domenica 8 gennaio 2017

Il Volo dice no a Donald Trump: «Non cantiamo per chi ha posizioni razziste»

Il Volo Donald Trump

Il trio musicale ha rifiutato di esibirsi alla cerimonia di insediamento del presidente americano 

Il Volo ha rifiutato di esibirsi alla cerimonia per l’insediamento di Donald Trump. Il trio musicale ha motivato la sua decisione con l’incompatibilità delle posizioni politiche del nuovo presidente americano con le proprie. Le posizioni razziste e xenofobe di Donald Trump hanno spinto Il Volo a rimanere in Italia, rinunciando a un’occasione di grande visibilità.

IL VOLO E DONALD TRUMP

Il Volo, il trio formato da Gianluca Ginoble, Ignazio Boschetto e Piero Barone, è stato invitato a esibirsi alla cerimonia dell’insediamento della presidenza di Donald Trump, che si terrà il prossimo 20 gennaio. I musicisti italiani, dopo esser rimasti sorpresi per l’importante invito, hanno deciso di rimanere in Italia. La motivazione del rifiuto è principalmente politica, come spiegato dal Volo al Corriere della Sera
Abbiamo rifiutato il suo invito perché non siamo mai stati d’accordo con le sue idee: non possiamo appoggiare un uomo che ha basato la sua ascesa politica sul populismo oltre che su atteggiamenti xenofobi e razzisti. Non potevamo cantare per una persona con cui non condividiamo quasi niente

IL NO DEL VOLO AL PRESIDENTE DONALD TRUMP

Il Volo ha rimarcato di aver condiviso la scelta del loro amico Andrea Bocelli, anch’egli invitato alla cerimonia di insediamento di Donald Trump. Bocelli ha suscitato una forte polemica in Italia come negli Usa rifiutando l’invito del nuovo presidente americano. Il Volo però non giudica negativamente chi suonerà per Donald Trump.
Non va criminalizzato chi si esibirà quel giorno, così come non va fatto con chi la pensa diversamente da noi. Per quanto ci riguarda ci rendiamo conto di essere un esempio per molti, soprattutto giovani, ed è per questo che raccontiamo la nostra idea
La scelta del Volo non è una presa di posizioni prettamente partitica, tanto che alla domanda del Corriere sul loro comportamento nel caso di un eventuale invito di Barack Obama i musicisti preferiscono non esprimersi.
Foto copertina: Facebook/Il Volo music

E' veramente incredibile la psicosi ossessiva compulsiva di queste persone tutte mediocri , politicamente parlando, nei confronti di Renzi. In qualsiasi paese europeo sarebbero stati messi alla porta.


Zucconi sempre ultra grandissimo. Altro che Travaglio e Gomez calma piatta alla TAC.


Se questi vanno al governo dell'Italia andiamo in bancarotta in tre mesi.

Sono Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede: secondo il Corriere le due nomine servono a legare a doppio filo rosso Genova (ovvero Beppe) e Roma
ALESSANDRO D'AMATO
Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro sono i due deputati che Beppe Grillo ha inviato in Campidoglio per “controllare” il lavoro di Virginia Raggi dopo le dimissioni e le vicende giudiziarie che hanno colpito la Giunta. Andrea Arzilli sul Corriere della Sera ci racconta che i due fungeranno da “tutor” per la sindaca:
Negli accordi di Raggi con Grillo e Casaleggio, infatti, non c’era solo la rimozione di Daniele Frongia dal ruolo di vicesindaco, di Salvatore Romeo dalla segreteria e di Renato Marra, fratello di Raffaele promosso al Turismo e oggi ricollocato alla Polizia municipale. Ma soprattutto la ricomposizione della squadra secondo coordinate precise: uomini di fiducia del Movimento e professionisti di comprovata esperienza, meglio se pescati al di fuori del circuito romano. Per questo Bonafede e Fraccaro lavorano da settimane anche sui nomi.
Sul capo di gabinetto ci sono riflessioni in corso, l’incarico è delicato e i curricula li sta vagliando direttamente la Raggi. Ma quello del 56enne Franco Giampaoletti per il posto da direttore generale è particolarmente caldo: l’idea sarebbe quella di affiancare l’ex city manager del Comune di Genova al segretario generale Pietro Paolo Mileti, già insediato a Roma, per ricomporre la coppia che ha retto la giunta di centrosinistra del capoluogo ligure.
alfonso bonafede
Secondo il Corriere le due nomine servono a legare a doppio filo rosso Genova (ovvero Beppe) e Roma:
A dicembre, in sostituzione di Paola Muraro all’Ambiente, era arrivata Pinuccia Montanari, anche lei con un’esperienza recente a Genova. Il filo rosso che lega Roma alla città del Garante potrebbe rinforzarsi ulteriormente. Ma sull’investitura del nuovo direttore generale insistono ancora due questioni. La prima riguarda l’attuale occupazione di Giampaoletti che, i primi di dicembre, ha lasciato il Comune di Genova per entrare in Unicoop Tirreno con incarico apicale al Personale. «Ma nel caso lascerebbe Unicoop», Bonafede ha tranquillizzato il M5S, confermando la svolta «nordista» del Campidoglio, iniziata con l’ingaggio del veneto Massimo Colomban. La seconda è sullo stipendio di Giampaoletti che a Genova percepiva 132 mila euro lordi: si vuole schivare una nuova grana sui maxistipendi.
La denuncia in un'intervista al Messaggero: mi attaccano perché sono vicino alla Raggi, la corrente M5S vicina a Roberta Lombardi vuole la mia testa. «Un amore così grande», cantava Grillo a Palermo. Così grande da sopportare anche le correnti?
ALESSANDRO D'AMATO
«Un amore così grande» che qualcuno deve essersi dimenticato di spiegarlo a Paolo Pace. Il presidente grillino dell’VIII Municipio, la cui attendibilità avevamo verificato all’epoca della denuncia del complotto della monnezza contro la Raggi, sta litigando con la sua maggioranza M5S in consiglio municipale e rischia la sfiducia. Ma c’è di più: oggi lui denuncia in un’intervista al Messaggero che sono i “talebani M5S” ad avercela con lui come con la Raggi.
paolo pace

Paolo Pace e i talebani M5S

Talebani, chi erano costoro? La parola va spiegata: una delle prime a utilizzarla è stata l’ormai ex grillina Paola Pinna, parlando di dissidenti e talebani all’epoca in cui stava per allontanarsi dal MoVimento. Più tardi è stata utilizzata soprattutto per indicare molti degli attivisti romani vicini a Roberta Lombardi, ed è diventata di moda in occasione delle espulsioni alla vigilia delle Comunarie romane, quando molti attivisti vennero espulsi dal MoVimento (in alcuni casi addirittura senza spiegazioni) e alcuni si fecero reintegrare dal tribunale. Se Paolo Pace sotto attacco decide di utilizzare questa espressione significa che la situazione, come spesso succede tra i grillini, è grave ma non seria. Loro, ovvero sette consiglieri su 15 eletti tra cui la consigliera Cinzia Piacentini che ha apertamente parlato di sfiducia, lo accusano di aver deliberato affidamenti diretti, di aver fatto, in sostanza, «il proprio comodo». Per martedì la sindaca Virginia Raggi ha convocato il presidente e i consiglieri municipali per discutere della situazione. Intanto lui va all’attacco:
«Questo attacco diffamante parte da lontano».
E da quando precisamente? 
«Da settembre, gli attacchi che questo gruppo di consiglieri talebani mi muovono usano a pretesto tematiche urbanistiche afferentialterritorio».
Perché proprio da settembre? C’entra nulla la crisi che in quel mese ha investito il Campidoglio e la sindaca Raggi a cui lei è politicamente vicino? 
«Questa è un’ipotesi che potrebbe essere giusta. Sicuramente l’indebolimento del sindaco ha contribuito».
Quindi la corrente lombardiana del territorio ha preso al balzo l’occasione della crisi in Comune per cercare di minare la stabilità della sua presidenza? 
«Non lo escludo, sicuramente è uno spunto per spiegare quello che mi sta accadendo. Molti di questi consiglieri talebani pensano già alle elezioni politiche».
Pace parla esplicitamente di correnti. e già questo potrebbe fare innervosire chi ripete ad ogni comunicato che non esistono correnti all’interno del M5S. Invece Pace parla esplicitamente di corrente lombardiana e di guerra che l’ascoltatissima (presso Grillo) onorevole M5S gli sta portando attraverso i consiglieri che rispondono a lei. Ovvero, sempre i “talebani” che vengono da anni identificati con la sua corrente romana.
paolo pace

Paolo Pace e Berdini, la pietra dello scandalo

Ma su cosa precisamente stanno litigando i talebani e il presidente? La versione di Pace è che alla base di tutto ci siano dissidi insormontabili sulle questioni urbanistiche. Sostiene Pace che la maggioranza grillina in Municipio avrebbe voluto che Pace fermasse l’iter di costruzione negli ex mercati generali e al fosso delle Tre fontane, nonostante questo mettesse in pericolo il presidente, i consiglieri e il comune perché il costruttore potrebbe chiedere delle penali:
Torniamo alle tematiche urbanistiche, usate, secondo lei, come pretesto per darle addosso. Qualisono? 
«Riguardano gli ex mercati generali e il fosso delle Tre Fontane».
E cosa avrebbe fatto per “adirare” parte della sua maggioranza tanto da rischiare la sfiducia? 
«Nulla. Ho rispettato le regole vigenti che non possono essere superate dai principi del Movimento5Stelle».
Vale a dire? 
«Sugli ex mercati generali al momento del nostro insediamento abbiamo ereditato un iter già concluso che parla di costruzioni. Mancava solo un atto politico. Il progetto può non piacere, io ci avrei fatto un campo di grano,ma il costruttore ha diritto a edificare, se qualcuno glielo impedisse si innescherebbe un contenzioso legale che ricadrebbe sul Campidoglio. Il rischio è far pagare al Comune migliaia di penali. La risposta dei consiglieri talebani a questo ragionamento è stata: “Siamo del Movimento 5 Stelle ci muoviamo come ci pare”.Non esiste, questo gruppo sta facendo danni».
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Lo status di Cinzia Piacentini, consigliera all’VIII MUnicipio (da Il M5S non ci piace su Facebook)
E c’è di più: Pace nell’intervista attacca frontalmente proprio l’assessore all’urbanistica Paolo Berdini, del quale anche lui ha evidentemente notato il comportamento furbetto sullo stadio della Roma: «Ci spiegasse pragmaticamente come è possibile fare lo stadio senza gli ecomostri. Berdini voleva bloccare gli ex mercati generali ma non ha saputo rispondermi in che modo quel progetto, a suo dire,è distorto». Infine, minaccia: chi dovesse votare la sfiducia contro di me è automaticamente fuori dal MoVimento, secondo le regole, e dovrebbe rinunciare al mandato. Anche se alla fine l’opposizione dovesse salvarlo, visto che ha intenzione di astenersi sulla mozione. Un amore così grande, cantava Grillo a Palermo. Si nota ad occhio nudo.

Disonestà 5 stelle : nerd grillino Alfonso Bonafede mostra in diretta TV...

I populisti Salvini, Meloni e De Magistris dicono sempre di non essere né di destra né di sinistra. E poi sono tutti di estrema destra.

Salvini, Meloni e de Magistris all’attacco di Saviano

Social network
Roberto Saviano in una foto d'archivio. Lo scrittore sara' protagonista alla sesta edizione del Festival internazionale di letteratura e cultura ebraica, che per il terzo anno sara' aperto dalla Notte della Cabbalà sabato 20 luglio, nella zona del vecchio ghetto, tra il lungotevere, il Teatro di Marcello, il Portico d'Ottavia e Via Arenula, 18 luglio 2013. ANSA/FESTIVAL LETTERATURA E CULTURA EBRAICA ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++
Dall’immigrazione alla Camorra, le parole di Roberto Saviano fanno infuriare i politici sui social network
 
Roberto Saviano è uno degli scrittori-giornalisti più influenti in Italia. I suoi pensieri, che si condividano o no, fanno sempre riflettere. In questi giorni però alcune sue affermazioni hanno fatto infuriare la destra lepenista di Salvini e Meloni e la sinistra-sinistra di Luigi de Magistris.
L’affermazione dello scrittore che ha fatto infuriare il duo Salvini e Meloni è stata: “Sogno sindaci africani per salvare il mio Sud martoriato”. A questa affermazione entrambi hanno esortato lo scrittore ad andare in Africa. Salvini: “Io sogno Saviano in Africa”, Meloni: “Saviano dice che sogna sindaci africani. Vada a vivere in Africa allora. Così esaudisce il suo sogno e quello di molti italiani”. Un attacco frontale e con motivazioni becere a cui lo scrittore risponde tramite Facebook.
Nel lungo post Saviano ricorda come lui suo malgrado sia già in esilio dal 2010. Poi ricorda a tutti la figura di Fiorello La Guardia – figlio di immigrati italiani – che fu sindaco di New York  dal 1934 al 1945 cambiando radicalmente la faccia della città, tanto che il secondo aeroporto cittadino porta il suo nome. Lo scrittore si domanda cosa avrebbero detto i due: “Se ne torni tra le pecore, La Guardia, ad amministrare New York non ci vogliamo uno straniero”.
Oggi, invece è la volta del sindaco di Napoli Luigi de Magistris, risentito per l’intervista rilasciata dallo scrittore molto critica nei suoi confronti. Nell’intervista Saviano accusa il sindaco di populismo: “Parla come se fosse all’opposizione, invece è al potere. Le bellezze della città sono merito suo, il potere criminale, disoccupazione, controllo del territorio sono demeriti dello Stato. Se non è populismo questo…”.
La risposta del sindaco non si è fatta attendere con un duro post su Facebook: “Caro Saviano, vuoi vedere che sei nulla di più che un personaggio divenuto suscettibile di valutazione economica e commerciale? Un brand che tira se tira una certa narrazione. Vuoi vedere che Saviano è, alla fin fine, un grande produttore economico? Se Napoli e i napoletani cambiano la storia, la pseudo-storia di Saviano perde di valore economico. Vuoi vedere, caro Saviano, che ti stai costruendo un impero sulla pelle di Napoli e dei napoletani ? Stai facendo ricchezza sulle nostre fatiche, sulle nostre sofferenze, sulle nostre lotte. Che tristezza. Non voglio crederci. Voglio ancora pensare che, in fondo, non conosci Napoli, forse non l’hai mai conosciuta, mi sembra evidente che non la ami”.
Anche in questa occasione Roberto Saviano replica attraverso il suo account Facebook con un lungo post in cui parte dai fatti, ma alla fine va giù duro: ” lei ha bisogno di me, ha bisogno di contrapporsi a qualcuno: “Lei ha bisogno delle contrapposizioni perché senza quelle dovrebbe affrontare la realtà dei tanti soprusi che la sua amministrazione tollera. Ma non è l’unico: quando criticavo Berlusconi ero da strozzare, con Renzi sono diventato un gufo, se parlo di infiltrazioni mafiose al Nord diffamo. Lei mi definisce uno “zelluso” (traduzione italiana: calvo) anemozionale e la cosa, in fondo, mi fa anche sorridere.
Quel che è certo, sindaco De Magistris, è che quando le mistificazioni della sua amministrazione verranno al pettine, a pugnalarla saranno i tanti lacchè, più o meno pagati, dei quali si circonda per edulcorare la realtà, unico modo per evitare di affrontarla”.

dipocheparole     venerdì 27 ottobre 2017 20:42  82 Facebook Twitter Google Filippo Nogarin indagato e...