza del 15 ottobre.
Vero è, piuttosto, che in corso di giudizio il Comune di Firenze – con nota del 24 dicembre 2015, a firma del direttore generale – ha dato seguito a una reiterata serie di istanze di accesso presentate dalle ricorrenti e relative alle spese di rappresentanza sostenute dall’ex Sindaco Renzi e al Sindaco in carica Nardella, ivi compresa, appunto, quella del 15 ottobre.
In allegato alla nota, vi sono i prospetti suddivisi anno per anno e recanti l’elenco delle spese sostenute, nonché data, causale e descrizione dell’oggetto della spesa con il relativo importo. Si tratta, per gli anni dal 2011 in avanti, dei medesimi prospetti richiesti per la pubblicazione sul sito web del Comune a norma dell’art. 16 co. 26 del D.L. n. 138/201, sul modello dei quali sono stati predisposti analoghi prospetti anche per gli anni 2009 e 2010.
Nella nota del 24 dicembre è altresì presente l’invito a segnalare le specifiche voci ricavate dai prospetti per accedere alla visione e copia della documentazione sottostante, con il che la pretesa delle ricorrenti deve ritenersi adeguatamente soddisfatta. Nell’ottica di leale collaborazione fra organi pubblici che deve comunque presiedere all’esercizio del diritto di accesso ex art. 43 co. 2 D.Lgs. n. 267/2000, la mancata immediata ostensione di tutti i documenti sottesi a ciascuna delle numerosissime voci di spesa esibite e rese note dal Comune (oltre mille) non equivale, infatti, a diniego dell’accesso, ma a un differimento parziale giustificato dalla mole della documentazione potenzialmente interessata e dalla conclamata disomogeneità delle voci di spesa in questione (si va dalle forniture di fiori, all’acquisto di oggetti celebrativi e doni, alle spese per incontri di rappresentanza), delle quali non può obiettivamente presumersi che rivestano tutte pari interesse ai fini del controllo che tramite l’accesso si vorrebbe esercitare.
La circostanza che alle ricorrenti sia richiesto di indicare le singole voci di spesa in relazione alle quali avere la documentazione di riscontro è coerente, del resto, con la regola secondo cui compete al richiedente la selezione preventiva del materiale di proprio interesse, attività propedeutica connaturata alle modalità dell’accesso, che non può mai avere finalità solo esplorative, ancorché il diritto sia esercitato da soggetti cui la legge riconosce una legittimazione rafforzata.
In forza delle considerazioni esposte, il ricorso va dichiarato improcedibile per sopravvenuto difetto di interesse.
Le spese di lite seguono la virtuale soccombenza del Comune, che solo in corso di causa ha provveduto a evadere l’istanza di accesso.
martedì 29 marzo 2016
C'è un comunista alla Reggia di Caserta: chi è il direttore che lavora troppo
L’infanzia povera. La scuola severa del Pci. Le polemiche con i sindacati. Il responsabile che vuole raddoppiare i visitatori si racconta. Colloquio con Mauro Felicori
Mauro Felicori è un uomo imponente, vestito e pettinato con distrazione, che si muove nei grandi spazi della Reggia di Caserta come se ci fosse sempre vissuto. Anzi, come se fosse la reincarnazione postmoderna di un principe Borbone tornato nel palazzo avito per rimettere le cose a posto. Invece è qui soltanto da sei mesi, trapiantato dalla sua Bologna, dove ha passato la vita come dirigente del Comune occupandosi di cultura e cimiteri. Ma in sei mesi ha già sconvolto l’inerzia di un luogo addormentato nel suo splendore. Ha riorganizzato l’organico e distribuito nuovi compiti; ha accompagnato uno per uno gli abusivi e le loro bancarelle fuori dal grande atrio di Vanvitelli; ha potenziato la comunicazione scrivendo personalmente ogni giorno su Facebook, lanciando le novità su Twitter e diffondendo le immagini della Reggia su Instagram; ha attirato nuovi visitatori fino a veder raddoppiare gli incassi dell’ultimo mese; ha esplorato le terre vicine con l’intento di dar vita a una rete museale del Sud.
Lavorando a tutto questo senza badare ai propri orari (e senza toccare quelli del personale) ha suscitato la reazione di qualche sindacalista che ha scritto per lamentarsene al Ministero dei Beni culturali. È così finito sotto i riflettori di un Paese stordito dalla perdita delle vecchie certezze e alla ricerca di un nuovo equilibrio tra diritti e doveri. Quasi incarnasse il primo esemplare antropologico di un futuro ancora inesplorato.
Direttore Felicori, che effetto le ha fatto diventare di colpo tanto popolare? «Godo almeno della consolazione che tutto questo si traduca in un risultato per la Reggia, che ha un enorme problema di sottoesposizione».
Nessun piacere personale, neanche un po’ di sana gratificazione? «Guardi, io mi sono trovato a dover rispondere al dilettantismo comunicativo di chi ha creduto che in Italia un dirigente pubblico possa essere criticato perché lavora molto. Ma in quanto al piacere, è un po’ come la droga: un’arma a doppio taglio».
Meglio spiegare la metafora. «È azzardata ma rende l’idea, perché il punto non è il piacere che se ne può ricevere, ma il prezzo che si paga dopo. Così, temo che prima o poi mi arriverà la fattura per questa mia esposizione mediatica, che cela anche invidia e ostilità. Forse io sembro presuntuoso, ma ho una mia umiltà di fondo. Pensi che quando mi ha telefonato Renzi per congratularsi, ho pensato a uno scherzo, come quello che hanno fatto a Odifreddi imitando la voce del papa».
Come ha fatto a capire che era davvero il presidente del Consiglio? «Non l’ho mai capito. Sono rimasto incerto e laconico fino alla fine».
Lei ci sta dando l’idea di un funzionario discreto, quasi invisibile. Ma a Caserta sta facendo il quarantotto ed è stato scelto tra centinaia di aspiranti. Avrà pure fatto qualcosa per arrivare fin qui. «Hanno anche detto che ero in quota Franceschini, che invece non avevo mai visto prima. La verità è che mi sono candidato a tutti e venti i musei dove veniva rinnovata la direzione e mi sono qualificato per sette di essi. Quando mi hanno chiesto la mia predilezione, ho detto: Caserta!».
Perché? «Perché è la sfida più esaltante, perché le mie doti possono dare il massimo in un ambiente come questo».
Quali sono le sue doti? «Quelle di un bravo tornitore. Io non sono uno storico dell’arte, sono un manager della cultura a cui piace lavorare con la fresa e il trapano per le cose che rendono a distanza, non per quelle che ti portano in tv. Vorrei, per esempio, riaprire il Teatro di Corte e avere qui una stagione del San Carlo di Napoli, mentre mi sembra sopravvalutato il problema di quattro scugnizzi che fanno il bagno in una fontana del Parco. Questa concezione sacrale dei musei, dove bisogna stare impettiti e parlare a bassa voce, ha qualcosa di antipopolare che non mi piace per niente».
Viene da pensare che stia adattando alla Reggia borbonica la sua esperienza al Comune di Bologna, quella che l’ha fatta chiamare il Nicolini emiliano. «In realtà sono diverso da Nicolini, anche se ci univa l’idea di una politica inclusiva che andasse incontro ai bisogni culturali di massa. Ma lui, a Roma, l’ha interpretata in modo vistoso, offrendo spettacoli ed eventi a basso costo, che in fondo è un modo brillante di generare consenso e conservare l’establishment. Io, a Bologna, ho privilegiato la produzione al consumo, incoraggiando gli artisti e mirando a costruire una città in cui la cultura traina lo sviluppo urbano».
Due modi di essere comunisti in quegli anni. A proposito, che impressione le fa che il termine comunista sia ormai diventato un insulto? «Mi è laicamente indifferente. Dal punto di vista teorico, il pensiero comunista si è rivelato, almeno in Italia, un errore fatale, specialmente per il peso dato al ruolo dello Stato. Dal punto di vista dei valori morali, ci si può ancora vantare di essere stati comunisti e di possedere un patrimonio etico ineludibile. Io mi sono formato all’interno di una disciplina severa che ha contribuito a formare la mia visione delle cose».
Qual è oggi la sua visione? «Penso ancora, come i primi socialisti dell’Ottocento, che l’unica vera rivoluzione sia quella culturale. Prendiamola da dove ci pare, dal diritto allo studio, dai beni culturali, dallo spettacolo, ma rendiamoci conto che ne siamo tutti attori e responsabili: lei quando scrive un bell’articolo, io quando faccio una buona delibera. Glielo dice uno che, come Guccini, è stato il primo laureato della sua famiglia. Io vengo dagli “Umili”».
Che cosa vuol dire? «Vuol dire che sono nato nei palazzi popolari costruiti dal fascismo che a Bologna venivano chiamati con disprezzo “Umili” o “Topi grigi”. Mio padre lavava gli autobus di notte poi, con il tempo, è diventato bigliettaio e autista. Mia madre ha sempre fatto l’operaia. Sarebbe stato anche il mio destino, se non avessi avuto la fortuna di finire le elementari proprio nell’anno in cui si inaugurava la media unica e non ci si divideva più tra chi andava all’avviamento professionale e chi era destinato ad arrivare all’Università. A scuola ero molto bravo e lo studio mi ha portato fino a qui».
Lei era ragazzo negli anni bolognesi della grande contestazione. Ne è stato contagiato? «Un po’ al liceo e poi mai più. Diciamo che sono un governativo nato, di quelli che all’enunciazione di verità preferiscono la fatica di amministrare. In quegli anni ho fatto il vicedirettore di “Città futura”, il giornale che sognava di ricucire la grande frattura tra Pci e movimento. Non ci è riuscito ma almeno ha ridotto il solco ed è stato un vivaio di talenti».
Come il suo? «Anche di più. A parte Ferdinando Adornato, che ne era il direttore e che può essere discusso per il suo cinismo, ma è una persona notevole, vi scrivevano Fabrizio Barca, Lucio Caracciolo, Federico Rampini. Anch’io ho poi fatto qualche anno il giornalista a “Paese Sera”. Quando qualcuno era un po’ troppo fantasioso, il partito lo metteva alla comunicazione. Più tardi sono entrato al Comune».
Dove ha lavorato con sindaci diversi, di sinistra ma anche di destra come Giorgio Guazzaloca. Si è trovato sempre bene? «Renato Zangheri è stato un maestro, ma il mio preferito è ancora Walter Vitali, quasi un fratello. Guazzaloca invece mi ha tolto dalla cultura e mi ha mandato a gestire il cimitero della Certosa, un esilio professionale dove, per motivi mai spiegati, mi ha lasciato a lungo anche Cofferati. In quel periodo ho dovuto sopportare i sorrisini di compatimento della gente, ma ho trasformato l’emarginazione in un successo. Ho creato l’Associazione europea dei cimiteri, che ha tolto quelli monumentali dal buio e dalla superstizione e sono stato persino premiato dai reali di Svezia. A Bologna hanno smesso di sorridere».
E infine è in questa Reggia, intenzionato a farne sito museale di grande richiamo. Ma ha un mandato di soli quattro anni e poi l’aspetta la pensione. Ci riuscirà? «Certo, il tempo è poco. Quando ho detto a Renzi che in questo periodo mi propongo di passare da mezzo milione a un milione di visitatori, lui mi ha detto: “Non sia timido, punti a due milioni”. Gli ho risposto: “Lei punti a darmi otto anni. E vedrà!”».
AMMINISTRATIVE
Non solo Raggi: tutti i problemi dei 5 Stelle
Rimini, Napoli, Milano, Latina e non solo. Le elezioni che potrebbero portare il M5S al governo di Roma mostrano i limiti di un Movimento che ha serie difficoltà di democrazia interna
A Roma gira un sondaggio, commissionato dall’Huffington post , secondo cui Roberto Giachetti avrebbe raggiunto e anzi superato Virginia Raggi. Non è una buona notizia, ma dopo una settimana di polemica battente sul caso Acea è anche nelle cose ( in sintesi : Raggi ha promesso di metter mano alla dirigenza e ha criticato la presenza dei privati nella composizione societaria, il titolo è crollato in borsa e il Pd è partito all’attacco). I 5 stelle comunque non se ne curano. Perché sono convinti di essere in vantaggio, sì, e poi perché certo non possono aprire un altro fronte sulle amministrative. Roma, con Torino, è l’unica città dove tutto sembra andare per il verso giusto. La speranza è dunque che rimanga così, anche perché altrove è invece un disastro.
Nota è la vicenda di Milano, con la candidata Patrizia Bedoriche si è ritirata prima ancora che la campagna elettorale cominciasse ufficialmente. Ha dato la colpa alla stampa, Bedori, ma ad attaccarla, anche per la sua fisicità, sono stati pezzi del Movimento, e molte perplessità sulla sua forza elettorale arrivavano proprio dalle stanze della Casaleggio associati. «Ho fatto autoanalisi e ho deciso di ritirarmi», ha detto Bedori. E così il blog ha dovuto convocare una consultazione tra gli iscritti certificati per confermare che il candidato sindaco del Movimento sarà non la prima, non la seconda (che ha ritirato la disponibilità da tempo) ma la terza scelta, il terzo classificato nelle primarie fisiche che il Movimento ha scelto di organizzare a Milano (tra mille polemiche, ovviamente). Gianluca Corrado è così il candidato sindaco per i 5 stelle, indicato da 634 iscritti certificati, il 72 per cento degli 876 che hanno risposto al post del blog di Beppe Grillo. Più grave è la situazione di Napoli. Qui il ritardo nella costruzione della lista e nell’individuazione di un candidato («ci siamo concentrati sui tavoli tematici» spiegava all’Espresso Vincenzo Viglione, consigliere campano, quando Roma, Milano e Torino avevano da tempo un loro candidato o avevano almeno attivato la procedura partecipata per trovarlo) non si spiega solo con la presenza di Luigi de Magistris, sindaco uscente e candidato sostenuto da Sinistra Italiana, che da favorito ha un profilo che si sovrappone con molte delle istanze 5 stelle. Ritardi e incertezze sono frutto delle ormai frequenti lotte intestine. Correnti, dissidenti, espulsioni. A Napoli si è arrivati addirittura a una lista alternativa, una Napoli a sei (!) stelle, dove la sesta sarebbe «la vera democrazia diretta», almeno a sentire i fondatori. Il progetto nasce dal gruppo di espulsi, 35, cacciati dal Movimento, che in città è capitanato da Roberto Fico più che da Luigi Di Maio. L’insoddisfazione per il candidato individuato dal Movimento è solo l’ultima delle molle: «Napoli», ha spiegato l’avvocato Luca Capriello, capofila del dissenso, «merita di più di un candidato brianzolo che tifa Juve».
Ma è spostandosi in provincia che il Movimento dà il meglio di sé. A Rimini, ad esempio, i 5 stelle non si presenteranno, anche se alle europee del maggio 2014 avevano sfiorato il 24 per cento. Il secondo partito della città non corre per le comunali. E malinconico è il commento dell’eurodeputato Marco Affronte, con Giulia Sarti voce critica del Movimento nella zona. «Giochiamo a armi pari», ha scritto su Facebook, appena appreso che il blog di Grillo non aveva concesso la certificazione alla lista: «Fatelo o il Movimento morirà di microcefalia. Un corpo da adulto con su una testa da bambino».
Destino simile tocca agli attivisti di Salerno e Caserta, per tornare in Campania, di Latina, per venire più vicino a Roma, in una terra dove tra tematiche ambientali e infiltrazioni i 5 stelle dovrebbero avere a disposizione una prateria, e a quelli di Ravenna, per risalire ancora a nord. A Latina è stato lo scontro tra i due meet up della città a produrre il vuoto. Entrambi avevano individuato un proprio candidato, senza praticamente parlarsi. E tra Bernardo Bassoli e Francesco Ricci il blog ha scelto di saltare un giro. E pazienza se il Movimento 5 stelle era sempre il secondo partito in città, alle europee, con il 24 per cento, appena 8 punti dietro al Pd. Anche a Ravenna è stata la presentazione di due diverse liste a spingere Casaleggio e Grillo a dire che no, è proprio meglio saltare un giro. E a poco servirà la raccolta firme lanciata su change.org .
Si moltiplicano poi i ricorsi, contro le espulsioni, contro le diffide per l’uso del simbolo. Ce ne saranno a Napoli, ancora, sempre ad opera del gruppo che ha dato vita alla nuova lista, e il 4 aprile ci sarà la prima udienza per le comunarie che hanno incoronato Raggi. A fare ricorso sono stati Paolo Palleschi, Roberto Motta e Antonio Caracciolo, il ricercatore della Sapienza che era stato escluso per le sue dichiarazioni giudicate negazioniste. È probabile che finisca con un nulla di fatto, con la constatazione che di faccende interne a un’associazione privata si tratta (seguendo ciò che Cantone dice anche delle primarie del Pd»). Ma sono sempre scocciature. E sintomo di un Movimento che soffre sempre di più i limiti dei processi decisionali.
Catania, processione del Venerdì santo deviata per passare davanti casa del boss
La Procura di Caltagirone ha aperto un fascicolo per accertare eventuali responsabilità che hanno portato, durante la processione del Venerdì Santo a San Michele di Ganzaria, a fare un presunto omaggio al boss Francesco La Rocca, detenuto in regime di 41 bis.
CRONACAULTIME NOTIZIE 28 MARZO 2016 12:05 di Susanna Picone
La Procura di Caltagirone ha aperto un fascicolo, al momento senza indagati, per accertare responsabilità che hanno portato durante la processione del Venerdì Santo a San Michele di Ganzaria, nel Catanese, a fare un presunto omaggio a un boss. Il reato ipotizzato è turbativa dell'ordine pubblico. Durante la processione il fercolo del Cristo morto, portato in spalla da una ventina di persone con al seguito un centinaio di fedeli mentre gran parte della folla è rimasta nella piazza principale, ha abbandonato il percorso ufficiale raggiungendo piazza Monte Carmelo, dove si trova la casa del boss Francesco La Rocca, detenuto in regime di 41 bis. Da quanto si è appreso l'urna, che non si è fermata, è stata salutata dall'applauso dei presenti, tra cui alcuni familiari del capomafia. Non c’è stato un vero e proprio "inchino", ma la stessa deviazione del percorso della processione è oggetto di indagine. “Il fatto stesso che si sia deviato il percorso della processione – ha detto il procuratore Giuseppe Verzera – è inconcepibile. Dobbiamo capire cosa è accaduto veramente e se ci sono eventuali responsabilità. Ho delegato le indagini ai carabinieri e aspetto una loro relazione per i prossimi giorni”.
Sindaco e parroco si dissociano – Gli investigatori stanno visionando alcuni filmati e stanno ascoltando diversi testimoni. Come scrivono i quotidiani locali, al momento della deviazione dal tragitto concordato, il sindaco ha tolto la fascia tricolore prendendo le distanze da quanto stava accadendo. Lo stesso hanno fatto il parroco e il comandante della stazione dei carabinieri. Non è questa la prima volta che in Sicilia (ma non solo) una processione finisce sotto accusa per presunti “omaggi” e “inchini” resi ai boss della mafia. Era già accaduto a Palermo per la festa della Madonna del Carmine e a dicembre a Paternò per Santa Barbara.
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Il Talebano, il think tank dietro la Lega di Salvini
Antisistema e vicino all'estrema destra, il circolo detta la linea a via Bellerio. Dalla svolta lepenista all'asse con Meloni. Ma la base non ci sta. E si ribella.
di Matteo Andriola
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28 Marzo 2016
Vincenzo Sofo.
La Lega di Matteo Salvini è diversa da quella ereditata da Umberto Bossi, 'padre' del movimento. È una Lega a vocazione nazionale, che sfida Forza Italia, non più il partito in canottiera di «Roma Ladrona», quello degli strali contro un Sud «assistito» e i «terùn». Il nemico non è più la Lupa capitolina, ma Bruxelles. Cambia il look: non più camicie e foulard verdi, elmi alla Asterix, ma felpe con i nomi delle città conquistate o da conquistare, anche e soprattutto del Meridione, considerato un nuovo punto di riferimento. Questo restyling si avvale dell'appoggio strategico di circoli e associazioni culturali. Uno di questi è Il Talebano, un think tank che sta dettando la linea politica dei vertici di via Bellerio, come spiega Matteo Borghi suL'Intraprendente, scompaginando tutto. L'INIZIATIVA DEL CALABRESE SOFO. Quella de Il Talebano è un'iniziativa tutt'altro che autonoma. Nasce nel partito da alcune new entry provenienti dall'estrema destra in un ufficio al terzo piano del palazzo della Regione Lombardia, dalla mente di un giovane calabrese, Vincenzo Sofo, il “diversamente padano”, ex militante di Alleanza studentesca, Giovane Europa ed ex responsabile milanese dei giovani de La Destra di Storace nel 2007, consigliere di zona 6-Milano per la Lega dal 2009, e di Fabrizio Fratus, ex dirigente di Fiamma tricolore, notoriamente anti-evoluzionista. Il circolo si pone come «un’associazione a pensare» e nacque a Milano nel 2012, a pochi giorni dagli scandali che piagarono l'immagine della Lega. SPIRITO ANTISISTEMA E RADICALE. Lo presiede Claudio Boccassini, militante dei Giovani Padani di Milano, con l'obiettivo di rilanciare il partito in una fase di cattiva visibilità, «affinchè si intraprenda la strada di un vero processo di rinnovamento e purificazione», dichiarano i promotori. «Vogliamo che la Lega recuperi lo spirito antisistema e radicale delle origini», proseguono, «scrollandosi di dosso le scorie del sistema partitico, per riprendere la cavalcata per una Padania libera ed indipendente, uno Stato sovrano federato ad una Nazione Europa». CONTRO LA GLOBALIZZAZIONE. Ma le origini di estrema destra si sentono: il gruppo propone al partito di «combattere il progresso economico e sociale degli ultimi 20 anni, che ha portato alla disgregazione dei popoli e alla morte dello spirito comunitario e sociale. Opporsi alla globalizzazione in ogni sua forma conosciuta, per combattere l’omologazione e la standardizzazione di modelli, stili di vita e pensieri, per difendere la Tradizione». Concetti che permettono di intrattenere ottimi contatti con elementi della destra cattolica anti-Lgbt (sponsorizzando il Family Day), ma non solo: dal giornalista Massimo Fini all'ex missino Pietrangelo Buttafuoco, passando per Alain de Benoist, teorico della Nouvelle Droite ruralista, regionalista, antiliberale e antimondialista, fautrice del “differenzialismo”, tutti incontrati da Salvini in convegni patrocinati dal circolo precedenti l'elezione a segretario.
Gli incontri con Marion Le Pen e la rottura col Cav
L'ultimo colpo portato a segno da Il Talebano è del 15 e 16 marzo, quando a Roma e a Milano il circolo ha organizzato con Matteo e vari dirigenti della Lega e di Noi con Salvini – lista che supporta il Carroccio nel Centro-Sud – due incontri con Marion Maréchal-Le Pen, nipote di Marine, a suggellare un'asse privilegiato in chiave sovranista col Front national. L'ASSE CON PEGIDA. Attorno a Il Talebano gravitano liste civiche come Noi con Salvini e progetti come Mille Patrie di Fratus, un laboratorio politico atto a cementare una rete di associazioni in tutta la penisola, nato il 28 febbraio 2015 a Roma in occasione di un evento con la partecipazione del segretario leghista, dell’eurodeputato Lorenzo Fontana, di Buttafuoco e di delegazioni di movimenti di estrema destra come i regionalisti del Bloc Identitaire e i tedeschi di Pegida, per sviluppare una sinergia di forze euroscettiche su tutto il continente e «affermare i princìpi della comunità e dell’identità, presupposti fondamentali per la rigenerazione di un Paese ormai a brandelli», spiega il sito. Ed è da questo circolo che si deve partire per capire quello che sta avvenendo nel centrodestra. SINTONIA CON FRATELLI D'ITALIA. Tutto quello che i mezzi d'informazione definiscono come “parricidio”, cioè la rottura di Salvini e di Giorgia Meloni con Silvio Berlusconi e la nascita di candidature divergenti a Roma, passa dalla linea de Il Talebano. È questo l'obiettivo nell'immediato del think tank, cioè essere la punta di diamante per la strategia della Lega salviniana per scalare i vertici del centrodestra nazionale creando un'asse preferenziale con Fratelli d'Italia, non divenendo più un partito localista e del solo Nord. L'ENDORSEMENT DEL 2014. Tutte certezze riprese dal Secolo d'Italia che, dando voce a Sofo, riportava già nel 2014 che «Meloni ha tutte le carte in regola per poter partecipare al progetto culturale con il quale Salvini vuole ricreare il centrodestra: è giovane, capace, detesta la 'vecchia' politica, potrebbe scegliere di tuffarsi nel futuro abbandonando tutti i vecchi schemi del politichese italiano, a cominciare dalla obsoleta distinzione destra-sinistra», messa pure in discussione dal Front national. «Pensiamo», proseguono i “talebani”, «a come sarebbe bello se, in un futuro non troppo lontano, Salvini conquistasse Milano e Meloni Roma, le due capitali d’Italia: anche simbolicamente, sarebbe un risultato importante». E già si parla della messa in cantiere di un 'blocco popolare', una federazione di destra attorno a Lega e Fratelli d'Italia che possa poi coinvolgere Storace e i Pensionati. E che, secondo indiscrezioni, potrebbe chiamarsi Lega Italia.
Chi non digerirebbe questa nuova svolta, l'asse coi “talebani” e pure la rottura con Silvio, è la base, antiromana doc, che, a scanso di equivoci, ha fatto sentire sui social network la sua voce. Si evoca una fronda anti-Salvini dello zoccolo duro, contro colui che rottamerebbe la vera Lega, come già si vocifera dalla chiusura de La Padania e, in futuro, di Radio Padania. Se prima i padani lavavano i panni sporchi in famiglia, ora fanno trapelare il malessere sui giornali o sui social, facendo temere ripercussioni sul centrodestra milanese, che corre unito. IL RICHIAMO DI BOSSI. Già nel 2014 l'ormai defunto Gilberto Oneto, indipendentista, discepolo di Miglio, padre del Sole delle Alpi, attaccò Il Talebano per aver supportato «il musulmano» Buttafuoco, contro l'«assalto al Carroccio che sta attuando la Nuova Destra con l’aiuto di intellettuali e professorini, con le devastanti ambiguità dei Tosi e dei Borghezio, e con il silenzio di Salvini». Oppure l'anziano senatùr, Umberto Bossi, che intervistato dalla Stampa ha invece ribadito la contrarietà alla nuova linea e l'appoggio a Bertolaso, dicendo che «Matteo sbaglia, ma è un ragazzo», «quello che è avvenuto ha sottolineato come il centrodestra deve restare unito. Le cose è difficile che vadano alla perfezione: poteva andare meglio, ma si può ricucire benissimo». «UMBERTO STIA ZITTO». Peccato che a redarguirlo in diretta a L'aria che tira si sia messo il capogruppo leghista al Senato, Gian Marco Centinaio: «Bossi è un militante come gli altri e ora dovrebbe stare zitto. Come stavo zitto io e come stava zitto Salvini quando Bossi era leader e parlava». Ma è sui social che la base attacca la Lega 2.0, e ad accendere gli animi è un post di Luca Morisi, spin doctor di Salvini. «Qualcuno pensa che la Lega sia ancora un cespuglietto solo nordista, minoritario, da tenere sotto il tacco regalandole ogni tanto qualche contentino. Poveretti! La Lega di Salvini è forza trainante». UNA LINEA CHE NON PIACE. La base lo ha duramente attaccato, vedendo in quelle parole e nella linea “nazionalista” del Carroccio la rottamazione delle vecchie battaglie federaliste o addirittura secessioniste, dove a salvarsi è solo Luca Zaia in Veneto. E intanto spuntano qua e là su Facebook un vecchio manifesto del 1988 della Lega lombarda, che ricordava che «Le Pen è fascista come i partiti di Roma», o le parole di Maroni, che nel suo Il mio Nord - Il sogno dei nuovi Barbari(Sperling&Kupfer, 2012) scriveva: «È ora di finirla coi soliti stereotipi: noi non siamo i nipotini di Le Pen», e adottava come modello la Csu bavarese. Un ritorno a una “coscienza partigiana” o mero malessere identitario?
Ancora una volta gli inquirenti belgi devono fare marcia indietro: non è Faycal Cheffou l'uomo col cappello. Catturato giovedì scorso e consegnato ai media come il terzo uomo - quello che nell'ormai celebre foto al fianco dei fratelli El Barkaoui indossa un cappello all'aeroporto di Zaventem poco prima dell'attentato - Cheffou, il reporter che si occupa di migranti, è stato rilasciato. Mentre proseguono i fermi di persone sospette, solo tre nella giornata di oggi, su Cheffou non si consuma l'unica falla della polizia belga che emerge in queste ore: dalla Grecia fanno sapere infatti che già nei primi mesi del 2015 era stato consegnato ai colleghi belgi materiale utile ritrovato nell'alloggio ateniese di Abaaoud Abdelhamid, ritenuto lo stratega degli attentati di Parigi poi ucciso a Saint-Denis. Tra le carte anche la mappa dell'aeroporto di Zaventem: ma la polizia belga non visionò mai quel dossier greco. Senza contare le gravi mancanze nella prevenzione degli attacchi terroristici, molti altri sono gli errori commessi dopo le stragi dagli agenti in divisa del Belgio - e dei loro capi e comandanti - in quella che pare ormai una catena di figuracce che hanno coperto di ridicolo il sistema nazionale e messo a repentaglio la sicurezza dei belgi e degli europei.
Whatsapp per coordinare i soccorsi. Gli attentati del 22 marzo a Bruxelles hanno fatto emergere una incredibile falla nel sistema interno di comunicazione delle autorità belghe, il cosiddetto Astrid, che è andato in down costringendo le istituzioni a coordinare i soccorsi tramite Whatsapp. Non solo: secondo quanto dichiarato dalla società che gestisce il trasporto pubblico nella capitale belga (Stib), non è mai arrivato l'ordine impartito dal ministero dell'Interno di fermare autobus e metropolitana nei minuti successivi ai due attentati all'aeroporto Zaventem, dove due jihadisti si sono fatti saltare in aria grazie a due valigie-bomba. Dopo 50 minuti un terzo kamikaze si è fatto esplodere nel vagone della metro alla fermata Moelbeek. La commissaria generale della polizia federale Catherine De Bolle ha aperto una inchiesta.
L'allarme ignorato sulla pericolosità dei fratelli kamikaze. Ibrahim e Khaled Bakraoui hanno deciso di immolarsi separatamente. Il primo all'aeroporto Zaventem, insieme a Majim Laachraoui, il secondo nella fermata metro di Malenbeek. I fratelli Bakraoui non erano perfetti sconosciuti. La sera degli attentati il governo turco ha fatto sapere che Ibrahim el Bakraoui era stato fermato in Turchia a giugno ed estradato in Belgio, dove era stato poi scarcerato per mancanza di indizi. Il fratello Khaled, invece, era stato segnalato dall'Interpol con un avviso di livello "rosso" per terrorismo e figurava nella lista nera dei ricercati degli Stati Uniti. Ultimo affondo: il quotidiano Haaretz ha rivelato che i servizi belgi erano stati avvertiti di un possibile attentato imminente nei mezzi di trasporto di Bruxelles, eppure né all'aeroporto, né nella rete della metropolitana erano stati approntati maggiori controlli. La hall dello scalo di Zaventem, così come la fermata metro di Malbeek erano facilmente accessibili da chiunque.
La chiavetta su Abaaoud mai visionata dalla polizia belga. La polizia greca aveva inviato alle autorità belghe nel gennaio 2015 tutti i risultati delle perquisizioni dell'appartamento di Abdelhamid Abaaoud tra cui i disegni e le mappe dell'aeroporto di Zaventem. Lo dichiara l'emittente greca Ert, spiegando che i materiali erano inseriti all'interno di una chiavetta usb. Abaaoud, considerato la mente degli attentati di Parigi, è stato ucciso durante il blitz di Saint-Denis. Secondo i media, che citano fonti delle forze di sicurezza, la polizia ha inviato il materiale, trovato nell'alloggio nel quartiere Pangrati di Atene dove visse Abaaoud, direttamente in Belgio senza analizzarne il contenuto, dopo aver ricevuto il 2 gennaio 2015 l'avviso dalle autorità belghe della presenza di Abaaoud. La polizia belga aveva rilevato che da un numero di telefono di Atene erano state fatte chiamate ai membri di una cellula nella città belga di Verviers. Si trattava di uno dei due presunti terroristi uccisi il 15 gennaio proprio a Verviers.
Salah Abdeslam. Dagli attentati di Parigi del 13 novembre era diventato il ricercato numero uno - insieme a Mohamed Abrini - delle polizie di tutta Europa e specialmente della polizia belga, poiché Salah è cresciuto a Molenbeek, quartiere a maggioranza musulmana di Bruxelles. Fino al 19 marzo le autorità belghe non sono riusciti a trovarlo, nonostante si trovasse proprio a Molenbeek e il suo indirizzo fosse scritto già il 7 dicembre in un rapporto informativo della polizia di Malines, rapporto però mai trasmesso alle unità anti-terrorismo di Bruxelles. Secondo il sito di informazione belga DH, un agente era riuscito a ottenere informazioni preziose sulla ubicazione di Abdeslam, ora in carcere a Bruges e pronto per essere estradato in Francia, e le aveva scritte in un dossier che doveva essere mandato agli inquirenti. Quel documento non è mai arrivato, e il commissariato di Malines ora nega la vicenda. Anche su questo è in corso un'indagine interna. Salah è stato poi catturato a rue des Quatre Vents al civico 79, a Molenbeek: lo stesso indirizzo segnalato dal poliziotto.
Le due "vite" di Majim Laachraoui. Confuse e contraddittorie le notizie sull'artificiere. Dapprima viene indicato come fuggitivo e considerato l'uomo col cappello nella foto in aeroporto. Per questo la sua foto insieme ai fratelli El Bakraoui viene diffusa nella speranza che qualcuno possa dare indicazioni sulla sua identità. Successivamente gli inquirenti correggono il tiro e affermano che Laachroui in realtà è uno dei due kamikaze di Zaventem.