lunedì 23 marzo 2015

E tutto questo mentre ci teniamo n Italia quattro grillini ignoranti come capre e i figli di sindacalisti corrotti.


Il laureato emigrante: un capitale umano costato 23 miliardi che l'Italia regala all'estero

L'inchiesta. I nostri giovani studiano nelle scuole pubbliche fin dalle elementari. Poi trovano un posto in Germania, Regno Unito, Brasile. Uno spreco enorme nell'indifferenza

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ROMA - L'Italia ha costruito centinaia di chilometri di rete ferroviaria ad alta velocità e ne ha fatto dono alla Gran Bretagna. Ha investito in due enormi reti Internet a fibra ottica, perché siano installate in Germania e in Svizzera. Naturalmente non è vero. Se lo fosse, la tivù mostrerebbe zuffe a Montecitorio, sindacati in piazza e forse il governo dovrebbe dimettersi. Eppure, nell'indifferenza generale, sta succedendo qualcosa del genere. Ogni giorno un'emorragia verso l'estero di risorse (anche) finanziarie di simile entità si consuma sull'infrastruttura di base di ogni Paese: i suoi abitanti.

Alla più cauta della stime, dal 2008 al 2014 è emigrato all'estero un gruppo di italiani la cui istruzione nel complesso è costata allo Stato 23 miliardi di euro. Sono 23 miliardi dei contribuenti regalati ad altre economie. È una cifra pari al doppio di quanto occorre per stendere la rete Internet ad alta velocità che in questo Paese continua a mancare. È una somma pari a un terzo del costo dell'intera rete ferroviaria ad alta velocità italiana, che al chilometro è la più cara al mondo. Ma quando si tratta di laureati, diplomati o anche solo di titolari di una licenza media che se ne vanno portando con sé le proprie competenze e l'investimento che è stato fatto su di loro dagli asili d'infanzia alle aule universitarie, nessuno protesta. Di rado se ne parla. Non è uno scandalo: sembra normale, anche se nella storia dell'Italia unita non era mai successo.

Certo le migrazioni fra fine '800 e il secondo dopoguerra erano state più intense nei numeri, ma infinitamente di meno per il capitale versato nelle persone che poi se ne andavano. Molti di quei migranti erano analfabeti, non troppi avevano finito le elementari. Giorni fa invece Alberto Alemanno, 40 anni, laureato all'Università di Torino, docente di Diritto della Haute École Commerciale di Parigi e della New York University, è stato designato come Young Global Leader del World Economic Forum. Nel frattempo Alberto Quaranta (nome modificato su sua richiesta), 43 anni, laureato a Pescara, già architetto in una città pugliese, ha terminato il suo inserimento come impiegato nei magazzini dell'aeroporto di Monaco di Baviera. Il primo è riuscito ad arrivare al posto per il quale aveva studiato, il secondo no. Ma i due hanno lo stesso qualcosa in comune: entrambi sono stati oggetto di un investimento di (almeno) 163 mila euro da parte della collettività italiana per il loro percorso formativo, dall'età di tre anni fino alla laurea.

Nel rapporto "Education at a Glance 2014", l'Ocse di Parigi stima che, solo per la gestione dei luoghi d'insegnamento e gli stipendi degli insegnanti, chi si istruisce in Italia costi 6.000 dollari l'anno quando frequenta una scuola materna pubblica, 8.000 l'anno alle elementari, 9.000 alle medie e alle superiori e 10.000 all'università. Per i contribuenti il costo (di base) di produzione di un laureato in Italia è di centinaia di migliaia di euro. Ogni volta che una di queste persone lascia l'Italia, quell'investimento in sapere se ne va con lui o con lei. Negli ultimi anni le destinazioni preferite sono Gran Bretagna, Germania e Svizzera. Si tratta di un colossale sussidio implicito versato dall'Italia ad altri Paesi ogni volta che un migrante fa le valigie. Ed è ormai un fenomeno macroeconomico. Nel solo 2013 il trasferimento silente di investimenti dall'Italia al Regno Unito attraverso l'istruzione dei migranti è stato, quantomeno, di 1,5 miliardi. Quello versato alla Germania è di 650 milioni e persino un Paese lontano come il Brasile è beneficiario per oltre cento milioni. Nell'ultimo secolo un export su questa scala di investimenti pubblici in "infrastrutture" si è visto solo quando un Paese sconfitto in guerra doveva pagare riparazioni. Questo invece è auto-inflitto.

La novità negli ultimi anni è infatti duplice. La meno nota è che la quota di migranti laureati sta crescendo, e con essa il sussidio implicito dell'Italia ai Paesi dove essi vanno. Secondo l'Istat, i laureati erano il 19% degli italiani trasferitisi all'estero nel 2009, ma sono già saliti al 24% nel 2013. Il peso di coloro che se ne vanno avendo solo una licenza media è invece in calo.

L'altra caratteristica di questi anni è che l'armata degli emigranti è sempre più vasta, ma non c'è accordo fra governi europei sul loro numero. I dati dell'Istat sono probabilmente sottostimati. In base all'anagrafe italiana, come riportato dall'istituto statistico, dal 2008 al 2013 c'è stato un deflusso netto di 150 mila persone: è il saldo fra gli italiani che escono e quelli che rientrano. Il ritmo delle uscite peraltro sta accelerando. Solo due anni fa, al netto dei rientri in patria, sono state 53 mila. Alla cifra pubblica dei 150 mila, la Repubblica aggiunge altre 63 mila uscite nette nel 2014 sulla base dei dati dei primi 9 mesi ed è una stima cauta, perché presuppone una frenata delle tendenze in atto negli ultimi anni. Al valore di 23 miliardi di investimenti in istruzione "esportati" si arriva così. Negli ultimi sei anni il 48% dei migranti aveva terminato le scuole medie, il 30% le superiori e il 22% l'università: i costi sono stimati su questa base.

Il problema è che gli oneri reali sono più alti, perché i dati Istat non colgono tutta la realtà. Molti se ne vanno, ma non lo comunicano all'anagrafe. Gli italiani che nel 2013 hanno preso il "National Insurance Number" (codice fiscale) per lavorare in Gran Bretagna sono quattro volte più di quelli che ufficialmente hanno lasciato l'Italia, secondo l'Istat, per andare Oltremanica. Per il governo tedesco, gli italiani arrivati in Germania solo nella prima metà del 2014 sono più di quelli che, secondo l'Istat, lo hanno fatto in tutto il 2013. Alberto, l'architetto pugliese, non ha mai abbandonato la residenza nel Comune di origine e dunque per l'Italia è ancora qui. Intanto però ha preso domicilio vicino a Monaco per potersi appoggiare al centro per l'impiego locale, che gli ha trovato un posto.

Così l'Italia manda via qualcosa che costa e vale più delle sue autostrade o ferrovie. Lo fa nell'indifferenza dei ministri che raccomandano un figlio, degli universitari che sbarrano la strada ai bravi per favorire i servili. Giorni fa "Pensare Politico", un'associazione di Rimini, in un incontro con 150 studenti di quarta superiori ha chiesto quanti volessero migrare "dopo la laurea". Un terzo della sala ha alzato la mano. È un investimento perduto di 8 milioni, è stato detto. Nessuno degli studenti ha fiatato: a loro sembrava perfettamente logico.

lunedì 16 marzo 2015

Salvini detto anche il bugiardo come tutti i suoi amici vogheresi.

http://youtu.be/zeekdbtrMhc

Poveri grillini sono incapaci di intendere e volere. La cosa grave é che sono convinti di fare proposte intelligenti. E ci credono.

http://youtu.be/D7hR9lUJVVo

E meno male che Renzi era definito da Landini un uomo solo al comando? Landini è al comando ma è proprio solo visto che neanche la CGIL sa quello che vuole fare.

Landini: "Io e i lavoratori cambieremo il Paese più di Renzi". Camusso: "Non ci ha informati"

A In mezz'ora il segretario della Fiom ribadisce: "Il sindacato non deve essere un partito ma un soggetto politico. Voglio riunificare il mondo del lavoro". E sul rapporto con Cgil: "Finora stiamo stati assieme e abbiamo intenzione di proseguire così". Ma il sindacato: "Mai espresso appoggio"
ROMA -  "Io e i lavoratori cambieremo il Paese più di Renzi. La coalizione sociale parte dal sindacato, io devo riunire tutti i lavoratori". Lo ha detto il segretario della Fiom Maurizio Landini, ospite di Lucia Annunziata a In mezz'ora su Raitre. Landini ha parlato del progetto di una 'coalizione sociale', che mette al centro del programma la difesa dei diritti, il leader delle tute blu spiega: "Con Camusso sono tre mesi che ne parliamo, ne abbiamo parlato anche in Cgil". In serata, però, è arrivata la smentita del sindacato. Secondo il portavoce di Susanna Camusso, nè il segretario nè la segreteria della Cgil erano stati informati dell'iniziativa organizzata ieri dalla Fiom per l'avvio di una "coalizione sociale", nè tantomeno hanno espresso appoggio a quel progetto.

Contro il Jobs Act. Nel corso del programma, Landini aveva parlato della Camusso affermando che "finora stiamo stati assieme e abbiamo intenzione di proseguire assieme". Per le battaglie a difesa dei lavoratori, da ultimo quella contro il Jobs Act, "con la Cgil abbiamo intenzione di creare un nuovo statuto dei lavoratori e lo faremo raccogliendo le firme per un ddl di iniziativa popolare coinvolgendo anche gli iscritti, decideremo anche per un referendum abrogativo del Jobs Act".  Sulla riunione di ieri però, precisa Landini, "non l'ho sentita ma sapeva. Non era presente lei ma un altro della segretaria nazionale e non ha detto nulla in contrario". "C'è un problema di riforma anche della Cgil, quello che sta accadendo cambia tutto e anche il sindacato deve cambiare o è fuori".

"Quelli che sono in malafede tentano di descrivere l'iniziativa nella logica politica ha aggiunto -  nei perimetri che vogliono loro, quelli che sono in buona fede non hanno capito". La sua coalizione sociale, spiega, non è un partito e di aver cominciato proprio da una domanda che fece il premier Matteo Renzi ai sindacati: "Dove siete stati finora?".

"Renzi sta dividendo il lavoro". "Io alla domanda del premier rivolta ai sindacati su dove sono stati in questi anni, rispondo non con "dove siete stati, ma con dove voglio andare". Renzi "sta dividendo il lavoro, hanno toccato l'art 18, abbiamo fatto delle manifestazioni anche riuscite ma lui se ne è strabattuto", ha aggiunto il leader Fiom. Quello che vuole, ripete, è "riunificare il mondo del lavoro". Si tratta di "un' aggregazione sociale con una funzione politica" per battere le iniziative del governo e di Confindustria "che hanno tolto diritti a tutti. Vogliamo mettere insieme tutti i lavoratori dipendenti e autonomi, oggi divisi". E continua, "sento la necessità di una riforma, di un cambiamento radicale del sindacato".

Sindacato è soggetto politico. "Il sindacato non deve essere un partito e io non voglio fare un partito e uscire dal sindacato. Ma il sindacato deve essere un soggetto politico" afferma il segretario della Fiom. Coloro che pensano che l'obiettivo sia quello di fare un partito "non stanno capendo nulla di quello che sta succedendo, quelli che stanno in buona fede. Quelli che stanno in malafede pensano che stiamo facendo qualcosa nel loro perimetro, ma io non accetto di giocare nel perimetro che vuole qualcun altro". "Ieri - dice ancora Landini - doveva essere un inizio di discussione. Il mio problema non era la reazione del Partito democratico. Faccio il sindacalista e la coalizione sociale parte dal sindacato, io voglio che si riformi il sindacato".

Coalizione sociale, Landini scherza: "Un partito? Non capisco questa parola"


"Renzi sta cancellando i diritti". "Per la prima  volta dal dopoguerra a oggi, per legge, stanno cancellando i diritti e modificando i rapporti di forza. Confindustria e una parte consistente degli imprenditori, con Renzi, stanno operando per cancellare ogni vincolo sociale e stanno cancellando i diritti", continua Landini rivolgendosi a Lucia Annunziata. "E' una balla che questo governo ha consenso, tanto che si fa votare le cose mettendo la fiducia. La forza di Renzi deriva anche dagli errori fatti dai sindacati", nel Paese "la maggioranza non va a votare, e al governo interessa solo far votare chi vogliono loro", afferma Landini sottolineando come ci sia una parte del Paese che non si "sente rappresentato".

Landini: "Coalizione sociale per unire tutti i lavoratori"


A sinistra del Pd. Intanto il deputato Alfredo D'Attorre rende noto che sabato 21 marzo si riuniranno  le minoranze del Pd in un'assemblea che vedrà la partecipazione anche di rappresentanti della Cgil e di esponenti di Sel e che avrà come titolo "A sinistra nel Pd". D'Attorre ha sottolineato che non sarà  "un cartello anti-Renzi".

domenica 15 marzo 2015

Ci sono due sole persone in Italia che tolgono diritti ai meno protetti. Salvino e Landini. Uguali come una goccia d'acqua. Entrambi devono difendere i privilegi dei già garantiti.

Maurizio Landini: “Non voglio fare un partito, ma difendere i lavoratori”

ROMA – “Il sindacato non dev’essere un partito, io non voglio né fare un partito né uscire dal sindacato” dice, intervistato da Lucia Annunziata, il segretario della Fiom, Maurizio Landini.

Per il segretario della Fiom, “quelli che sono in malafede tentano di descrivere l’iniziativa nella logica politica, nei perimetri che vogliono loro, quelli che sono in buona fede non hanno capito”. E il polverone sollevato dall’assemblea di sabato? “Le reazioni della politica mi fanno sorridere, non stanno capendo nulla di quello che sta accadendo – afferma Landini – Se uno deve stare in Parlamento solo per dire di sì, io faccio altro”. Il segretario Fiom non si fa scappare l’occasione per rilanciare la manifestazione del 28 marzo contro il Jobs Act che, ribadisce, “sarà aperta a tutti quelli che condividono gli obiettivi della coalizione sociale”.

Finalmente arriviamo all'obiettivo finale. Ovviamente mi auguro che si tenga conto anche di tutti quelli, e sono la stragrande maggioranza degli italiani, che non vogliono essere né rappresentati da questi miserabili dei sindacati come la Cisl e la Uil né si vogliono iscrivere ad una casta di privilegiati.

Riforma di partiti e sindacati, ecco il piano di Renzi

Pubblicato il 15 marzo 2015 da Alessandro Genovesi  
Nonostante gli attacchi di Maurizio Landini, Matteo Renzi va avanti per la propria strada. E prepara, nel cantiere di Palazzo Chigi, una riforma relativa alla rappresentanza sindacale che senza dubbio provocherà ulteriori polemiche. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, nelle intenzioni del segretario Pd non vi sarebbe comunque la sola riforma dei sindacati: anche la struttura dei partiti politici andrebbe rivista.
Partendo dalla completa attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, che dispone: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Del resto, che il sistema della rappresentanza sia in crisi a tutti i livelli, è testimoniato dalla sempre più bassa partecipazione dei cittadini alla vita pubblica.

Come cambiare partiti e sindacati

Per quel che riguarda la riforma del sistema partitico italiano, le principali direttrici da cui partire sono essenzialmente due: statuto con alcune precise garanzie di rappresentanza e trasparenza assoluta (di bilanci e non solo).
Più circostanziata la nuova disciplina riservata ai sindacati, preparata dal consulente renziano Yoram Gutgeld assieme ad un “pool” di professori universitari. In sostanza si tratterebbe di riscrivere le regole e le procedure per le trattative fra le parti e di fissare i criteri in termini di iscritti per potersi sedere a un tavolo di contrattazione. Altro punto focale, quello del diverso ruolo che dovrebbero assumere i contratti aziendali rispetto a quelli nazionali.
Molto importante, infine, la rimodulazione del peso delle sigle sindacali. In particolare, acquisirebbe notevolmente importanza la questione degli iscritti e dei voti presi alle elezioni delle Rsu (rappresentanze sindacali unitarie). Solo chi supera una certa soglia, si parla del 5%, avrebbe diritto a partecipare alla trattativa per il contratto nazionale.

Anche un esponente del M5S una sola volta nella sua vita può dire una cosa sensata. Miracolo.

Di Maio: «Landini? Un altro che vediamo in tv da 20 anni»

14/03/2015 - di 

Il vicepresidente della Camera boccia la coalizione sociale promossa dal segretario Fiom: «Non abbiamo bisogno di nuovi partiti». E rilancia il tema del reddito di cittadinanza: «780 euro per 9 milioni di persone. Sfidiamo il Pd a dimostrare che i soldi non ci sono»


«Ogni giorno si annuncia la nascita di un nuovo partito, ma la vita degli italiani non migliora. Non abbiamo bisogno di nuovi partiti». È il commento di Luigi Di Maio alla nascita di una coalizione sociale promossa dal segretario della Fiom Maurizio Landini. Il vicepresidente della Camera ha parlato con i giornalisti nella sua città, Pomigliano D’Arco, in provincia di Napoli, a margine di una manifestazione elettorale per le Comunali del 31 maggio. «Adesso – ha detto di Maio – si presenta sulla piazza un altro nome che vediamo in tv da 20 anni. È solo l’ennesimo simbolo».

Intervista a Luigi Di Maio


REDDITO DI CITTADINANZA, DI MAIO: «780 EURO PER 9 MILIONI DI PERSONE. I SOLDI CI SONO» – Di Maio ha poi rilanciato il tema del reddito di cittadinanza. Su questo punto il Movimento 5 Stelle sarebbe disponibile ad aperture al Pd. «È la nostra priorità – ha detto -: 780 euro al mese e 3 proposte di lavoro a chi oggi non ha un lavoro ed è sotto la soglia minima del reddito di dignità». «C’è una cosa – ha continuato il vicepresidente della Camera – che nessuno dice in questa terra: che molti cittadini campani, pugliesi, lucani, calabresi, lo stanno prendendo questo reddito, ma lo stanno prendendo in altri paesi, perché sono emigrati in Inghilterra o in Germania. Su questo siamo disponibili a parlare (con il Pd, nda). Speriamo che il Commissione lavoro al Senato il ddl acceleri in modo che possiamo arrivare ad un risultato per 9 milioni di cittadini italiani che oggi non hanno nulla. Le coperture le abbiamo individuate. La sfida che lanciamo al Pd è dimostrare che le coperture non ci sono».
ELEZIONI, DI MAIO: «ARRIVEREMO A DECINE DI BALLOTTAGGI. SPERO NELLA PRIMA REGIONE A 5 STELLE» -Sulle Elezioni Regionali, infine, Di Maio si è mostrato ottimista: «Siamo una forza politica che ha 5 anni. Sui territori stiamo crescendo e a questo giro abbiamo candidati di alto profilo che ci permetteranno nei comuni di arrivare a decine di ballottaggi. E spero che arriveremo alla prima regione governata dal Movimento 5 Stelle».

Il nostro grandissimo ignorante Salvini cambia idea ogni giorno. Fino a ieri di Forza Italia non aveva bisogno. Oggi che Tosi si candida si accorge che deve incontrare Berlusconi. Quando Berlusconi lo vede Renzi non va bene. Quando lo vede Salvini va bene. A' Salvini puoi far credere queste balle agli imbecilli che ti votano non certo a noi.

Veneto, Salvini: «Auspico un'intesa con Forza Italia»

Il leader della Lega cerca il sostegno di Berlusconi. E critica Alfano: «È il nulla».

15 Marzo 2015
L'addio di Tosi sembrava fosse il preludio a un'alleanza tra il sindaco di Verona e Forza Italia per la corsa alle Regionali in Veneto. Così non dovrebbe essere, almeno stando alle parole del leader della Lega Matteo Salvini.
L'europarlamentare ha espresso questo concetto in un'intervista del 15 marzo a Quotidiano nazionale: «Berlusconi alleato con Flavio Tosi in Veneto? Non ci credo. L'accordo tra Lega e Forza Italia è vicino. Io e Silvio ci rivedremo presto». E lo ha ribadito ancora dicendo di auspicare un'intesa con Berlusconi perché «con Forza Italia abbiamo ben governato e mi piacerebbe tornare a governare».
UN'ALLEANZA DELL'OPPOSIZIONE. Salvini ha spiegato nel dettaglio il perché della bontà di un'eventuale alleanza con i forzisti: «Forza Italia ha deciso di essere opposizione del governo Renzi che è il governo delle tasse e degli immigrati».
Il sì a Berlusconi è, visto secondo un'altra prospettiva, un no secco ad Alfano, a maggior ragione dopo l'invito a Berlusconi da parte del ministro dell'Interno a non schierarsi a favore di Zaia in Veneto: «Alfano è il nulla. Il nulla può dichiarare quello che vuole».

dipocheparole     venerdì 27 ottobre 2017 20:42  82 Facebook Twitter Google Filippo Nogarin indagato e...