domenica 24 marzo 2013

Divento sempre più un ammiratore di Gad Lerner.


Lerner sfotte Travaglio e Santoro per Grasso

23/03/2013 - I due pretendono il confronto a Servizio Pubblico, per lui sono vezzi da star

Lerner sfotte Travaglio e Santoro per Grasso
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L’idea del confronto tra il neo-presidente del senato Pietro Grasso e Travaglio scatena la polemica tra giornalisti della rete.
IL DUELLO - Pietro Grasso ci sta al confronto e come sempre succede in questi casi è ora il momento di stabilire luogo e regole del duello. La cosa è parsa un’occasione ai conduttori de La7, che si sono immaginati subito nel ruolo di chi offre l’adeguato “campo neutro” al confronto. Idea che non piaciuta a Travaglio e Santoro, che hanno fatto sapere che per loro il confronto si può fare solo a Servizio Pubblico, la trasmissione di Santoro di cui Travaglio è una delle colonne. Una presa di posizione che non è per niente piaciuta a Gad Lerner, storica firma della rete:lerner
LA REAZIONE - Insomma, proprio la presa di posizione delle star del giovedì non è piaciuta al conduttore, che ha tenuto a precisarlo online.

La democrazia diretta de' noi altri. 533 preferenze per fare il candidato alle elezioni comunali di Roma. Complimenti!

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Ah,ah,ah.........Ridiamo ma ci sarebbe da piangere.


“Per stare sotto il palco ci danno 10 euro, così arrotondiamo la pensione”

Pubblicato il 24 marzo 2013

 
 
 
 
 
 
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l43-berlusconi-manifestazione-roma-130323154910_mediumSotto il palco tra i figuranti arrivati in pullman: “Ci danno 10 euro, arrotondiamo la pensione” 
ALESSANDRA PAOLINI
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ROMA — Il look di Eleonora, sessant’anni o giù di lì, è quello delle trasmissioni del pomeriggio: golfini maculati, stivali sfrangiati da squaw, capelli cotonati biondo platino. È il look di una figurante, ovvero delle persone che riempiono gli studi di programmi Rai e Mediaset. E che ieri si è trovata a piazza del Popolo in uno spettacolo a suo modo speciale. Starring: Silvio Berlusconi.
Ce ne sono tanti come lei all’una davanti al teatro Brancaccio di Roma. Gente del mestiere, che si saluta con affabilità e risponde prontamente agli ordini di Armando, il capo claque. Probabilmente contattato nei giorni in cui non era chiaro che in tanti avrebbero risposto all’appello del Cavaliere. Armando, in total black e cravatta rossa lucida, invece, lavora per “Abavideo provini tv”, società che fa casting per film e pubblicità, e sceglie anche il pubblico per trasmissioni tv. Venire arruolati come fan a pagamento di Berlusconi non è difficile. Certo, non si diventa ricchi: 10 euro la paga per restare un paio d’ore davanti al palco. «Una miseria», si lascia scappare uno dei figuranti, «ma ho una pensione da schifo e devo arrotondare». Armando ha una lista con le presenze dentro una cartellina col logo del programma “Così è la vita”. Ma basta dire «un’amica mi ha detto di venire al posto suo perché sta male», che subito lui ti accoglie a braccia aperte. Prende nome e cognome e via, «Sei dei nostri».
Il lavoro da fare è semplice. «Hai mai partecipato a un programma? — chiede il capo claque — No? Vabbé, non ti preoccupare, oggi stai un po’ lì in piazza in mezzo alla gente e poi te ne vai. Ma se hai voglia in futuro di partecipare a dei provini, cerca il sito e iscriviti». Lui, il “reclutatore”, da Silvio non viene: «Non ci penso nemmeno». E quando il pullman arriva, saluta il “gruppo vacanze Piemonte” con un elegantissimo «Mi raccomando, non pomiciate!». Sul bus l’atmosfera è quella delle gite di scuola ai tempi delle medie, anche se la comitiva è un po’ agée. Una signora con i capelli rossi si mette il rossetto. «Attenzione che Berlusconi è sensibile alle donne», le fa il passeggero seduto al suo fianco. Risposta: «Vorrà dire che lo bacerò in bocca, chiaramente, dietro lauto compenso». Ilarità generale, commenti salaci. «Attenta però che quello c’ha la dentiera», grida uno dagli ultimi posti. Del resto, si sa, in fondo al pullman si siedono sempre quelli più indisciplinati. Nessuno però canta, come accade in ogni gita che si rispetti. E quando arriva la proposta «Ora tutti insieme intoniamo “E Silvio c’è”», si ride di nuovo.
Mancano dieci minuti alle tre. Il pullman, che si è unito ad altri tre bus al Circo Massimo con 150 persone a bordo raccolte a Testaccio, Tiburtina e piazza Bologna, scarica l’allegra brigata a un chilometro da piazzale Flaminio. «Ma che sono matti? C’è un sacco di strada da fare», grida una donna con le caviglie già gonfie. Qualcuno si mette ad aspettare l’autobus. «A furbi, non tornate a casa». Gli altri, accompagnati da un tutor in tuta azzurra della nazionale di calcio, conduce tutti a piazza del Popolo. Berlusconi ancora non c’è. La piazza è già gremita. E sulle note di “Azzurro” di Celentano stavolta anche le comparse cominciano a cantare.

Straordinario. E dire che i grillini vanno a vedere gli spettacoli di Grillo a pagamento. A me riesce a far piangere! Povera Italia.

http://www.youtube.com/watch?v=lkYYOtVXCow&feature=player_embedded

Riflessione estremamente interessante di Ichino. Non sono d'accordo con Ichino su molti punti ma sul fatto che la concertazione sia un freno per il paese mi trovo completamente in sintonia.


Parla il giuslavorista montiano

“La concertazione? Un freno per un governo incisivo”

Ichino: «L’incontro di Bersani con le parti sociali sia davvero occasione per riformare i contratti»
Susanna Camusso e Pier Luigi Bersani
«Senza comunanza di obiettivi la concertazione diventa un vero e proprio freno a mano per un Governo che voglia operare tempestivamente e incisivamente». Pietro Ichino, senatore di Scelta Civica, spiega così a Linkiesta l’idea di Bersani di consultarsi prima con le parti sociali, e poi con i partiti. Per il giuslavorista ex Pd, è necessario che il premier incaricato provveda subito a diminuire «il diaframma tra domanda e offerta di manodopera». Come? «Riducendo la rigidità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato». Altrimenti, riflette Ichino, «dica chiaramente che per la ripresa dobbiamo puntare sui contratti a termine e di lavoro a progetto».
Come giudica la scelta di Bersani di incontrare in primis le parti sociali?
Questa mossa serve sul piano della comunicazione, innanzitutto, per mostrare attenzione a ciò che la società civile domanda alla politica. Ma serve a Bersani anche sul piano politico, per potersi presentare agli altri partiti come portatore di una istanza urgente. Come dire, anche a Grillo: voi qui fate i vostri giochi di palazzo, ma intorno c’è un Paese che soffre, che non può attendere oltre.
Cosa si aspetta che possa uscire dall'incontro con le parti sociali di questo fine settimana?
Non molto di nuovo sul piano dei contenuti. Sindacati e associazioni imprenditoriali ribadiranno le richieste che hanno espresso in questi giorni e che ormai tutti conosciamo; Bersani sottolineerà con ciascuna parte quelli, tra i suoi “otto punti”, che meglio si prestano a essere presentati come risposte alle richieste che gli saranno state rivolte. La genericità di ciascuno di quegli otto capitoli programmatici consente di far dire loro una gamma molto ampia di cose.
La concertazione è un modus operandi ancora valido? 
Se tra Governo e rappresentanti delle parti sociali c’è una visione comune almeno circa gli obiettivi da raggiungere e i vincoli da rispettare, sì: la concertazione può dare al Paese una marcia in più. Ma se quella visione comune manca, questo metodo può significare sostanzialmente l’attribuzione di un potere di veto a una parte. E allora la concertazione diventa un vero e proprio freno a mano per un Governo che voglia operare tempestivamente e incisivamente.
Quali sono i temi più urgenti sull'agenda per lavoratori e imprese? Sangalli (Confcommercio) vuole la riduzione dell’Iva, la Camusso (Cgil) le risorse per gli ammortizzatori sociali. 
Ciascuna parte indica le sue priorità: i sindacati chiedono la riduzione del carico fiscale sui redditi di lavoro e le associazioni imprenditoriali la chiedono sui redditi di impresa; credo che in effetti questa sia una delle priorità che il Governo deve fare sue. Le imprese del terziario chiedono che venga ridotta, o comunque non aumentata, l’Iva; e se si vogliono stimolare i consumi anche questo dovrebbe essere un obiettivo di primaria importanza. Poi c’è il pagamento dei debiti dello Stato verso le imprese, che l’Ue ha in buona parte sbloccato. Ma per lavoratori e imprese è urgente anche un intervento che riduca il diaframma tra domanda e offerta di manodopera: semplificazione della normativa e riduzione del cuneo previdenziale, avvio della sperimentazione di un rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato meno costoso e meno rigido.
Le sembra realistico che Bersani accetti nel proprio programma di governo di mettere mano alle protezioni del rapporto di lavoro? Negli otto punti si parla soltanto di riduzione del costo del lavoro stabile. 
Certo, qui c’è un grosso problema politico. Ma lo stesso Bersani dice che vuole rendere più conveniente per le imprese assumere con un contratto a tempo indeterminato rispetto al contratto a termine. Ora, per questo non basta ridurre di qualche punto percentuale la contribuzione previdenziale, ma occorre anche ridurre la rigidità del rapporto a tempo indeterminato. E questo è politicamente possibile solo offrendo come contropartita ai lavoratori che verranno assunti da qui in avanti una maggiore sicurezza economica e professionale nel passaggio dalla vecchia occupazione alla nuova. Questo scambio fra protezioni di tipo diverso dovrebbe e potrebbe costituire l’oggetto di una sperimentazione da avviare subito, insieme alla semplificazione legislativa e amministrativa. Anche perché in un momento di grave incertezza come l’attuale le imprese non sono disponibili per assumere a tempo indeterminato, con tutti i vincoli e i costi di separazione dal lavoratore che questo oggi comporta.
Una mossa a dir poco coraggiosa in questa fase.
Se non lo può fare, dica chiaramente che per la ripresa dobbiamo puntare sui contratti a termine e di lavoro a progetto. Non mi sembra una scelta molto “di sinistra”, ma tant’è: cerchiamo almeno di essere chiari su quello che possiamo e vogliamo fare; e di non prendere in giro la gente.



Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/ichino-bersani-parti-sociali#ixzz2ORhMYcna

Perfettamente d'accordo. Perché non ci mettiamo anche un miliardo e 850 milioni di distacchi sindacali che lo stato italiano paga ai sindacati della triplice? Magari li destiniamo ai giovani per aprire imprese? Cosa ne dice Signora Camusso?


LA PROPOSTA DELLA LEADER CGIL

Il piano Camusso: paghiamo in Bot
super stipendi e pensioni d'oro

Susanna Camusso a  Cernobbio (Ansa)Susanna Camusso a Cernobbio (Ansa)
CERNOBBIO (Como) - Davanti a microfoni e telecamere si attiene alla prevedibile ritualità: a Pierluigi Bersani «diremo che il Paese ha bisogno di risposte su redditi, lavoro, economia reale». Dietro, a riflettori lontani, Susanna Camusso prova a riempire di nuovi contenuti quello che altrimenti sarebbe il solito copione. Tanto per dare un assaggio: «Il senso del cambiamento può venire solo dagli investimenti. È chiaro che la prima cosa da fare è sbloccare i crediti delle aziende verso la pubblica amministrazione. Ma perché non si comincia anche a dire, per esempio: okay, da adesso in poi, oltre una certa somma, stipendi pubblici e pensioni d'oro si pagano in titoli di Stato?»
Cernobbio, Forum Confcommercio- Ambrosetti. Qualcuno prenderà per una provocazione un filo populista l'idea - non la sola - che la leader della Cgil racconta in un salottino di Villa d'Este. Qualcun altro, poiché siamo alla vigilia dell'incontro con le parti sociali, ci leggerà un assist agevolatore alla quasi impossibile missione bersaniana: far nascere un «governo amico» dopo i detestati esecutivi di centrodestra e l'altrettanto mitragliata compagine tecnica. E c'è certo pure questo nella posizione di Camusso, nessuno lo discute. Ma come aggiunge lei: «Ci siamo tutti un po' troppo abituati a parlare della polemica del giorno. Mai dei problemi concreti». Diamo per scontato di conoscerli. Non è così.
Esempi. Che la crisi sia sempre più dura lo sappiamo: che però «la drammatizzazione sociale» abbia raggiunto livelli «di disperazione» tali da spingere la Cgil a offrire persino «supporto psicologico a quanti tra noi passano otto, dieci ore ogni giorno a contatto con persone e tragedie cui non hanno più risposte da dare», lo rivela lei adesso.
Altrettanto «fuor di dubbio» è che «il nostro Paese sta tracollando». La novità è che il primo sindacato italiano, accanto ad analisi, accuse, richieste viste e sentite mille volte, sul piatto ora ha da mettere qualcosa di diverso.
Pensa, Camusso, agli eserciti in fila davanti ai patronati. Non sono tutti disoccupati. Ma anche «chi è in mobilità o in "cassa" in deroga spesso da mesi non vede neppure più quel reddito: finanziamenti bloccati. Chiedono a noi, e noi non sappiamo che dire. Non sappiamo cosa faranno, quando usciranno dai nostri uffici. Dove resta un senso di impotenza che ha ormai bisogno di supporto psicologico». Hanno già cominciato alla Cgil torinese, rivela. E il punto è: bisogna trasmetterla alla classe dirigente, quella «disperazione vera». Bisogna che sia la politica, a rispondere «anziché discutere solo di se stessa». Allora: «Pagare in Bot le pensioni d'oro non azzererà la disoccupazione, ma sarebbe un segnale». Piccolo, rispetto ai miliardi che il pubblico deve alle aziende. Però «tutto serve». E poi: «Non abbiamo grandi imprese pubbliche? Perché non cominciamo ad anticipare lì gli investimenti?». Chissà se basterà girarla a Bersani, la domanda.

Questi sono i veri problemi. Il problema del lavoro per i giovani e per le donne. Inizino i sindacati a dare l'esempio: rinuncino ai distacchi sindacali che costano al paese un miliardo e 850 milioni all'anno. Altro che finanziamento pubblico ai partiti.


Bocciata la riforma Fornero
dal 65% delle piccole imprese

Sondaggio Ispo-Confartigianato sugli effetti della legge. Via 1.641 posti al giorno. Addio assunzioni. Non si fanno più neanche i contratti atipici: meno 24% per parasubordinati e intermittentidi ROBERTO MANIA

SONO i numeri che parlano. E nessuno dice che la riforma Fornero abbia migliorato il mercato del lavoro. Illustrano il contrario: è cresciuta la disoccupazione (era al 10,6 % nel luglio del 2012, mese di entrata in vigore della legge, è ora all'11,7 % con un aumento più che doppio rispetto alla zona euro), si è ridotta l'occupazione (c'erano 23 milioni di occupati, ce ne sono 22,7, vuol dire 1.641 occupati in meno al giorno, un calo dell'1,3%, il peggior risultato degli ultimi nove anni), la precarietà è rimasta quel che era ma sempre più non c'è nemmeno il contratto atipico per sfuggire dalla disoccupazione. Trimestre dopo trimestre, gli obiettivi sembrano tutti lontani a parte qualche segnale di inversione di tendenza sul lavoro intermittente o a chiamata (job on call) e sui contratti per le partite iva.

Certo c'è la crisi, la più grave e più lunga recessione del dopoguerra. Ma se la riforma non è riuscita minimamente a frenare l'emorragia di posti di lavoro cominciata con il crac della Lehman Brothers vuol dire che qualcosa non ha funzionato. D'altra parte questa è una legge che - a parte il governo dei tecnici e poi la Lista di Monti - nessuno ha condiviso. Non le parti sociali, seppur, ma non sempre, per ragioni opposte; non i partiti o i movimenti politici (dal Pdl al M5S, passando per il Pd). 

LA BOCCIATURAL'ultima bocciatura arriva dalla Confartigianato che con l'istituto Ispo ha sondato (tra l'8 e il 12 marzo) un campione dei suoi iscritti. Bene, il 65 % ha dichiarato che la riforma ha avuto effetti negativi sull'occupazione e pure sulla crescita. Anche se poi alla richiesta di indicare i maggiori ostacoli alle assunzioni, il 46 % delle piccole imprese ha dato la colpa alla crisi, il 30 al fisco e solo l'8 % alle regole del mercato del lavoro e alla burocrazia. "Le nostre rilevazioni - ha dichiarato il presidente della Confartigianato, Giorgio Merletti - confermano quanto avevamo temuto e denunciato: la riforma Fornero ha frenato la propensione ad assumere e ad utilizzare contratti flessibili, ha aumentato il costo dell'apprendistato e dei contratti a tempo determinato, senza peraltro alcuna riduzione del costo del lavoro dei cosiddetti contratti standard. Inoltre la confusa formulazione delle norme su partite iva e associazioni in partecipazione, sta determinando un freno anche rispetto al lavoro autonomo genuino e, conseguentemente, al sistema produttivo. Ed ha ulteriormente complicato la normativa sul lavoro. Insomma, tutto il contrario rispetto a ciò che serve".

I JOB ON CALLLa riforma ha reso più gravoso e anche più oneroso il ricorso ai contratti a termine. Il 59 per cento degli artigiani intervistati dice che non rinnoverà i contratti in essere o che è ancora in dubbio su cosa fare. Per quanto l'unico mini-monitoraggio prodotto dall'Isfol per conto del ministero del Lavoro sostenga che l'incidenza degli avviamenti al lavoro con i contratti a tempo determinato è passata dal 63,1 % al 65,8 %, mentre scivola al 6,2 % (dall'8) la quota dei contratti a progetto. Ma la vera débacle si registra per i contratti a chiamata ribattezzati intermittenti: nel primo semestre di applicazione della riforma si sono ridotti del 37,4 % rispetto al secondo semestre del 2011. Crollano pure i contratti parasubordinati (le diverse tipologie di collaborazioni): - 15,3 %. In media entrambe le tipologie scendono del 24,4 %.

IL "TRAVASO"Ma che fine fanno i lavoratori? C'è stata una stabilizzazione dei contratti? In generale no, se si considera che anche le assunzioni di lavoratori dipendenti sono diminuite, nello stesso periodo, del 4,4 %. Un segnale interessante, tuttavia, arriva dal Veneto che, insieme all'Emilia Romagna, ha registrato dal 2008 in poi il maggior utilizzo dei contratti intermittenti. La riforma ha bloccato anche in quelle regioni il ricorso al job on call, secondo quanto riporta Bruno Anastasia in un articolo su lavoce. info. Ma nel 36 % dei casi si è avviato un nuovo rapporto di lavoro. Nel 48% dei casi a tempo indeterminato, nel 39% a tempo determinato. Nella maggior parte dei casi si tratti di rapporti part time.

LE PICCOLE IMPRESEC'è un ultimo dato che vale la pena considerare. E riguarda il fatto - come sostiene anche un'indagine degli industriali del Piemonte insieme ad Assolombarda - che l'impatto dalla riforma Fornero è molto maggiore nelle piccole imprese nelle quali il peso dei contratti flessibili può superare il 50-60 % dei dipendenti.

Questo é il marcio di Pavia. Peccato che a Voghera i giornalisti non siano così bravi come Givannetti. A Voghera non solo non cercano le notizie. Fanno di più. Quelle veramente importanti le nascondono. Ovviamente tutti tranne Roberto Lodogiani, il più grande giornalista dell'Oltrepò e ovviamente da straordinaria Direttrice della testata definita nei corridoi "la migliore".


È nata una Stella

Sulla lottizzazione abusiva Green Campus, finalmente registriamo la presa di posizione dell’Università. In un intervento dal quotidiano locale il rettore Angiolino Stella riferisce che quell’illecito (case vendute sul libero mercato invece che date in affitto a studenti) non avrebbe richiesto alcuna convenzione con l’Università. Non è dunque in discussione la lottizzazione abusiva (acclarata) né tanto meno la vendita indebita dei singoli appartamenti sul libero mercato immobiliare, altrettanto acclarata: il rettore Stella nega l’obbligo della convenzione, necessaria a suo dire solo «quando l’iniziativa riguardi attività produttive inserite nel Parco Tecnologico, solo allora la convenzione, oltre che con il Comune, dovrà essere perfezionata anche con l’Università o enti di ricerca pubblici».
Niente è più lontano dalla verità, come del resto rendicontano la replica dell’avvocato Franco Maurici, qui pubblicata, e una recente ordinanza del Tribunale pavese.
È pur vero che sul quotidiano locale – dal quale lo Stella ha ottenuto un giustificato risalto – nulla era apparso sulla fondamentaleordinanza del giudice Marcella Frangipani il 25 maggio 2012 (poiconfermata in appello il 19 ottobre 2012), così che al rettore risulta ancora ignota: nel respingere un ricorso di Green Campus, Frangipani scrive che «l’intervento edilizio in questione ricade nella zona destinata dal Prg a servizi per l’Università (U1), tra i quali sono previste anche le residenze universitarie»; e conferma che «la natura pubblica del servizio in questione comporta l’applicazione del comma 21 dell’art. 24 delle Norme tecniche di attuazione del Prg», e così conclude: «la qualificazione delle residenze universitarie come attrezzature di interesse generale discende dal comma 24 delle medesime norme tecniche. Ne deriva che, ai sensi del citato comma 21 l’intervento edilizio di cui si discute avrebbe dovuto essere preceduto da una convenzione con l’Università “regolante le modalità e le forme di utilizzazione del servizio”» poiché «una convenzione che disciplini il servizio è certamente elemento qualificante del tipo di intervento in questione, proprio per raggiungere lo scopo di destinare realmente le palazzine a residenze universitarie che, come tali e come avviene notoriamente in ogni struttura residenziale universitaria, italiana o estera, devono essere gestite da un ente che amministra gli affitti dei locali e cura i servizi comuni».
Nell’affermare quanto afferma, curiosamente il rettore manda in replica quanto da tempo vanno sostenendo i responsabili del grave reato: con gli altri, il collega prof. Gian Michele Calvi, i costruttori Alberto e Piero Damiani, il faccendiere geometra Arturo Marazza. Lorsignori sono tutti indagati dalla Procura per lottizzazione abusiva e violazione dei vincoli paesaggistici (il Marazza anche per associazione a delinquere).
Caro Rettore, una lettura attenta delle norme le avrebbe risparmiato di doversi specchiare in una tanto proba compagnia, così da non doversi rammaricare «per il rincorrersi di notizie poco fondate e per le relative conseguenze». (G. G.)

Green Campus, il Prg non richiede convenzioni con l’Università 
di Angiolino Stella *

Voglio contribuire a fare chiarezza sugli aspetti più delicati della vicenda Green Campus, con particolare riferimento a ciò che può riguardare l’Università di Pavia; naturalmente senza volere in alcun modo interferire con l’operato della magistratura. È stato affermato che – in base alla disciplina fissata dalle Norme tecniche di attuazione del Piano Regolatore Generale del 2003 del Comune di Pavia – fosse necessaria una convenzione con l’Ateneo per l’edificazione, in area a regime proprietario privato, di un immobile destinato a «residenza universitaria», e fosse obbligo dell’Università richiederla. Una lettura attenta delle norme tecniche di attuazione del Piano Regolatore Generale del Comune di Pavia del 2003 dimostra che in casi del genere non è richiesta alcuna convenzione con l’Ateneo. Infatti, sulla base della disciplina del Piano Regolatore, il privato che chiede il permesso di realizzare, su un’area privata, un intervento edilizio destinato a finalità pubblica deve contestualmente proporre e stipulare una convenzione con l’Amministrazione comunale. Solo quando l’iniziativa del privato sia destinata ad «attività di ricerca e sviluppo, nonché attività di produzione di servizi informatici e connesse alle biotecnologie, alle tecnologie dell’elettronica, della comunicazione e dell’informazione limitatamente alle aree disciplinate all’art. 24 comma 10 e denominate T1»(art. 2, co. 10), e cioè quando l’iniziativa riguardi attività produttive inserite nel Parco Tecnologico, solo allora la convenzione, oltre che con il Comune, dovrà essere perfezionata «anche con l’Università o enti di ricerca pubblici» e «dovrà riguardare anche collaborazioni nel campo della ricerca e della didattica» (art. 24, c. 21). La necessità del convenzionamento riguarda unicamente tale fattispecie ed è finalizzata a tutelare l’interesse dell’Amministrazione comunale a che non sia creata una «ordinaria» zona produttiva in alternativa o in aggiunta alle zone produttive individuate dagli ambiti territoriali del Piano regolatore; la necessità del convenzionamento non tocca dunque le attività «pertinenti e connesse» (secondo capoverso del co. 10 dell’art. 2) con l’attività istituzionale dell’Università e in special modo con le attività didattiche, quali sono le mense, le residenze universitarie, le foresterie, le attività museali, tutte «strettamente connesse all’attività universitaria». Nel formulare queste precisazioni, non posso non esprimere il rammarico dell’Università di Pavia e mio personale per il rincorrersi di notizie poco fondate e per le relative conseguenze. Ogni giorno l’Università di Pavia porta avanti con coerenza la propria mission: siamo luogo di elaborazione, trasmissione e apprendimento critico del sapere, capace di integrare organicamente ricerca e didattica, nel rispetto di una vocazione internazionale che continua a ricevere costanti e prestigiosi riconoscimenti. Da 652 anni. A questo patrimonio importantissimo il territorio, la comunità e i giovani devono guardare con fiducia e con orgoglio, soprattutto pensando al futuro.
* Rettore dell’Università di Pavia

La replica di Franco Maurici*

Nel 1968-69 l’arch. De Carlo per incarico dell’Università di Pavia elaborò un piano universitario che il Comune di Pavia approvò unitamente a una convenzione con l’Ateneo e fu poi recepito dal Prg di Pavia approvato dalla Giunta Regionale della Lombardia il 29 novembre 1977 e pubblicato sul BURL n. 5 il 1° febbraio 1978 (il cosiddetto Piano Astengo-Campos Venuti)
Nella Relazione di sintesi del PRG redatta dagli architetti Campos Venuti e Oliva si legge:
«Fra i grandi servizi pubblici a carattere urbano fanno spicco le previsioni per l’Università per la quale è stato redatto un apposito progetto e approvata una convenzione tra il Comune e le autorità accademiche: si prevede di aumentare e ristrutturare le sedi universitarie nel centro storico destinandole in prevalenza al settore umanistico, mentre quelle del settore scientifico dovrebbero trovare posto, insieme a numerosi servizi sociali e sportivi nella vastissima area del Cravino oltre il Policlinico sulla Bereguardina. Infine, l’università prevede di realizzare uno o più poli periferici che tenderanno a favorire una maggiore integrazione tra la città e l’Università».
Le aree destinate all’Università misurano 1.131.320 mq (126720 mq nel centro storico e 1.004.600 mq a Pavia Ovest) con uno standard di 11,1 mq / abitante (Campos Venuti-Oliva, Urbanistica alternativa a Pavia, Marsilio 1978).
Il piano fu poi recepito con alcune modifiche anche nel Prg di Pavia Gregotti-Cagnardi approvato dalla Giunta Regionale il 9 maggio 2003 e pubblicato sul BURL n. 47 il 19 novembre 2003.
Anche il Piano Gregotti mantenne la caratteristica innovativa del Piano universitario De Carlo, cioè la previsione di cinque poli sparsi nel territorio comunale per consentire l’integrazione tra Università e città e la diffusione della cultura nei quartieri popolari.
Però nel frattempo il costo dell’espropriazione era aumentato per effetto di alcune sentenze della Corte Costituzionale ed era divenuto pressoché insostenibile per gli enti locali.
Per ovviare a questa difficoltà il Piano Gregotti prevede due differenti modalità di intervento nelle aree con destinazione universitaria.
Per le attrezzature di interesse generale destinate ad attività universitarie contraddistinte con la sigla U1 (pubbliche in forza di espresso richiamo dell’art. 4 punto 5 D.M. 2 aprile1968 n. 1444 contenuto nell’art. 24 comma 10 Nta) «Gli interventi all’interno dell’area universitaria e ospedaliera pubblica devono essere ricompresi in un Piano Attuativo o Studio Unitario esteso all’intero ambito o porzione significativa dello stesso» (art. 24 co. 19 NTA).
Nelle aree private contraddistinte con la sigla “U” non gravate da svincolo preespropriativo «è ammesso l’intervento diretto del privato per la realizzazione di servizi pubblici […] solo previa redazione di specifica convenzione regolante le modalità e le forme di utilizzazione del servizio.
Con riferimento alle attività private ammesse dall’art. 2 co. 10 la convenzione stipulata anche con l’Università o Enti di ricerca pubblici dovrà riguardare anche collaborazioni nel campo della ricerca o della didattica» (art. 24 co. 21 Nta).
L’art. 2 co. 10 stabilisce le destinazioni universitarie. Nel primo capoverso sono indicate le destinazioni principali e prevalenti pubbliche: «Università. Centri di ricerca. Sedi universitarie, Istituti di ricerca scientifica, tecnologica e industriale ivi comprese le attività di ricerca e sviluppo» nonché altre destinazioni localizzabili solo nelle aree T1 indicate nell’art. 24 co. 10, che qui non interessano.
Nel secondo capoverso sono previste le funzioni complementari di supporto alle prime che possono essere ubicate anche su aree private a opera di privati: «Per Università e sedi universitarie sono ammesse destinazioni pertinenti e connesse con le attività didattiche ivi comprese mense, servizi alla persona, residenze universitarie, foresterie, attività museali strettamente connesse all’attività universitaria. Sono altresì ammesse residenze del custode».
La scheda specifica per l’Area Cravino U1 chiarisce che le «attrezzature sportive, ricettive, per servizi alla persona, museali e congressuali» sono «strettamente connesse con le destinazioni principali così come previsto dall’art. 24 co. 10».
Dunque anche il privato può realizzare le destinazioni universitarie in area privata ma previa convenzione con il Comune e l’Università di Pavia o con Ente di ricerca pubblico «regolante le modalità e le forme di utilizzazione del servizio».
Per conseguenza la convenzione per la realizzazione di residenze universitarie e foresterie deve essere stipulata dal soggetto attuatore con il Comune e l’Università di Pavia e deve regolare le modalità e le forme di utilizzazione del servizio, evitando che le unità immobiliari siano vendute sul libero mercato con l’assunzione di obblighi evanescenti, posto che in tal caso verrebbe meno facilmente la destinazione a residenza universitaria.
La convenzione trilaterale non va confusa con l’Atto d’obbligo annesso al permesso di costruire che può regolare solo l’intervento edilizio; mentre la convenzione deve regolare le modalità e le forme di utilizzazione del servizio nell’interesse preminente dell’Università di Pavia; deve quindi evitare la vendita frazionata delle residenze universitarie; prescriverne la tipologia, prevedere servizi comuni e sale per la biblioteca, per le riunioni anche pubbliche, regolare l’accesso al servizio ecc.
Una residenza universitaria ha necessariamente un modulo organizzativo centralizzato, cioè un unico gestore che affitta o assegna le camere o le unità immobiliari, provvede ai servizi comuni come pulizia, lavanderia ecc.
Dunque in caso di interventi di privati per la realizzazione di servizi pubblici complementari alle destinazioni principali solo la convenzione «anche con l’Università» può assicurare che il privato assuma impegni conformi alle destinazioni universitarie di supporto a quelle principali, nell’interesse, preminente dell’Università di Pavia proprietaria di gran parte delle aree del Cravino. Le norme qui illustrate sono state formulate da un grande maestro dell’urbanistica come Vittorio Gregotti, al quale è impensabile attribuire l’intenzione di consentire ai privati di eluderle.
Anche il Prof. Giuseppe Franco Ferrari consultato dal Comune di Pavia per le residenze universitarie di Punta Est, l’8 aprile 2011 ha affermato che la destinazione a residenze universitarie può ritenersi rispettata «solo a condizione che sussistano garanzie vincolanti per l’operatore e per i propri aventi causa che quanto verrebbe realizzato non venga in un secondo momento venduto sul mercato a titolo di edilizia libera».
Anche più chiaramente si è pronunziata la Giunta Comunale di Pavia che nella deliberazione 6 agosto 2009 n. 41 in merito alla bozza di atto d’obbligo riguardante l’intervento in questione afferma:
«Il soggetto attuatore si impegna a mantenere la destinazione d’uso delle unità abitative a residenza universitaria e pertanto ad affittare le unità immobiliari esclusivamente a studenti iscritti all’Università di Pavia, dello IUSS», ecc. Dunque, anche secondo la Giunta, il soggetto attuatore deve solo affittare.

* avvocato

Avevano detto che avrebbero preso 2500 euro. Favia lo aveva fatto. Loro sono arrivati e li hanno fatti diventare subito 5000. Iolanda Nanni la nostra dipendente alla Regione Lombardia non ha fatto obiezioni. E quando mai le capita di vincere una lotteria così. E non é finita con i privilegi. Questi grillini sono anche peggio degli altri partiti.


Se i 5 stelle assaporano i privilegi della Casta (e non vogliono rinunciarvi)

A quanto pare se dare o meno la fiducia ad un governo per cambiare l’immonda legge elettorale e magari approvare qualche punto del programma su cui converge anche un pezzo di PD, non è l’unico problema in casa 5 stelle.
Dopo le polemiche sul fascismo buono e le folkloristiche richieste di un governo monocolore 5 stelle,  il tutto condito dall’ignoranza dei deputati sul meccanismo della fiducia parlamentare, l’ennesima grana per i duri e i puri arriva sullo stipendio che incasseranno i futuri onorevoli.
Nel regolamento redatto prima del voto, infatti, sta scritto sì che gli onorevoli di stipendio base non possono prendere più di 2500 euro netti al mese (5000 lordi), ma sta anche scritto:
I parlamentari avranno comunque diritto a ogni altra voce di rimborso tra cui diaria a titolo di rimborso delle spese a Roma, rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, benefit per le spese di trasporto e di viaggio, somma forfettaria annua per spese telefoniche e trattamento pensionistico con sistema di calcolo contributivo.
Con questa piccola dicitura, l’incasso mensile di un parlamentare a 5 stelle si aggirerebbe comunque sopra gli 11mila euro. In breve, ai 2500 euro di stipendio base si aggiungerebbero:
  1. la diaria (3.503,11 euro al mese), ai quali vanno sottratti 206,5 euro per ogni giorno di assenza dai lavori parlamentari e 500 euro se le assenze superano una certa percentuale.
  2. i rimborsi spese per l’esercizio del mandato (3.690 euro al mese), il 50% per pagare i collaboratori, il 50% in maniera forfetaria.
  3. i rimborsi chilometrici, (3.995 euro ogni tre mesi se il deputato vive oltre i 100 chilometri da Roma), che fanno altri 1.331,7 euro al mese.
  4. i rimborsi per le spese telefoniche (3.098,74 euro annui), che fanno altri 258,6 euro al mese.
Il totale quindi diventa: 2.500 + 3.503 + 3.690 + 1.331,7 + 258,6 = 11.283,3 euro.
Che sommati ai bandi per i portaborse (fatti online, ma contateci, finiranno per essere i trombati e gli amici, come per la presenza in lista alle parlamentarie), hanno letteralmente fatto infuriare la base grillina e pure qualche deputato. Il capogruppo al Senato, Crimi, si è difeso dicendo: “Qui non è tutto facile come sembra.” Ma va? Benvenuto nella realpolitik.
Tra le voci critiche di alcuni neo-parlamentari (che vogliono una riduzione più ampia), alla riunione a Roma c’era anche chi però ai “privilegi della Casta” pare non voler rinunciare, sostenendo che “non bisogna fare i francescani“. E chi, invece, pensa di risolvere il problema “rendicontando tutte le spese online”, come se la documentazione dei “costi della politica” possa rabbonire gli infuriati cittadini che li hanno votati.
Dopo aver fomentato la rabbia contro la “politica”, ora Grillo ha una bella gatta da pelare: come giustificare gli 11mila euro di stipendio mensile dei suoi parlamentari, perfettamente in linea con quelli del PD (che per “contratto” versano al partito il 40% del loro stipendio)?
I cittadini li avete aizzati voi, ora provate a spiegargli che “qui non è tutto facile come sembra“. Auguri, ne avrete bisogno.

dipocheparole     venerdì 27 ottobre 2017 20:42  82 Facebook Twitter Google Filippo Nogarin indagato e...