lunedì 10 aprile 2017

Rosy Bindi e la sua strana idea di democrazia interna al Pd

Il Fattone
Il presidente della Commissione Antimafia, Rosi Bindi, nel corso dell'audizione al presidente dell'Associazione Italiana Calciatori, Damiano Tommasi, a Roma, 4 aprile 2017.   ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI
Il Pd è l’unico partito rimasto in Italia con una leadership contendibile: ma, a quanto pare, è democratico soltanto se vince il candidato di Rosy Bindi.
 
Ormai prossima al termine della sua sesta legislatura – il triplo di quanto prevede lo statuto del Pd – Rosy Bindi annuncia l’intenzione di non ricandidarsi alle prossime elezioni, nel caso qualcuno glielo chiedesse. La presidente dell’Antimafia, “geneticamente antirenziana” secondo le parole del Fatto che oggi la intervista, spiega di aver ormai esaurito “il fuoco che arde”, senza il quale è impossibile fare politica, perché “la politica non è un mestiere”.
Rosy Bindi ha trascorso gli ultimi trent’anni della sua vita facendo politica e ricavandone, giustamente, uno stipendio, prima a Strasburgo e poi, dal ’94 a oggi, a Montecitorio: non ci sarebbe niente di male nel rivendicare con orgoglio di aver svolto con dedizione una professione altamente specialistica in cambio di denaro.
Purtroppo però la “sudditanza” al Movimento 5 stelle che lei stessa rimprovera a Renzi “sui costi della politica” sembra non esserle estranea: e così, per giustificare una carriera brillante quanto longeva, non riesce a sfuggire alla retorica della “passione”, chissà perché contrapposta all’umile quanto essenziale “mestiere” di chi, senza montarsi la testa ma anche senza vergognarsi, fa politica professionalmente, cioè in cambio di uno stipendio.
Per il resto, l’intervista è l’ennesimo j’accuse a Renzi: Bindi rivendica con legittima soddisfazione di essersi opposta al fiorentino “già al tempo della sua candidatura a sindaco”(liberamente decisa dagli elettori con le primarie) e di aver continuato a farlo attraverso gli anni, fino a “sostenere che il referendum sulla Costituzione fosse incostituzionale” perché “promosso dal governo”. Per carità: ciascuno la pensa come crede.
Ciò nonostante – nonostante cioè il fatto che la Bindi, come molti altri, abbia abbondantemente e generosamente criticato Renzi in questi anni – per la presidente dell’Antimafia il Pd non è più un partito democratico, e forse non è più neppure un partito: “Il Pd – sostiene – non funziona se si trasforma in un carro al seguito dell’uomo solo al comando. Non era nato per stare tutto il tempo ad applaudire il leader”. Forse non era nato neppure per passare la vita a criticarlo, il leader: ma questi sono dettagli.
Meno chiaro invece è come faccia la Bindi a sostenere simultaneamente che il Pd è ormai ridotto alla corte sciocca di un tiranno capriccioso, e che però Andrea Orlando può vincere le primarie (“La partita è ancora aperta. La poltrona di segretario non è già assegnata”): se è vera questa seconda affermazione, la prima è giocoforza falsa.
Il Pd è l’unico partito rimasto in Italia con una leadership contendibile: ma, a quanto pare, è democratico soltanto se vince il candidato di Rosy Bindi.

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