domenica 25 maggio 2014

E come potevamo dimenticare il grande Papa Francesco.

Papa Francesco in Giordania «La Pace è un dono da ricercare pazientemente»

di  - 24/05/2014 - Primo giorno in Terra Santa per il Pontefice che, in Giordania, nel corso della messa pubblica allo Stadio internazionale, ricorda l'importanza della pace, alla quale si arriva superando le differenze.

Papa Francesco in Giordania «La Pace è un dono da ricercare pazientemente»<1/22>

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«Quanto bisogno ha il mondo che noi siamo messaggeri di pace: il mondo ci chiede questo, di portare la pace e testimoniare la pace». È il tema della Pace ad essere al centro delle parole di Papa Francesco nel suo primo appuntamento di “massa” in Terra Santa, in Giordania, prima tappa del suo viaggio.
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LA MESSA ALLO STADIO CON I RIFUGIATI Papa Francesco, infatti,  celebra la messa nello stadio internazionale di Amman, alla presenza dei rifugiati, ed affronta il delicato tema della Pace: «La pace non si può comperare: essa è un dono da ricercare pazientemente e costruire “artigianalmente” mediante piccoli e grandi gesti che coinvolgono la nostra vita quotidiana. Il cammino della pace – continua Francesco – si consolida se riconosciamo che tutti abbiamo lo stesso sangue e facciamo parte del genere umano; se non dimentichiamo di avere un unico Padre celeste e di essere tutti suoi figli, fatti a sua immagine e somiglianza»
È con  spirito costruttivo che il Pontefice si rivolge a tutti i presenti, abbracciandoli: «il patriarca, i fratelli vescovi, i sacerdoti, le persone consacrate, i fedeli laici, i tanti bambini che oggi ricevono la Prima Comunione (sono 1400, ndr) e i loro familiari. Il mio cuore si rivolge anche ai numerosi rifugiati cristiani provenienti dalla Palestina, dalla Siria e dall’Iraq: portate alle vostre famiglie e comunità il mio saluto e la mia vicinanza».
“Cari amici – ricorda Bergoglio – lo Spirito Santo è disceso su Gesù presso il Giordano e ha dato avvio alla sua opera di redenzione per liberare il mondo dal peccato e dalla morte. A lui chiediamo di preparare i nostri cuori all’incontro con i fratelli al di là delle differenze di idee, lingua, cultura, religione; di ungere tutto il nostro essere con l’olio della sua misericordia che guarisce le ferite degli errori, delle incomprensioni, delle controversie; di inviarci con umiltà e mitezza nei sentieri impegnativi ma fecondi della ricerca della pace. Amen!”
Al suo arrivo Francesco era stato ricevuto dal Re di Giordania Abdullah II, che, nella cerimonia di ricevimento aveva riconosciuto l’importanza dei cristiani di Giordania:«I cristiani arabi sono una parte integrante della società giordana e vivono in armonia nel nostro Paese. Apprezziamo altamente la loro presenza»
Nel discorso di saluto a Papa Francesco, Abdullah ha aggiunto: «Benvenuto in questa terra di pace e di convivenza tra islam e cristianesimo,terra di profeti e di tutti coloro che sono graditi a Dio».
Questa è la prima messa all’aperto per Papa Francesco in questi tre giorni di permanenza in terra Santa. La seconda avrà luogo domani, a Betlemme, mentre il Pontefice non celebrerà alcuna messa pubblica in Israele.
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Riceviamo e pubblichiamo.

Il voto europeo e il mito della spesa pubblica

Oggi si affrontano soprattutto euro-fobici, euro-scettici, euro-fili. Quale impatto sull’economia?

(Ralph Orlowski/Getty Images)

  
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Si vota per le europee. Si hanno tre schieramenti: 1) gli euro-fobici, 2) gli euro-scettici; 3) gli euro-fili. L’argomento dell’euro ha un aspetto “retorico” ed uno “tecnico”. Gli schieramenti debbono perciò essere sia convincenti (quindi retorici) sia tecnici (quindi logici).
Forza Italia, politica fiscale espansiva
La retorica dipende anche dalla storia di ogni schieramento – si deve in qualche modo dare “continuità” alle proprie affermazioni. Nel caso di Forza Italia l’argomentazione euro-scettica non può non tener conto della sua adesione al progetto dell’euro per tutto il tempo che - come Forza Italia prima e come PdL poi - ha governato. Perciò per Forza Italia l’euro va bene, ma a condizione che si facciano “gli interessi dell’Italia”, ossia che si abbracci una politica fiscale espansiva, vale a dire in deficit in una misura maggiore di quanto avvenga oggi, finanziata dalla Bce, che - a differenza di oggi - comperi le obbligazioni emesse dai Tesori per finanziare il deficit nella misura necessaria, e che si indebolisca l’euro. Così ha spiegato Silvio Berlusconi nel comizio dell’Eur di giovedì scorso. Il quale Berlusconi ha poi affermato che questa politica non è così originale, perché è in corso sia negli Stati Uniti sia in Giappone e ha portato a questi due Paesi degli evidenti benefici. 
Possiamo perciò affermare che Forza Italia pensa che, se si cambia politica economica nell’euro-area, da euro-scettica può diventare – con circospezione - euro-fila. A ben guardare la proposta di Forza Italia è la politica economica italiana di una volta - di trenta anni fa - ma questa volta attuata a livello europeo: il bilancio pubblico in gran deficit per alimentare la domanda, con il finanziamento della banca centrale di una parte del deficit, il tutto combinato con una moneta debole in grado di spingere le esportazioni.
M5S, tra retorica e logica
IL M5S non ha una storia che deve giustificare. Non ha mai governato, e perciò non ha mai aderito agli accordi internazionali che hanno portato alla formazione dell’Euro area prima solo commerciale e poi anche anche valutaria. Può perciò muoversi liberamente fra retorica e logica.
Ripercorriamo i passaggi della proposta: 1) il Paese è governato da una Kasta, che fa solo i propri interessi; 2) fanno parte della Kasta quelli che costituiscono la base del vecchio potere: istituzioni, imprese, sindacati, grandi media, eccetera; 3) non fanno parte della Kasta tutti gli altri; i non-Kasta hanno a disposizione la Rete per parlarsi e le Piazze per mostrarsi. Si ha così un sistema “orizzontale”, che si contrappone a quello “verticale” della Kasta; 4) poiché la Kasta è irriformabile, i “non-Kasta” entrano nell’arena politica per prendere il potere, che sarà poi di tutti; 5) i cittadini eletti che rappresentano i non-Kasta devono rigorosamente rappresentarli – perciò torna il “vincolo di mandato”, e il mondo sarà privo di pesi e contrappesi giudiziari – la Corte Costituzionale sarà composta da cittadini eletti a sorte - al fine di avere un potere popolare pieno; 6) la proposta economica, mai circostanziata, può essere giudicata sia euro-foba, sia euro-scettica. 
(TIZIANA FABI / AFP)

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In linea di massima è stata delineata nei sette punti programmatici al “V-day” del dicembre 2013. Si ha: i) un referendum per la permanenza nell’euro; ii) l’abolizione del Fiscal Compact; iii) l’adozione degli Eurobond; iv) l’alleanza tra i Paesi mediterranei per una politica comune, v) gli investimenti in innovazione e nuove attività produttive esclusi dal limite del 3 per cento annuo di deficit di bilancio; vi) si hanno i finanziamenti per attività agricole finalizzate ai consumi nazionali interni; vii) infine, si ha l’abolizione del pareggio di bilancio. La proposta non è stata circostanziata, perché, se si vuole uscire dall’euro non si possono avere gli euro bond, così come non si possono avere questi ultimi, anche stando nell’euro, con l’eliminazione dei vincoli di bilancio dei Paesi membri.
Per chi prevale la mano pubblica
L’idea sottostante sia per Forza Italia sia per M5S è quella che la spesa pubblica in deficit stimoli la domanda e quindi la crescita del Pil. Quello proposto è un mondo dove prevale la “mano pubblica” – dove la spesa pubblica cresce più della spesa privata, e dove la Banca Centrale sostituisce i mercati finanziari. Si ha un mondo dove la spesa di origine privata non è sufficiente a trainare l’economia, e dunque si ha il traino della spesa di origine pubblica, che non “infastidisce” i privati chiedendo loro delle maggiori imposte oltre la sottoscrizione di una massa crescente di debito pubblico, perché ci pensa la Banca Centrale. Un bilancio pubblico in perenne deficit con finanziamento monetario è uno strumento per “dare” (promettere politiche sociali – dal reddito di cittadinanza al reddito per le casalinghe) senza che si debba anche “avere” (le imposte per finanziarle). Insomma, ammesso e non concesso che la spesa pubblica stimoli in maniera efficiente e duratura l’economia, ci troveremmo in un mondo dove la società civile girerebbe intorno alla politica e non ai mercati.
Il nuovo corso del Pd: prima le riforme
Si contrappone a questa visione della “mano pubblica” quella – ma solo quella del nuovo corso - del Pd.  Con le elezioni del 2013 non si ha un vincitore – il Pd ha la maggioranza alla Camera, ma non al Senato. Il programma di Bersani per avere una maggioranza stabile al Senato era una miscela di (a) minor austerità da realizzarsi con maggiori investimenti pubblici, (b) miglior protezione sociale, (c) tagli ai costi della politica, (d) energia verde, (e) matrimonio civili più aperti. Tutti punti che potevano incontrare il favore del M5S. La premessa era che «l’aggiustamento di debito e deficit sono obiettivi di medio termine, poiché l’immediata emergenza sta nell’economia reale e nell’occupazione». Si trattava quindi di un capovolgimento rispetto al governo Monti, che il Pd aveva appoggiato: Monti vedeva nell’aggiustamento dei conti pubblici la premessa per il rilancio.
Non sorgendo una nuova maggioranza con i M5S, non si poteva che avere un governo a guida Pd che cercasse con il PdL e con Monti una maggioranza. Si formò con Enrico Letta una maggioranza Pd-PdL (che ora non c’è più, essendo rinata Forza Italia - FI), che poi si sciolse sulla decadenza da senatore di Berlusconi. Il governo Letta continuò però ad avere una maggioranza con la parte del PdL non finita in FI, che prese il nome di Nuovo Centro Destra (Ncd). E qui arriva Renzi. Renzi ha vinto le primarie del suo partito nel dicembre del 2013. Si noti che la sua vittoria è stata anche il frutto del voto dei non iscritti al Pd. Perciò il Parlamento è quello delle elezioni del 2013, ma il maggior partito – il Pd – ha un nuovo equilibrio interno. Renzi appena due mesi dopo ha forzato la sua nomina a Presidente del Consiglio esponendo un bivio decisionale: 1) andare subito alle elezioni non sapendo, con il sistema vigente come va a finire; 2) oppure provare a dare una scossa di governabilità che Letta non esprimeva. È stata scelta dalla direzione del Pd con maggioranza quasi assoluta la seconda strada: Renzi al posto di Letta.

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Il Pd di Bersani sarebbe stato euro-filo, ma con una politica economica che rimandava le riforme a dopo il rilancio. Poi – prima con Letta e poi con Renzi – il Pd è tornato a volere prima le riforme - della spesa, del mercato dei prodotti e del lavoro - e poi la negoziazione dei vincoli di bilancio dell’euro-area. Lo ha ribadito Renzi giovedì scorso a Porta a Porta.
Un dubbio sull’aumento della spesa pubblica
Siamo al dunque. Si hanno retoriche e logiche. Si tratta di vedere dove iniziano le prime e dove le seconde. Finora i punti di vista sono stati esposti – spero – senza faziosità. La mia opinione – ridotta ai minimi termini - è questa. Ammettiamo pure che la spesa pubblica sia virtuosa - ossia che il reddito cresca più della spesa in deficit (=il moltiplicatore della spesa sia maggiore di 1). Siamo sicuri che, una volta che la spesa pubblica sia stata espansa con successo, essa rientri? In altre parole, pensiamo che il deficit pubblico, svolto il suo compito "propulsivo", effettivamente rientri? Oppure pensiamo che la spesa pubblica per sua natura - essa è, alla fine, “catturata” dai gruppi organizzati - crescerà in modo perpetuo? Se si immagina che un giorno il debito pubblico sarà di gran lunga maggiore di quello di oggi, proprio perché la spesa è “catturata”, si deve anche immaginare che le imposte volte a ripagarlo saranno maggiori. La liberalizzazione del mercato dei prodotti (=meno corporazioni) e del lavoro (=più contratti decentrati) stimola la crescita e dunque, alla fine, l’occupazione. Lo sviluppo economico è tanto maggiore quanto minori sono i vincoli sia nel mercato dei prodotti sia in quello del lavoro. Se non vi sono vincoli, le innovazioni si diffondono più facilmente, perché si hanno meno ostacoli nella diffusione dei prodotti, che, a loro volta, possono materializzarsi solo se la forza lavoro si sposta - senza troppe frizioni - dai vecchi ai nuovi settori. Senza austerità le riforme sono rimandate, perché c’è abbastanza domanda per mantenere le cose come sono. Alla lunga, però, non si cresce. 

Riceviamo e pubblichiamo.

“Beppe Grillo nemico di pensionati e ceto medio”, Franco Abruzzo ricorda

La foto di di Franco Abruzzo

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ROMA - Beppe Grillo nemico dei pensionati e del ceto medio. Pensionati, non dimentichiamo lamozione 25 settembre 2013, firmata da 14 deputati “grillini” e poi accantonata dal Parlamento. Quella mozione va letta dagli elettori come vanno lette le altre 6 mozioni. E’ evidente che i “pentastellati” continueranno a battersi con il fine di impoverire i cittadini del ceto medio.
Ho detto e ridetto che Governo e Parlamento devono dare la caccia non ai pensionati, ma agli evasori, ai big del sommerso e ai patrimoni delle 4 mafie: un mondo che vale 1000 (mille) miliardi di euro.
Chiediamo, con il rispetto dei giudicati costituzionali, la perequazione piena per tutte le pensioni, la cancellazione degli assegni elargiti senza base contributiva ai boiardi di Stato (da 21 a 91 mila euro al mese), la tutela gratuita della salute degli anziani e un piano serio per il lavoro giovanile. I pensionati oggi formano un grande ammortizzatore sociale (del valore di 6 miliardi all’anno) per figli e nipoti disoccupati”.
Ecco la mozione contro le cosiddette “pensioni d’oro” presentata alla Camera dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo:

“La Camera, premesso che:
- la questione delle «pensioni d’oro» è oggetto di accese discussioni sia fra i cittadini sia fra le forze politiche, senza che ad oggi si sia pervenuti ad una proposta risolutiva;
- che il dl 98/2011 aveva introdotto un «contributo di perequazione» nella misura del 5 per cento sulla quota di assegno eccedente i 90.000 euro, del 10 per cento per la parte eccedente 150.000 euro e del 15 per cento per la parte eccedente 200.000 euro; che il dl 98, recante «Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria», è stato bocciato dalla Consulta che, con la sentenza 116 del 2013 depositata il 5 giugno 2013, ha dichiarato incostituzionale il comma 22-bis dell’articolo 18 del decreto-legge 6 luglio 2011, che con la sentenza n. 223 del 2012 aveva già «bollato» e reso incostituzionale il prelievo sugli stipendi pubblici elevati, in quanto giudicato: «un intervento impositivo irragionevole discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini», poiché i provvedimenti colpivano i soli dipendenti pubblici, e non anche i lavoratori autonomi o privati, o i pensionati pubblici, lasciando indenni le altre categorie previdenziali;
- come si legge in ambedue le sentenze della Corte costituzionale: «Il risultato di bilancio avrebbe potuto essere ben diverso e più favorevole per lo Stato, laddove il legislatore avesse rispettato i principi di eguaglianza dei cittadini e di solidarietà economica», viceversa in conseguenza della sentenza della Consulta, lo Stato dovrà restituire circa 84 milioni di euro, con conseguenze negative sull’opinione pubblica;
- permangono i presupposti di eccezionalità della situazione economica, che avevano indotto il Governo, allora in carica, ad adottare il citato prelievo solidale, anzi oggi rispetto al 2011 la recessione si è acuita e la situazione dei conti pubblici italiani è peggiorata a causa del trend negativo di crescita del prodotto interno lordo;
- a maggior ragione necessitano maggiori risorse da destinare al sostegno delle fasce più deboli e resta inaccettabile che circa il 44 per cento dei pensionati italiani, quindi oltre 7 milioni di cittadini, riceve oggi dall’Inps un assegno inferiore a mille euro mensili e, nel 13 per cento dei casi, tale assegno non supera l’importo di 500 euro, mentre sussistono pensioni d’oro di importi mensili superiori a 20.000 euro fino al caso eclatante di euro 90.000 mensili;
- il Ministro Enrico Giovannini ha espresso aperture in merito ad un ventilato prelievo sulle pensioni che superino una determinata soglia di importo, sostenendo che tale intervento «non porterebbe molti soldi, ma sarebbe una misura di giustizia sociale» (Intervista sul Corriere della Sera);
- il Ministro ha dichiarato altresì la necessità di reperire risorse da destinare ai trattamenti pensionistici minimi;
- è inaccettabile giustificare giuridicamente i trattamenti pensionistici elevati di oltre 20 volte il trattamento minimo in quanto autorizzati da disposizioni di legge antecedenti, perché i suddetti presupposti giuridici non sono più adeguati al contesto economico attuale di grave depressione economica e le decisioni assunte in passato oggi minano il «patto sociale» fra i cittadini e consentono uno spreco di «risorse pubbliche» con grave danno sia per i pensionati che percepiscono il trattamento minimo, sia per le giovani generazioni colpite da tassi di disoccupazione ai massimi storici;
- è auspicabile, invece, sottoporre a valutazione i trattamenti pensionistici di elevato importo per evidenziare la quota di pensione imputabile agli effettivi contributi versati e la quota imputabile al sistema di calcolo retributivo, al fine di assumere decisioni politiche sulle cause degli eccessivi privilegi concessi prima della riforma del sistema pensionistico;
- un eventuale intervento normativo deve essere finalizzato a creare una maggiore equità nell’erogazione dei trattamenti di quiescenza, senza generare situazioni di disparità di trattamento non conformi ai princìpi della Costituzione;
- per l’anno 2013 l’importo minimo del trattamento corrisponde a euro 495,43 mensili;
- è opportuno consentire una equa e solidale progressività dell’imposizione sui redditi da pensione, applicando aliquote progressive in base alle classi di pensione mensile contenute nelle tabelle ufficiali dell’ISTAT per l’anno 2012;
- da proiezioni effettuate, si potrebbe realizzare un maggior gettito non inferiore a 1 miliardo 142 milioni 61 mila 790 euro, da destinare all’aumento dell’importo dei trattamenti minimi, applicando le seguenti aliquote:
da 1 fino a 6 volte il minimo: aliquota 0,1 per cento;
oltre 6 fino a 11 volte il minimo: aliquota 0,5 per cento;
oltre 11 fino a 15 volte il minimo: aliquota 5 per cento;
oltre 15 fino a 20 volte il minimo: aliquota 10 per cento;
oltre 20 fino a 25 volte il minimo: aliquota 15 per cento;
oltre 25 fino a 31 volte il minimo: aliquota 20 per cento;
oltre 31 fino a 39 volte il minimo: aliquota 25 per cento;
oltre 39 fino a 50 volte il minimo: aliquota 30 per cento;
oltre 50 volte il minimo: aliquota 32 per cento.
impegna il Governo, 116 del 3 giugno 2013: previa valutazione dei contenuti della sentenza della Corte costituzionale n. 116/2013
- a valutare l’opportunità di assumere iniziative per prevedere, per un periodo limitato di tre anni, sui redditi da pensione lordi annui un contributo solidale suppletivo applicando le indicate aliquote progressive differenziate in base alle classi di importo mensile percepito, al fine di riconoscere un aumento di 518 euro all’anno della pensione minima (ora consistente in euro 6.440,59 all’anno) di cui, in relazione agli ultimi dati aggiornati Istat 2011, potrebbero beneficiare circa 2.219.482 pensionati;
- a valutare l’opportunità di revisionare i trattamenti pensionistici erogati per prestazioni lavorative di elevato importo, al fine di adeguare i trattamenti medesimi alla effettiva contribuzione da parte del lavoratore beneficiario in quiescenza, riducendo la quota di trattamento acquisita in base al sistema retributivo, fissando per ciascuna forma di sistema un tetto massimo di pensione erogabile, onde evitare disparità eccessive nell’erogazione delle pensioni tali da rendere il sistema iniquo ed oramai inaccettabile per i molti cittadini che vivono alle soglie della povertà e percepiscono pensioni minime di importo tale da non consentire nemmeno lo svolgimento di una vita dignitosa.
Firmato: Sorial, Fraccaro, Villarosa, D’Incà, Nuti, Cecconi, Castelli, Caso, Brugnerotto, Rostellato, Ruocco, Cancelleri, Pesco, Nesci.”.

Riceviamo e con piacere pubblichiamo.

10 motivi per votare Matteo Renzi

Sta facendo crescere il Paese. Ha avviato le riforme. Vuole cambiare l'Ue, non lasciarla. E non ci sono alternative valide.

EDITORIALE
editoriale
Nei quasi quattro anni di vita diLettera43.it non l’ho mai fatto. Sono refrattario agli endorsement, penso che compito di un giornale non sia sposare le tesi di partiti o leader ma raccontare i fatti, analizzarli, offrire un punto di vista non fazioso che ne aiuti la comprensione. E per non fazioso non intendo neutrale o incolore, ma non ispirato a interessi di parte, politici o economici che siano.
Stavolta però ho deciso di fare un’eccezione, e di spiegare quali sono le ragioni che mi porterannodomenica 25 maggio a votare per il Pd di Matteo Renzi.
Ho iniziato questo editoriale usando la prima persona, cosa che per una forma di pudore e antidoto al narcisismo dilagante non faccio mai, proprio perché (anche se all’esterno la linea del giornale è quella che esprime il suo direttore) non voglio impegnare la redazione in una presa di posizione che so molti dei colleghi non condividono.
A Lettera43 ci sono renziani, comunisti, grillini, qualche berlusconiano (pochi), seguaci di Tsipras, ovvero della sinistra antagonista a questa Europa, persino qualche inconsapevole leghista. Ma al di là di come uno la pensa, quello che ci unisce è un’idea di giornalismo libero e scevro da pregiudizi che ogni giorno ci sforziamo di non disattendere.
Premesso questo, ecco quali sono 10 ragioni per cui mi pare importante che la leadership di Renzi - e queste europee, al di là dei distinguo, hanno assunto il valore di un referendum sul premier e sui suoi primi 80 giorni di governo - esca rafforzata dal voto di domenica. Pur con tutte le remore che si possono nutrire su di lui, la sua esasperata personalizzazione della scena, la tendenza talvolta a privilegiare l'effetto alla sostanza, l'innamoramento per un frenetico fare che sembra compiacersi del suo propagandistico impatto. Nonchè alcune scelte, vedi le nomine ai vertici delle aziende partecipate, che dire lasciano perplessi è poco.

1. Il Paese, pur ancora invischiato in una recessione che dura oramai da sette anni, comincia a mostrare qualche timido segnale di ripresa. Qualcuno obietterà che siamo ancora il fanalino di coda dell’Eurozona, che il Pil del primo trimestre dell’anno è tornato se pur di pochissimo in negativo. Però l’export delle piccole e medie aziende è in espansione, fatturato e ordinativi anche, e l’Istat ha certificato un rialzo dei consumi come non accadeva dal 2010. Sono piccoli sintomi di una guarigione ancora lontana, che non possiamo permetterci di destabilizzare restituendo con questo voto il Paese alla sua cronica condizione di ingovernabilità.

2. Con un sistema finanziario storicamente povero di capitali, e un debito pubblico talmente alto da non consentire robusti interventi di tipo keynesiano sull’economia, diventa fondamentale la capacità di attrarre investimenti dall’estero. Che poi vuol dire nuovi posti di lavoro in un quadro di drammatica disoccupazione. Ma i soldi arrivano solo se c’è predisposizione ad accoglierli e non conclamata ostilità, se il sistema Paese offre garanzie di sicurezza e stabilità. Credo che Renzi, al di là della sua propensione agli annunci roboanti, abbia di fatto avviato una serie di riforme, in primis quella del lavoro, che sono l’indispensabile presupposto per la sua modernizzazione.

3. Pur criticandone le rigidità, Renzi si muove in una sicura prospettiva europeista. Che, pur con storture e paradossi di ogni sorta, resta la sola possibile per chi non voglia consegnarsi all’emarginazione, magari vagheggiando un’impossibile autarchia. E questo anche nel momento in cui è la Germania a trarne tutti i vantaggi a scapito degli altri partner, e un’unione che vada oltre quella della moneta unica stenta a prendere forma. Ma cambiare questa Europa dal di dentro, e non abdicare a un’idea che proprio in Italia trovò nobili precursori, è la sola scelta da perseguire.

4. Renzi ha avviato un processo di sburocratizzazione del Paese cercando di incidere su vincoli e incrostazioni che ne bloccano lo sviluppo. Da troppo tempo ci sono rendite di posizione che la politica combatte solo a parole, corporativismi che ammorbano ogni dinamica sociale uccidendo sul nascere l’unico criterio che dovrebbe ispirarle, quello della meritocrazia. Conflitti di interesse e posizioni dominanti che rendono economicamente più gravosa la vita dei cittadini. In questi giorni la polemica su Uber, l’applicazione che disintermedia il servizio di trasporto privato offrendo un’alternativa al monopolio dei tassisti, è diventata l’emblema di una battaglia per l’affermazione del principio di libera concorrenza. Che, contrariamente ad alcuni suoi ministri, il premier stia con la prima e non con i secondi, è una rassicurante dichiarazione di intenti.

5. Renzi ha messo nel mirino la partitocrazia, ne ha minato alle fondamenta l’auto referenzialità, sta provando a scalfire l’atavico potere di classi dirigenti il cui fine è diventato solo quello di riprodurre se stesse. Ma deve avere ancora tempo per debellare la granitica solidità degli apparati nonché la loro ineluttabile tendenza a trasformarsi da rappresentanti dei cittadini a comitati d’affari trasversali, come gliscandali dell’Expo stanno ampiamente dimostrando.

6. Il premier ha ridotto il potere di veto delle parti sociali, interrompendo il rito della concertazione che accomunava associazioni di categoria e sindacati nel ritenersi gli unici depositari del principio di rappresentanza. Un principio dietro cui si cela invece una totale contiguità, per non dire collusione, a quegli interessi che invece si propongono di combattere. A parole tutti contro un sistema cui nella realtà dei fatti sono totalmente omologati.

7. Renzi si è mostrato da subito estraneo a quel subdolo principio di supremazia morale che storicamente è stata la dannazione della sinistra, la zavorra che le ha impedito di passare da giudice forte della sua presunta diversità a interprete della realtà sociale. Che ne ha svuotato lo spirito identitario inseguendo posizioni che non le appartenevano, o peggio definendo se stessa in chiave di puro antagonismo nei confronti degli avversari, vedi Berlusconi, considerati come della singole anomalie da esorcizzare e mai come portatori di interessi che non fossero solo i propri.

8. L’ex sindaco di Firenze ha svecchiato il linguaggio della politica, la rigida semantica dei suoi riti che ha finito con l’allargare la separatezza tra sé e il mondo. Per qualcuno è solo strategia mediatica studiata a tavolino, virtuosismi della comunicazione che ne fanno un emulo di Berlusconi. Ma il fattore generazionale e i suoi riferimenti culturali, pescando metafore in un bagaglio non polveroso, autorizzano a pensare che la soluzione di continuità rispetto al passato non sia un artifizio retorico buono solo a incantare le folle.

9. Occorre un cambio di mentalità, una discontinuità forte nel tentativo di arginare l’indole autodistruttiva che ovunque spadroneggia. Siamo un Paese in cui tutti litigano con tutti, ognuno bada a che il suo interesse particolare non venga intaccato da quello generale, in cui imperversa un rancore che avvelena il corpo sociale in ogni sua parte. È una metastasi che divora le poche cellule sane, e rende il contesto invivibile obbligando ad espatriare chi, e sono soprattutto i giovani, vuol sottrarsi a questa logica perversa. Privilegiare ciò che unisce, come esorta Renzi, rispetto all’enfasi verso tutto quello che ci divide è un comportamento ineludibile per tentare di ricostruire lo spirito collettivo di una nazione.

10. Anche se non lo si tollera, se si diffida di lui pensando che, al di là della sua prosopopea non sia diverso dai suoi predecessori, o peggio si sospetta sia un burattino messo lì a tutelare gli interessi di gruppi di potere più o meno forti, al momento Renzi non ha alternative. Non Berlusconi, il cui declino è asseverato dalla riproposizione di vecchie ricette che furono all’origine della sua discesa in campo, poi sempiternamente disattese e ora riproposte nella parodia di se stesse. Non Grillo, che magari in molte cose ha ragione da vendere, ma che nei suoi modi lascia trasparire un approccio talebano alle persone e al mondo, ancora più inquietante nella versione tecno-apocalittica del suo alter ego Casaleggio.

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