domenica 21 dicembre 2014

Grandissima Tinagli. E' vero. L'Italia muore se si chiude al mondo come vorrebbe Salvini il genio delle sciocchezze.

Tinagli: «Italia apriti al mondo, altrimenti muori»

La ricercatrice-parlamentare: «Ok il Jobs Act, ma dobbiamo smettere di difenderci e basta»
Sean Gallup/Getty Images

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Irene Tinagli è il cervello in fuga per antonomasia. Laurea in Bocconi e poi una carriera accademica oltreoceano, come braccio destro del sociologo americano Richard Florida, che le è valsa il titolo di Young Global Leader dal World Economic Forum nel 2010. Irene Tinagli è anche un cervello «di ritorno», però. Perché ha scritto due libri che parlano dell’Italia e della sua scarsa attrattività – Talento da svendere, nel 2008 e Un futuro a colori, nel 2014 – e oggi è deputata a Roma, eletta con Scelta Civica, membro della commissione lavoro. Più che per provare a cambiare il destino di chi come lei ha tentato la strada altrove, per consentire ai cervelli stranieri di fare il percorso inverso.
Come comincia la tua storia di «cervello in fuga»?
Mi sono laureata in Bocconi e ho lavorato due o tre anni lì come ricercatrice. Tuttavia, mi ero resa conto che lì il percorso di crescita sarebbe stato molto lungo. E poi avevo voglia di fare un’esperienza diversa, di esplorare strade nuove. Per un anno intero ho fatto domande di borse di studio ovunque, perchè da sola non mi sarei potuta permettere di pagarmi un master o un dottorato negli Stati Uniti. Alla fine, ho vinto la Fulbright Scholarship e sono partita.
Cos’è la Fulbright Scolarship?
È una borsa di studio molto famosa negli Usa.  È stata istituita nel 1948 dai Dipartimento di Stato americano, l’equivalente del nostro Ministero degli Esteri, per portare negli Stati Uniti  studiosi da tutto il mondo.  È molto meritocratica ed è una grande leva di mobilità sociale, perché permette ai giovani, indipendentemente dal reddito, di frequentare le migliori università degli Stati Uniti. Io ho scelto la Carnegie Mellon di Pittsburgh.
Ed è lì che hai incontrato Richard Florida…
Sì, ho iniziato subito a lavorare insieme a Florida, allora semisconosciuto, che già stava lavorando a “L’ascesa della classe creativa”, che di lì a qualche anno sarebbe diventato il centro del dibattito sugli ambienti competitivi  in tutto il mondo.
Cosa ti ha affascinato delle sue ricerche?
È stato molto bello perché mi ha aiutato a capire le ragioni anche della mia migrazione, mi ha fatto osservaren una prospettiva nuova la mia stessa esperienza. Facevamo analisi di sviluppo locale e  cercavamo di capire cosa rende una città più attrattiva ed innovativa, , argomento classico dell’economia urbana. Il bello è che lo facevamo in una prospettiva completamente nuova, mescolando la teoria economica con quella socio-psicologica. 
Qual era l’elemento di novità delle vostre ricerche? Cos’era, secondo voi, a rendere un luogo più creativo e attrattivo di un altro?
Per noi era cruciale capire cosa spingesse una persona a muoversi e a scegliere un luogo in cui lavorare e vivere invece di un altro, e cosa, in quel luogo, la stimolasse ad essere più creativa e produttiva. Per esempio: come mai la stessa persona che vive a Pittsburgh si sente triste e poco attiva, mentre a New York è felice, iperdinamica e piena di idee?
La domanda te la faccio io: perché tanti giovani scappano dall’Italia e nessun giovane talento straniero decide di venire a studiare, lavorare, vivere da noi?
Ti faccio un esempio banale: nel mondo accademico Usa se vuoi cercare lavoro, ci sono le conferenze internazionali del tuo settore, ma ci sono anche periodi determinati in cui le università mettono annunci di posizioni libere, raccolgono i curriculum e poi nel giro di pochi mesi fanno colloqui. È tutto molto semplice e trasparente. In Italia tutto questo non esiste, è molto difficile sapere se e quando ci saranno i concorsi, quanto dureranno, se e quando ti chiameranno. Lo stesso per entrare nel mondo del lavoro al di fuori dell’accademia. Per uno straniero che non ha nessuno cui chiedere, è molto complesso. Io stessa quando avevo finito il master a Pittsburgh e prima di iniziare il dottorato, per curiosità avevo mandato una mail al Direttore di un’agenzia regionale per il lavoro e tutto quello che mi aveva risposto era un link ad un sito di call center. Mi chiedo ancora oggi se avessero guardato il curriculum o meno…
La burocrazia è il primo dei problemi, quindi?
La burocrazia è una gigantesca complicazione. Senza andare troppo lontani, la differenza, in termini di semplicità e digitalizzazione, tra un ufficio dell’agenzia delle entrate spagnolo e uno italiano è disarmante. Fosse solo questo, però, saremmo già messi bene.
Cosa c’è d’altro?
È una questione di approccio, a mio avviso. Ed è ciò che ci limita non solo nell’attrarre talenti, ma anche nel trattenerli qua. Può sembrare banale, ma una barriera gigantesca che andrebbe abbattuta, in Italia, è quella della lingua. Negli uffici pubblici non si parla una parola d’inglese, nei negozi pure, a volte nemmeno i siti internet sono tradotti.  Per quanto ci sembri normale, è assurdo che gli stranieri siano esclusi dai concorsi per entrare nella Pubblica Amministrazione. Se è vero che vogliamo attrarre talenti stranieri, non sarebbe il caso di avere negli uffici pubblici persone che sappiano parlare con loro? Se non cominciamo ad aprire le nostre amministrazioni, come pensiamo di aprire il paese?
Mi pare che l’approccio dei governi al problema sia stato tutt’altro, però. Gli unici tentativi che ho visto, in questo senso, sono stati quelli di offrire incentivi fiscali a chi tornava a casa…
La leva economica e fiscale non è del tutto inutile, per riportare la gente a casa. Le agevolazioni fiscali per i ricercatori di Tremonti, sono state uno strumento utile per quelle università che già avevano una proiezione internazionale. Siccome in Italia si paga poco la ricerca, la leva fiscale le ha rese più competitive.
Mi pare sia poco più di un palliativo, o sbaglio?
Servirebbe anche oggi un ragionamento più ampio sulle leve ambientali della crescita. Molti ragionamenti che esulano dai temi strettamente economici – vita culturale, tolleranza, apertura – sono stati marginalizzati dal dibattito pur essendo centrali tanto quanto l’incentivo fiscale. Peraltro, l’Italia avrebbe parecchie carte da giocare, se mettesse a valore la qualità del vivere. Eppure, tutto questo è considerato superfluo, qualcosa di cui occuparsi quando tutto il resto va bene, laddove invece è la leva per cambiare modello di sviluppo, per ricominciare a crescere.
Spiegati meglio…
Pensa se dieci anni fa avessimo investito sulle filiere della cultura e dell’intrattenimento, sull’architettura, sul design. Sono settori che negli Stati Uniti, nello stesso periodo, hanno generato milioni di posti di lavoro. Forse avrebbero potuto attutire la grande crisi manifatturiera degli ultimi anni. Oggi invece non abbiamo altro che da rattoppare l’esistente.
Renzi parla spesso di visione, di futuro. Come giudichi il suo operato, fino a questo momento?
In questo momento vedo Renzi molto occupato da alcune importanti riforme strutturali – giustizia, lavoro, istituzioni – nodi che comunque il paese deve sciogliere. Molto sinceramente – e lo dico da persona che l’ha seguito parecchio, negli anni precedenti - mi sarei aspettata di più sulla valorizzazione dell’innovazione, sulle industrie emergenti, sui settori di frontiera. Nelle politiche economiche di crescita e di sviluppo per ora, sono un po’ delusa. Così come sui temi dell’apertura, della tolleranza, dei diritti civili e del progresso sociale. Tutte cose di cui ha parlato molto, ma, almeno per ora, fatto poco…
C’è chi dice che all’Italia serva una politica industriale…
In Italia c’è sempre questo desiderio di intervento statalista. E per politica industriale tipicamente si intende questo: dei burocrati statali che decidono dove e come si deve sviluppare un cluster imprenditoriale, a chi dare fondi e incentivi e chi siano i nuovi Mark Zuckerberg,. Una concezione che mi fa rabbrividire.
L’Italia è ancora in tempo per sfornare il nuovo Mark Zuckerberg?
Io ambirei a inventarmi qualcosa di nostro che abbia una sua specificità e distintività. In California per esempio è cresciuta tantissimo anche la zona vicino a Los Angeles, che di tecnologico all’inizio aveva poco, ma che col tempo ha saputo far incontrare spettacolo e nuove tecnologie, sviluppando i new media, l’industria dei  videogames,dell’intrattenimento. E pian piano si è diversificata. Oggi c’è persino un’importante industria biotecnologica. Ogni regione può attivare un dinamismo fondato sulle sue specificità e poi lasciare che lo sviluppo sia trainato dalla spontaneità dello spirito imprenditoriale più variegato.
Quali sono le specificità dell’Italia?
L’Italia potrebbe far leva su tanti punti di forza: l’artigianalità che si unisce alle nuove tecnologie, il design, la moda, ma anche l’automazione, la robotica, la meccanica, o ancora il turismo, i beni culturali.
Piccola provocazione: non è che ne abbiamo troppi, di punti di forza? E, soprattutto, che nessuno di essi riesca a emergere per eccesso di frammentazione e campanilismo?
Frammentazione territoriale e provincialismo culturale sono due cose diverse. La varietà e la dispersione territoriale possono essere gestite e possono diventare dei punti di forza. Peraltro, se fino a qualche anno fa erano le metropoli i punti di attrazione della creatività e del talento, in questi ultimi anni si rileva un’inversione di tendenza. La gente esce dalle metropoli e si gode le città medio-piccole. Anche in passato, peraltro, le metropoli più attraenti erano quelle che riuscivano a ricostruire al proprio interno  delle dinamiche da villaggio. Greenwich Village a New York, ad esempio: hai il panettiere sotto casa e poi il super-teatro o il super-museo a qualche isolato di distanza.
Il provincialismo, invece?
È più complicato da affrontare. Servirebbe una maggiore interazione e collaborazione tra piccola e grande città. Un coordinamento di iniziative e servizi. Ma implica una lungimiranza delle amministrazioni locali che vediamo molto poco. Ma sarebbe un metodo per aprire di più i piccoli contesti, “contaminare” i cittadini di provincia e migliorare il clima sociale.
Non mi pare in Italia stia accadendo, anzi…
È vero. Ognuno ha il suo teatrino, il suo piccolo polo universitario e il territorio si impoverisce invece che arricchirsi. In Italia, la provincia tende a chiudersi ed è paradossale: cerchiamo di battere l’università della provincia accanto e nessuna delle due è attrattivaVogliamo proteggerci dalle immigrazioni per non esporre i nostri giovani alla concorrenza straniera e poi i giovani vanno all’estero per contaminarsi, per parlare con giovani stranieri, per imparare nuove lingue. Oggi chiudersi e proteggersi non serve a nulla.
Il Jobs Act serve, invece?
Secondo me va nella giusta direzione, perché rende il mercato del lavoro meno rigido, più dinamico. Si fa un gran parlare dell’articolo 18, ma secondo me la questione è un’altra. Accorciare i tempi della ristrutturazione e della riorganizzazione di un’impresa fa aumentare le possibilità per i giovani. Prima un’azienda può essere messa in condizione di riconfigurarsi per meglio rispondere al mercato, prima può provare a ripartire, ad assumere, a cogliere le opportunità di mercato, a valorizzare i lavoratori sulla base della competenza e del merito, non solo dell’anzianità.
Esiste davvero, in Italia, una contrapposizione tra merito e anzianità?
Nel nostro mercato del lavoro, il problema è entrare. Da noi il picco dello stipendio è a cinquanta, sessanta anni, altrove è a quarant’anni, che è in effetti l’età in cui il lavoratore dà il massimo del suo contributo. Questo è il segnale che da noi merito e anzianità sono effettivamente contrapposte. Nel Jobs Act ci sono tante risposte ai problemi del mercato del lavoro italiano. Speriamo che il governo dedichi agli ammortizzatori sociali, alla semplificazione normativa, ai servizi per l’impiego, alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro la stessa attenzione che ha riservato ai contratti.
Temi che non accada?
Sono prudente. Il Jobs Act è una legge delega, non un decreto. Farlo approvare dal Parlamento, non basta per cantare vittoria. Ora servono  decreti delegati fatti bene che migliorino davvero la competitività delle aziende. E poi serve continuità.
Cioè?
Le riforme vanno fatte funzionare. Noi abbiamo avuto tre governi in tre anni e ogni volta si è ricominciato da capo, disfando quel che era stato fatto in precedenza. Io mi auguro che su questa legge delega ci sia la determinazione per andare fino in fondo e continuità nell’implementazione. Non ci possiamo più permettere di non avere le idee chiare.

Ho sempre l'impressione che Bersani sia una persona perbene.


Bersani: "Al Quirinale una figura che sappia tenere il volante"

L'ex segretario del Pd ospite di Lucia Annunziata a "In mezz'ora" su Rai Tre. Sulla battaglia per il Colle del 2013: "Il cavallo azzoppato andava eliminato"

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ROMA - Per il Quirinale "bisogna trovare una figura di garanzia, che sappia tenere il volante perché siamo ancora nelle curve". Lo dice Pier Luigi Bersani a "In mezz'ora" su Rai Tre.

"L'avvitamento tra crisi sociale e democratica c'è e il meccanismo democratico non è in grandissima salute. Dobbiamo cercare una figura della massima autorevolezza - ribadisce l'ex segretario del Pd - e che oltre a essere per bene deve anche essere una persona autonoma e fedele solo alla Costituzione. Non lavoriamo per soluzioni che abbiamo il carattere della partigianeria e nemmeno per soluzioni stravaganti. Non facco esempi tipo un narratore, uno scrittore o altro, quella è una responsabilità seria e impegnativa". Ad ogni modo "non è un tratto dirimente o esclusivo, ma non guasterebbe una personalità che conoscesse l'economia. Avremo davanti un paio d'anni ancora complicati".

Possono esserci preclusioni su un nome del Pd? "Assolutamente inaccettabile - risponde Bersani - Credo che non sia immaginabile una figura ostile ai valori della sinistra e del centrosinistra, ma in questo grande ambito non sono accettabili preclusioni di nessun genere. Va bene cattolico, laico, va bene tutto, purchè cui siano caratteristiche per tenere il volante di un Paese che deve essere guidato e rasserenato".

E riferendosi alla battaglia per il Quirinale nel 2013, afferma: "Si disse quella volta che cavallo azzoppato andava eliminato. E quel cavallo ero io. Meglio essere un cavallo che un asino".

Questa mattina sull'argomento è intervenuto anche il leghista Roberto Calderoli che ha risposto così su Sky Tg24 a Maria Latella sulla prossima corsa al Quirinale: "Siamo ampiamente disponibili a discutere, ma cerchiamo di non tirar fuori la solita vecchia scarpa della politica.  Qual è l'identikit del prossimo Capo dello Stato, per la Lega? "Penso, ad esempio, a Caprotti di Esselunga, o a Vittorio Feltri - ha detto il vicepresidente del Senato -  Ma una cosa è certa: non possiamo più avere un presidente della sinistra".

In merito alla leadership di Silvio Berlusconi del centrodestra, Calderoli ha aggiunto: "Nei fatti il leader del centrodestra è Matteo Salvini, sono convinto che se si andrà al voto il confronto sarà tra due che si chiamano Matteo: Salvini e Renzi".

Sulla richiesta di lealtà più volte invocata da Renzi, Bersani chiarisce: "Da parte nostra la lealtà c'è. Siamo al trentesimo voto di fiducia nessuno si è lamentato. La lealtà c'è e ci vuole. Vorrei però che tra quelli che la invocano forse sarebbe simpatico che la lealtà venisse sempre praticata", rileva.

A proposito del Patto del Nazareno, afferma: "Sono contro i patti, bisogna discutere ma stringere dei patti non va bene. Temo che il Nazareno passi alla storia per il Patto, pur essendo la sede del Pd. Io sono contro i patti per un motivo molto semplice, penso che ci voglia una sinistra e una destra, che un Paese debba respirare con due polmoni e se si sfrangia la differenza e si crea una  cosa troppo trasversale non è salute. Bisogna parlare, dialogare sui temi istituzionali, ma stringere patti dove chi ha firmato ha l'ultima parola non va bene. Lasciamo che facciamo l'opposizione. E lo dico senza avercela in particolare con Berlusconi".  E aggiunge: " Renzi sa bene che tenere un Paese da soli è difficile, essere in due non è male", riferendosi al fatto che il presidente del Consiglio potrebbe non desiderare al Colle una personalità troppo forte. "
 

Non mi interessa il contenuto. Non mi interessa se sarò danneggiato da qualche norma. L'importante è che il governo abbia chiuso una partita e si concentri sulla legge elettorale. Poi se non ci sono le condizioni per governare si vada pure a votare. Questa volta sarò schierato con Renzi senza se e senza ma.


La manovra al traguardo. Dalle pensioni al Tfr, dai bonus alle partite Iva: ecco tutte le novità per gli italiani

Dopo l’ok del Senato la legge di stabilità tornaoggi alla Camera per l’approvazione finale prevista entro martedì. Ecco le novità del maxiemendamento

1. Legge di stabilità / Bonus edilizia, confermati gli sconti sulle ristrutturazioni

Confermato il credito di imposta per i lavori di recupero abitativo e di efficientamento energetico ai livelli massimi rispettivamente del 50% e del 65%. Una delle misure della Stabilità destinate a produrre certamente crescita nel settore dell'edilizia. Negli anni scorsi c'è stato un vero boom di lavori. La novità rilevante apportata dal passaggio alla Camera (il testo in questa parte non è stato modificato al Senato) è la conferma dell'incentivo nel 2015 al livello del 65% anche per i lavori di prevenzione antisismica che già godevano di questo beneficio lo scorso anno, ma erano stati riportati al livello del 50% dal disegno di legge di stabilità varato dal governo. Una battaglia storica della commissione Ambiente del suo presidente Ermete Realacci. Gli sconti fiscali al recupero edilizio delle abitazioni sono stati alzati dal 36 al livello record del 50% di spese detraibili (in 10 anni) dal governo Monti, dal 26 giugno 2012. Le detrazioni al risparmio energetico sono invece salite dal 55 al 65%, dal 6 giugno 2013, grazie al governo Letta. Lo stesso esecutivo Letta ha prorogato entrambi gli sconti ad aliquota massima dal 31 dicembre 2013 al 31 dicembre 2014, per poi prevedere una discesa al 40% per il recupero edilizio e al 50% per l'ecobonus nel 2015, e quindi ritornare in entrambi i casi al 36% ordinario dal 2016.

Andiamo avanti a cambiare questo paese marcio e corrotto.


INCARDINATO L'ITALICUM

Legge di Stabilità, via libera del Senato
A gennaio si riparte con l’Italicum

di . Categoria: Politica
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Il Senato dà il via libera alla legge di Stabilità. Il governo incassa la fiducia al termine di una lunga maratona notturna: il maxiemendamento del governo ottiene poco prima delle cinque di mattina l’approvazione della maggioranza dei senatori con 162 sì e 37 no. Proteste accese dalle opposizioni, che accusano il governo di aver presentato un testo pieno di errori.
M5S chiede il rinvio in commissione del provvedimento e alla fine non partecipa al voto (“ci chiedete di votare Topolino”, attacca Giuseppe Vaccaro) mentre Forza Italia abbandona i lavori dell’Aula di Palazzo Madama. “Non possiamo partecipare – dice il capogruppo azzurro intervenendo in Assemblea – ad una delle pagine peggiori della vita parlamentare italiana”. Poi però i senatori azzurri rientrano nell’emiciclo annunciando voto contrario.
Imprecisioni, discrasie, refusi vengono riconosciuti dallo stesso viceministro all’Economia Enrico Morando: “Il governo accetta e si scusa per gli errori commessi anche nella relazione tecnica ma abbiamo cercato di rendere più leggibile il testo”. Sotto accusa infatti finisce il dossier che correda la manovra ma anche lo stesso testo del maxiemendamento che, almeno in parte, viene rivisto durante i lavori dell’Assemblea come spiega il presidente del Senato Pietro Grasso: “Si tratta – è la tesi – di drafting e la presidenza si assume dunque la responsabilità di fare correzioni”.
Polemiche che fanno slittare di qualche ora il via libera finale al testo (che arriva all’alba). La manovra torna così a Montecitorio. Quello alla Camera, che sarà il terzo e l’ultimo passaggio, si annuncia comunque come un esame lampo: già lunedì è atteso l’ok finale ai documenti di bilancio.
Il Senato ha poi incardinato in aula la riforma elettorale, la cui discussione generale inizierà mercoledì 7 gennaio alle ore 16. Dopo il sì ai documenti di bilancio, si è riunita la conferenza dei capigruppo, che ha deciso l’incardinamento immediato dell’Italicum. Non essendo stata presa all’unanimità, la decisione è stata posta ai voti in aula, dove per regolamento ogni senatore ha diritto di parola. Diversi senatori di M5S, Sel e Lega hanno quindi proposto dei calendari alternativi ma alla fine è stato approvato il calendario deciso dalla conferenza dei capigruppo.

Andiamo avanti a tutta per cambiare questo paese marcio. Pieno di sindacalisti nullafacenti, di politici grillini inconcludenti di ladroni in casa nostra e di politici pluri condannati.

Legge elettorale in Senato dal 7 gennaio. Governo corre dopo la Stabilità

ROMA – Dopo la nottata passata sulla Legge di Stabilità, con il sì alla fiducia arrivato all’alba di sabato, il Senato ha incardinato in aula la riforma elettorale, la cui discussione generale inizierà mercoledì 7 gennaio alle ore 16.
Dopo il sì ai documenti di bilancio, si è riunita la conferenza dei capigruppo, che ha deciso l’incardinamento immediato dell’Italicum. Non essendo stata presa all’unanimità, la decisione è stata posta ai voti in aula, dove per regolamento ogni senatore ha diritto di parola.
Diversi senatori di M5S, Sel e Lega hanno quindi proposto dei calendari alternativi ma alla fine è stato approvato il calendario deciso dalla conferenza dei capigruppo. La presidente della commissione Affari costituzionali, Anna Finocchiaro, ha quindi riferito all’aula che la stessa commissione non ha concluso i suoi lavori.

L’assemblea dedicherà le sedute del pomeriggio di mercoledì 7 gennaio e della mattinata di giovedì 8 gennaio alla discussione generale.

Come gli italiani possano votare uno così ignorante è un vero mistero.

Matteo Salvini: «Un nome per il Colle? Io avrei eliminato la carica»

19/12/2014 - di 


«Il prossimo Presidente della Repubblica? Non mi appassiona. Basta che non arrivino rottami come Prodi, Amato. Fosse per me andrebbe eliminata come carica». Il leader della Lega Nord Matteo Salvini interviene così durante la presentazione del nuovo simbolo del Carroccio per Noi con Salvini, nuovo simbolo per il Sud Italia. Nella Lega meridionale è stato abolito il colore verde, che fa troppo Padania, mentre spunta una nuova scritta in giallo e bianco. Secondo il segretario «nessuno», spiega, «potrà usare la nuova lista come un tram su cui salire per salvare la poltrona». «C’è tanta gente nuova, senza esperienza politica che si sta avvicinando al nostro progetto. Ben vengano le energie fresche e nuove». Per il Colle però finora nessuna candidatura in mente.
guarda il video:
(Credits Video Gaia Romani/alaNEWS)

Questo pallone gonfiato vedrete che si sgonfia come Grillo e Bossi.

Più fiducia nel governo Renzi e il Pd tengono. Boom della Lega di Salvini

Più fiducia nel governo Renzi e il Pd tengono. Boom della Lega di Salvini
Nella rilevazione Demos l’esecutivo guadagna 3 punti rispetto al mese scorso. Il premier quasi stabile al 50% dei consensi, solo il leader del Carroccio gli sta dietro. Continua il calo di Forza Italia, i 5Stelle al 19%
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Mentre l’anno volge alla fine, il calo di popolarità del governo, osservato dopo l’estate, si arresta. Anzi, secondo il recente sondaggio dell’Atlante Politico di Demos, si assiste a una — per quanto limitata — inversione di tendenza. Anche la fiducia nei confronti del premier, Matteo Renzi, resiste. Mentre il consenso elettorale del PD cresce, seppur di poco. Malgrado tutto. Nonostante i problemi e le tensioni di questa fase. Scandita dalle proteste sindacali e operaie, dalle prospettive oscure dei mercati e del mercato del lavoro. Scossa, nelle ultime settimane, dallo scandalo di Mafia Capitale, ultimo, clamoroso, atto della storia di corruzione che inquina il rapporto fra politica e società in Italia. Ma vediamo più in dettaglio le principali indicazioni emerse dal sondaggio di Demos.

GUARDA LE TABELLE E I GRAFICI

1. Il consenso verso il governo si attesta al 46%: 3 punti in più di un mese fa. Ma ne aveva persi 13, il mese precedente. Parallelamente, il gradimento di Renzi resta (quasi) stabile, rispetto al mese scorso: 50%. Siamo, dunque, lontani dai livelli conosciuti prima dell’estate, ma anche dello scorso ottobre. Tuttavia, si tratta di indici elevati. Senza paragone, rispetto agli altri leader politici e di partito. Soprattutto, però, il declino subìto negli ultimi mesi si è fermato. Contrariamente ai timori o agli auspici (secondo i casi) di molti — attori e osservatori politici.

2. Le stime elettorali, peraltro, registrano una lieve crescita del PD, che si attesta al 37%. Ciò significa: 4 punti al di sotto delle elezioni europee, ma, comunque, moltissimo. Anche senza fare riferimento al disastroso 25% ottenuto alle Politiche del 2013. Se guardiamo alla fiducia nei leader, infatti, dietro a Renzi, solo Matteo Salvini, leader della Lega, supera il 30%, fra gli elettori. Dietro di lui: Giorgia Meloni e Maurizio Landini. Leader di partiti più piccoli o senza partito. Mentre i leader dei partiti (o non partiti) più grandi, Silvio Berlusconi e Beppe Grillo, sono in coda alla graduatoria. Poco sopra o sotto il 20%. Parallelamente, nelle stime di voto, la Lega di Salvini ha superato il 13% e ha, ormai, raggiunto Forza Italia. Mentre, alle loro spalle, la Sinistra, intorno a SEL, si avvicina al 7%.

3. Dunque, Renzi e il suo governo “tengono”. Nonostante la vicenda di Mafia Capitale abbia ulteriormente deteriorato il clima (anti) politico in Italia. E una larga maggioranza di italiani ritenga che la corruzione politica nel Paese, oggi, sia più diffusa rispetto agli anni di Tangentopoli. Così, Renzi non ne sembra personalmente e politicamente colpito. Perché si tratta di un male antico. E lui è, per (auto) definizione, giovane e nuovo. Peraltro, intorno al “suo” PD, non si vedono vere alternative. A Sinistra, certamente, esiste un malessere, intercettato non solo da SEL, ma anche dal dissenso interno al PD. Tuttavia, occupa uno spazio limitato. Inferiore al 10%.

4. Il dissenso della Sinistra, semmai, ha rafforzato l’appeal del Premier al Centro e, soprattutto, a Destra. Non per caso, il gradimento di Renzi è cresciuto fra gli elettori di Forza Italia. E fra gli indecisi. Gli spaesati, che si attaccano all’unico chiodo rimasto. Alla destra dello schieramento politico, d’altronde, c’è grande instabilità. Al calo (ma ormai potremmo parlare di crollo) di FI corrisponde l’avanzata di Salvini e della “sua” Lega. Tanto più ora, che si è lanciato alla conquista del Centro-Sud, con una nuova sigla: “Noi con Salvini” (NcS). Uno spin-off della Lega, trasformata in “partito personale”. Per proseguire l’espansione territoriale, avviata alle europee di giugno ed espressa, clamorosamente, alle Regionali in Emilia-Romagna. D’altra parte, se osserviamo i dati dell’Atlante Politico di Demos, l’ambizione di Salvini sembra giustificata. La fiducia “personale” nei suoi confronti è, infatti, cresciuta dovunque, ma, soprattutto, nelle regioni (rosse) del Centro (allargato all’Emilia-Romagna), dove raggiunge il 42%. Più che nelle stesse regioni del Nord. Mentre nel Centro-Sud si avvicina al 30%. Un profilo analogo a quello del voto. Visto che nelle Regioni (rosse) del Centro NcS (20%) appare più forte perfino che nella Patria Padana (19%). E nel Centro-Sud raggiunge, comunque, il 7%. In altri termini: più di quanto ottenuto in ambito nazionale alle Europee. Oggi NcS è, dunque, la “Ligue Nationale”, affine e alleata al Front National di Marine Le Pen. Oggi primo partito, in Francia. Interprete, al pari di NcS, del sentimento antieuropeo e della paura dello straniero, come risposte all’insicurezza sociale — e globale. Tuttavia, il partito di Salvini, nel breve periodo, non appare un’alternativa. Mentre i partiti di Centro e la stessa FI sembrano una protesi del PD (R).

5. Resta il M5S. Attestato oltre il 19%. Secondo partito, in Italia. Nonostante le defezioni e le polemiche ripetute che lo scuotono. Al centro e alla periferia. Nonostante sia l’unico partito non coinvolto nelle diverse Tangentopoli, romane e regionali. Nonostante che il portavoce, Beppe Grillo, risulti ultimo, nella graduatoria dei leader, in base alla fiducia. Ma ciò conferma la natura del consenso verso il M5S. Che non ha base “personale” e dipende solo in parte dai contenuti specifici dell’offerta politica. Ma riflette, piuttosto, il malessere nei confronti della democrazia rappresentativa che si respira in Italia. Un non-partito che intercetta il non-consenso verso la non-politica. Così Renzi, insieme al “suo” governo e al “suo” PD (R), prosegue la “sua” marcia.Nonostante tutto. Perché, per ora, non si vedono alternative né alternativi. E per la sua capacità mimetica. Di sfidare e imitare tutti. Berlusconiano, grillino e salviniano, al tempo stesso. Il renzismo: biografia e fotografia dell’Italia post-berlusconiana. Al governo.

dipocheparole     venerdì 27 ottobre 2017 20:42  82 Facebook Twitter Google Filippo Nogarin indagato e...