venerdì 25 settembre 2015

L'Italia non é razzista e i nostri giovani migliori non lo saranno mai.

Lite e insulti razzisti su un tram, i passeggeri "cacciano" il razzista

L'episodio è avvenuto sul tram 9, che dalla stazione Centrale arriva a Porta Genova. Ad 'opporsi' sono un cinquantenne italiano contro un gruppetto di ragazzi africani
Stiben Mesa Paniagua 14 settembre 2015
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Immagine di repertorio
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Milano è una città razzista. Anzi no: Milano è una città tollerante. La verità, come spesso accade, sta proprio nel mezzo. In quel mezzo dove si incrociano le ragioni di chi è fermamente convinto che il 'diverso' rappresenti un pericolo per la propria identità, un impoverimento culturale, sociale ed economico. E di chi invece pensa che grazie a quel 'diverso' la propria realtà possa diventare migliore, più completa e ricca. Due facce di una stessa medaglia che episodicamente si incontrano e si scontrano, anche banalmente, come è accaduto venerdì 11 settembre, giorno della "Marcia degli uomini e delle donne scalze".
Sono le 20.30. A bordo del tram 9, che dalla stazione Centrale arriva a Porta Genova, c'è la solita calca di ragazzi con destinazione movida. Non solo. Ci sono tante persone dirette in Darsena per dire che stanno dalla parte di chi arriva in Europa 'tallonato' dalla guerra, 'inseguito' dalla scia di carestia che le bombe lasciano al loro passaggio.
Tra i passeggeri c'è anche un gruppetto di cinque ragazzi africani, probabilmente dell'Africa subsahariana. Uno di loro è seduto in uno dei due posti riservati agli anziani, alle neomamme e alle donne incinta. Di fronte a lui, nell'altro sedile riservato, c'è un cittadino italiano sulla cinquantina. Tra i due, che fino a pochi istanti prima viaggiavano nell'indifferenza più totale, scoppia una lite quando, ad altezza di Porta Romana, sale sul tram una donna col marito ed una bambina.
A raccontare a MilanoToday il momento di tensione, sono Luciano Marletta e Chiara Ditta, due giovani italiani 'addottati' dalla città meneghina: "Quando è salita la famigliola, il signore seduto nell'area riservata - raccontano i testimoni - ha cercato di offrire il posto alla donna con la bambina mentre il giovane straniero, visto che la mamma e la piccola avevano rifiutato e si erano sedute nei posti liberi, è rimasto seduto". Tanto è bastato all'uomo per scagliarsi contro il ragazzo con insulti di ogni tipo, perlopiù legati al suo colore di pelle. "Questo - spiegano - nonostante la stessa donna avesse scelto di sedersi un po' più avanti. Era evidente che fosse solo una scusa per discutere". 
Gli animi si riscaldano ulteriormente quando, dopo l'ennesimo insulto ingiustificato, lo straniero risponde a tono. Per l'uomo è la fine perché "un nero non può dire vaff... ad un italiano in Italia", secondo le sue stesse parole. Il ragazzo ribatte invitandolo a chiamare la polizia: "Se vuoi chiama. Io sono come te. Se tu mi insulti, io mi difendo al di là della tua nazionalità". A quel punto, gli altri passeggeri cercano di calmare gli animi prendendo le difese del ragazzo e dei suoi amici. Il cinquantenne, su tutte le furie, va dal macchinista e fa bloccare il tram perché si deve chiamare il 112 e continua ad urlare e ad insultare i cinque: "Io sono un giornalista, io li rovino a questi (aggiungendo appellattivi ed insulti razziali)".
Mentre il tram è fermo, e l'italiano continua ad offrire il peggio di sé, molti passeggeri chiedono esplicitamente al macchinista di far riaprtire il tram: "Dobbiamo andare in Darsena per manifestare contro questo tipo di razzismo". Il dipendente Atm spiega all'uomo che se vuole chiamare la polizia lo deve fare da solo. Allora il presunto giornalista, dopo l'ennesimo sgradevole insulto, decide di scendere. "E automaticamente - secondo il racconto dei due passeggeri - scoppia un flagoroso applauso sul tram". Tutti, italiani e non, hanno esultato contro il razzista e contro il razzismo perché Milano, nonostante alcuni, è una città che accoglie e protegge.

Non sentivo parole così profonde da secoli.

Il Papa sveglia le Nazioni Unite. Cosa fanno per i Paesi poveri? E per l’ambiente? Bergoglio al Palazzo di vetro svela quello che nessuno dice: se resta così l’Onu non serve a niente

  
dalla Redazione
Mondo
Udienza generale di Papa Francesco
Non finisce di sorprendere Papa Bergoglio. Ricevuto all’Onu dal segretario delle Nazioni Unite, Ban ki-Moon, il Papa ha lanciato una nuova provocazione: la riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. “La riforma e l’adattamento ai tempi sono sempre necessari, progredendo verso l’obiettivo finale di concedere a tutti i Paesi, senza eccezione, una partecipazione e un’incidenza reale ed equa nelle decisioni”, ha affermato Francesco, “L’esperienza di questi 70 anni, al di là di tutto quanto è stato conseguito , dimostra che la riforma e l’adattamento ai tempi sono sempre necessari, progredendo verso l’obiettivo finale di concedere a tutti i Paesi, senza eccezione, una partecipazione e un’incidenza reale ed equa nelle decisioni. Questo aiuterà a limitare qualsiasi sorta di abuso o usura specialmente nei confronti dei Paesi in via di sviluppo. Gli organismi finanziari internazionali devono vigilare in ordine allo sviluppo sostenibile dei Paesi e per evitare l’asfissiante sottomissione di tali Paesi a sistemi creditizi che, ben lungi dal promuovere il progresso, sottomettono le popolazioni a meccanismi di maggiore povertà, esclusione e dipendenza”. Dalla protezione dell’ambiente alla fine dell’esclusione sociale il Papa si è concentrato su due settori, a detta di Sua Santità, “intimamente uniti tra loro”, che la politica e l’economia “hanno trasformato in parti fragili della realtà”. Per questo, “è necessario affermare con forza i loro diritti, consolidando la protezione dell’ambiente e ponendo termine all’esclusione”. Il Papa ha poi invitato i governanti a fare il possibile perché tutti possano avere a disposizione la base minima materiale e spirituale per rendere effettiva la loro dignità e formare una famiglia.

In questa poesia trovata in Facebook c'è tutto il mio pensiero.


Sogno
a mo di poesia
Era scritto sui muri del mondo, l'ho visto!
S'è ebreo il tuo Cristo
S'è greca la tua democrazia
Se tuo bisnonno ha lavorato in Algeria
Se le tue cifre sono arabe, il tuo scritto latino
s'è brasigliano il tuo caffè del mattino
se il tuo cellulare è giapponese
la tua auto è tedesca o francese
se la seta della tua camicia è indiana
se la donna che pulisce le tue scale è nigeriana
la badante al pian di sotto rumena
Se la tua dentista è slovena
se il tuo linguaggio commerciale è americano
e il tuo insegnante di danza cubano
Se il tuo cane è un pastore inglese
se il tuo riso è cinese
se sono africane
le tue banane
Se i ristoranti orientali sono una tua mania
se la tua lucciola preferita vien dall'Albania
Se le tue ferie sono marocchine
e le tue spezie tunisine
Se il tuo spinello è libanese
e il tuo whisky, torbato, scozzese
Se il tuo jazz è nero
se solo qualcosa di tutto ciò è vero
e chiami straniero il tuo vicino
allora sei tu il clandestino.

Riceviamo e pubblichiamo.

John Boehner, l’uomo del giorno

di Francesco Costa – @francescocosta

Il politico statunitense che si è commosso accogliendo il Papa al Congresso si dimetterà il mese prossimo, a sorpresa, dopo anni di liti con un pezzo del suo partito

Pope Francis Addresses Joint Meeting Of U.S. Congress
 John Boehner. (Win McNamee/Getty Images)
Il politico statunitense John Boehner, uno dei principali dirigenti del Partito Repubblicano, lascerà alla fine di ottobre l’incarico di presidente della Camera dei Rappresentanti (il cosiddetto speaker), uno dei due rami del Congresso. Boehner era diventato speaker all’inizio del 2011, dopo la larga vittoria ottenuta dai Repubblicani alle elezioni di metà mandato del 2010: in questi cinque anni da speaker è stato di fatto la controparte legislativa di Barack Obama in quello che gli americani chiamano divided government, cioè quella situazione – piuttosto comune nella politica americana – in cui il partito di maggioranza al Congresso non è lo stesso di cui fa parte il presidente. Boehner fa parte del Congresso dal 1991 e da allora ogni due anni è stato rieletto nel suo collegio in Ohio.
Per una singolare circostanza, già prima che iniziasse a girare la notizia della sua decisione, oggi Boehner era sui siti di news di mezzo mondo: e questo perché giovedì 24 settembre, nelle sue funzioni di speaker della Camera, ha accolto al Congresso il Papa e – come gli succede spesso – si è commosso.
Boehner ha da sempre le lacrime facili. Ha pianto alla Camera alla fine del 2008, durante il discorso con cui difese la necessità di approvare il bailout, il piano di salvataggio delle banche; ha pianto durante un discorso col quale accusava i Democratici di voler abbandonare i soldati statunitensi impegnati in Iraq; ha pianto quando Julia Gillard, allora primo ministro australiano, rese omaggio ai pompieri morti l’11 settembre 2001 durante un discorso al Congresso, e tante altre volte ancora. Finché Ted Kennedy era vivo, ogni anno organizzava con lui una cena di raccolta fondi per le malridotte scuole cattoliche del paese, e ogni anno piangeva.
Questa cosa delle lacrime ha sempre dato un po’ di originalità al suo personaggio, che altrimenti si potrebbe descrivere come il cliché del Repubblicano statunitense che si-è-fatto-da-solo. Famiglia operaia, undicesimo di dodici fratelli e sorelle, iniziò a fare politica dal nulla dopo un’esperienza da piccolo imprenditore, ottenendo da subito un certo successo. Arrivò al Congresso nel 1990, dopo aver guidato un’associazione di imprenditori ed essere stato eletto deputato del Congresso locale dell’Ohio, e siccome era uno dei giovani parlamentari più promettenti l’allora speaker, Newt Gingrich, lo prese sotto la sua ala e lo introdusse ai dirigenti del partito, ai finanziatori e ai lobbisti. Boehner negli anni fece carriera, anche grazie alle sue idee molto di destra.
Boehner è diventato speaker della Camera nel 2010, sostituendo la Democratica Nancy Pelosi, dopo le elezioni di metà mandato con cui i Repubblicani tolsero la maggioranza ai Democratici spinti dall’entusiasmo dei cosiddetti “tea party”, una corrente organizzata e particolarmente estremista del Partito Repubblicano. Boehner aveva assunto l’incarico in nome innanzitutto della sua esperienza al Congresso, ma anche perché sembrava avere il profilo ideale: era indubbiamente un uomo dell’establishment, ma si pensava che le sue idee radicali e “reaganiane” gli avrebbero permesso di costruire un dialogo proficuo con i molti neo-eletti deputati vicini ai “tea party”. In realtà quel rapporto non ha mai funzionato davvero: tantissime volte Boehner si è trovato nella posizione di dover mediare tra i più moderati e i più estremisti del suo partito, finendone malsopportato da entrambi. In molti hanno indicato le sue difficoltà di questi anni come una delle conseguenza del radicale slittamento a destra del Partito Repubblicano.
Per farsi un’idea: un deputato Repubblicano del Kansas ha detto che le sue dimissioni sono «una vittoria per il popolo americano»; quella che segue, invece, è stata la reazione di una convention di elettori conservatori quando Marco Rubio ha annunciato le dimissioni di Boehner.
Proprio in questi giorni Boehner si trova immerso in una situazione del genere: i Repubblicani più estremisti vogliono fermare alla Camera la legge sul budget pur di tagliare i fondi a Planned Parenthood, un’organizzazione non profit che fornisce servizi sanitari alle donne (tra cui le interruzioni volontarie di gravidanza) e che è stata accusata di vendere o donare i feti o i loro organi a società che fanno ricerca scientifica e medica. Boehner si è detto favorevole a tagliare i fondi per Planned Parenthood, ma i Repubblicani al Congresso non possono farlo da soli perché i regolamenti parlamentari permettono ai Democratici di fare ostruzionismo al Senato (inoltre Obama ha già detto che metterebbe il veto su una legge che tagliasse i fondi). I Repubblicani più estremisti si stanno organizzando allora per arrivare a un nuovo “shut down” del governo statunitense, dopo quello del 2013: il blocco di tutte le attività non essenziali del governo ottenuto ritardando l’approvazione del budget.
Boehner è contrario a una soluzione così radicale e in questi giorni ha avuto ancora l’ingrato compito di spiegare ai suoi compagni di partito che con un divided government non possono ottenere tutto quello che vogliono: le trattative però non hanno portato da nessuna parte, tanto che 30 deputati Repubblicani hanno minacciato di indire un voto di sfiducia nei suoi confronti. Prima di dimettersi, insomma, Boehner rischiava di dover scegliere tra diventare l’unico speaker della Camera sfiduciato a metà mandato dai suoi compagni di partito oppure restare speaker solo grazie al sostegno (eventuale) di una manciata di deputati Democratici.
Stando a quanto si legge sui giornali statunitensi, le dimissioni di Boehner hanno convinto i Repubblicani a rinviare la battaglia politica su Planned Parenthood e approvare la legge di bilancio: non è chiaro se sia stato un vero e proprio scambio – la testa di Boehner pur di evitare lo shut down – ma di fatto è quello che molto probabilmente succederà. Uno shut down del governo avrebbe rischiato di danneggiare soprattutto i Repubblicani, che sono impegnati da mesi nella campagna elettorale con cui sperano di tornare alla Casa Bianca. Il politico favorito per succedere a Boehner è Kevin McCarthy, deputato della California eletto per la prima volta nel 2006: si troverà ad affrontare gli stessi problemi di Boehner, ma con un bel po’ di esperienza e talento in meno.

Riceviamo e pubblichiamo.

Lorena La Spina: "Io, rappresentante della polizia, avrei fatto come Patrizia Aldrovandi per cercare la verità"

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LORENALASPINA
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A dieci anni esatti dalla morte di Federico Aldrovandi durante un controllo di polizia, la famiglia del ragazzo incontrerà per la prima volta dei rappresentanti sindacali delle forze dell'ordine. L'occasione è un dibattito pubblico a Ferrara, dove il 25 e il 26 settembre l'associazione che porta il nome del ragazzo ha organizzato eventi musicali e iniziative per ricordarlo.
Per Patrizia Moretti, la mamma di Federico, sarà anche un modo per chiudere definitivamente il sipario su una delle vicende di cronaca che hanno maggiormente segnato l'Italia negli ultimi anni. A luglio, d'accordo con il marito Lino, ha ritirato le querele nei confronti del Coisp, di Carlo Giovanardi - che disse "non è sangue ma un cuscino rosso" riferendosi alla foto del diciottenne massacrato - e dell'agente Pietro Forlani, uno degli agenti incriminati che scrisse di Federico "è un cucciolo di maiale". 
"Penso sia un buon segnale che la signora Moretti abbia deciso di coinvolgerci in questa manifestazione. Forse stiamo per chiudere un cerchio", dichiara all'HuffPost Lorena La Spina, segretario nazionale dell'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia (Anfp). ""Come mamma, avrei compiuto lo stesso percorso per cercare la verità e ottenere giustizia sulla morte di un figlio. Sento grande solidarietà ed empatia per una tragedia così enorme e perciò mi auguro che l'incontro sarà costruttivo".
La Spina è consapevole che la richiesta dei famigliari di Federico - togliere la divisa ai quattro agenti condannati per la sua morte - rimarrà inascoltata: "Il regolamento di polizia è una legge e come tale va rispettata. Per l'omicidio colposo non è prevista la destituzione ma è stato deciso di far lavorare questi poliziotti in ufficio. Mi rendo conto che non è abbastanza ma questo è quello che prevede il codice disciplinare".
"Si tratta di persone che hanno errato nell'uso dei mezzi di contenimento ma non volevano uccidere Federico", aggiunge La Spina. "La prima colpa è quella di non aver deciso un approccio di dialogo e di tipo medico ma di aver scelto l'approccio contenitivo e repressivo. A ciò si aggiungono, sulla base delle sentenze, ulteriori profili di colpa, come quello di aver mantenuto Federico in posizione prona per un tempo eccessivo. Purtroppo va comunque considerato che i contesti operativi sono spesso assai difficili da gestire e rischiosi anche per gli stessi operatori.”
La rappresentante dell'Anfp, negli anni, ha sempre giudicato sbagliate le esternazioni di alcuni sindacati di polizia come il Sap o il Coisp, e ha spesso ripetuto di non aver apprezzato gli applausi dei colleghi agli agenti condannati durante un convegno del Sap, o le pesantissime offese rivolte agli Aldrovandi anche dai poliziotti responsabili della morte di Federico: "Il mondo sindacale è variopinto, io cerco di confrontarmi con episodi dolorosi e la vicenda di Federico è dolorosa anche per la polizia, perché chi entra in contatto con le forze dell'ordine deve essere sicuro che la sua integrità sia rispettata, così come siano rispettati i suoi diritti". 
Ecco perché La Spina trova "suggestiva ma non reale" la frase che oggi Cecilia Strada ha consegnato a Facebook per ricordare quel 25 settembre del 2005: "Non riesco a dormire se penso che possa succedere a mio figlio": "Se si incrina la fiducia nelle forze di polizia entra in crisi un settore strategico della collettività e cioè la sicurezza. Va, inoltre, considerato che gestiamo ogni anno centinaia di migliaia di interventi operativi, in maniera professionale e senza incidenti. Una delle priorità - come anche il tragico epilogo della vicenda di Federico dimostra - è senz’altro costituita dalla necessità che l’aggiornamento e l’addestramento professionale siano adeguati e ripetuti nel tempo: per questo servono maggiori risorse.”
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Federico Aldrovandi
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Ansa

Nella terra dei liberi.

«Io migrante nella terra dei liberi», così papa Francesco conquista gli Usa

La visita di Bergoglio al congresso americano segna una nuova epoca: il cristianesimo sta cambiando continente
Mark Wilson/Getty Images

Mark Wilson/Getty Images

   
«Grazie per l'invito che mi avete fatto a venire qui, nella terra dei liberi, nella casa dei valorosi». Papa Francesco ha iniziato così il suo discorso davanti all'assemblea plenaria del Congresso degli Stati Uniti, che per la prima volta accoglieva un capo della Chiesa di Roma. Bergoglio con il suo discorso, con i suoi modi informali, ha indubbiamente conquistato la politica e l'opinione pubblica d'Oltreoceano al di là dei tanti temi critici posti, delle questioni affrontate che spesso dividono democratici e repubblicani e sono fonte di un serrato dibattito nel Paese. Francesco infatti non ha rinunciato a toccare diversi temi caldi:dalla richiesta di abolire la pena di morte all'accoglienza dei migranti, dai limiti da porre a un sistema economico che “scarta” le persone, alla riduzione degli armamenti.
Ma al di là di tutto questo, che pure ha il suo peso, il fatto nuovo è stato che un Papa originario delle Americhe incontrava i più alti rappresentanti del popolo degli Stati Uniti. Nella visione concreta di questo momento, allora, si poteva cogliere il senso di una svolta, di un cambiamento che riguarda la Chiesa, ma più in generale sembra far parte di un mutamento d'epoca. Se la fine dell'egemonia europea in campo economico e culturale in buona parte era infatti già avvenuta, ora anche il cristianesimo cambia continente, muovendo il suo corso dove la tradizione religiosa, cattolica e protestante, ha ancora linfa vitale nonostante i segnali critici, gli scandali. D'altro canto la Chiesa è cambiata anche negli States dove il numero dei cattolici di origine latinoamericana continua a crescere e parallelamente la vecchia struttura sociale cattolica si sta logorando: così i nuovi arrivati, quei migranti appunto di cui parla sempre il papa, stanno rinnovando anche il cattolicesimo.
Francesco ha chiesto poi ai politici e al popolo degli Stati Uniti, di modificare quello che potremmo definire il loro approccio ai problemi del mondo, mettendo da parte una volta per tutte la logica di una contrapposizione faziosa in cui esistono solo “buoni” e “cattivi”: «C’è una tentazione da cui dobbiamo guardarci – ha affermato Francesco - il semplicistico riduzionismo che vede solo bene o male, o, se preferite, giusti e peccatori». E ancora: «Il mondo contemporaneo – ha aggiunto - con le sue ferite aperte che toccano tanti dei nostri fratelli e sorelle, richiede che affrontiamo ogni forma di polarizzazione che potrebbe dividerlo tra questi due campi. Sappiamo che nel tentativo di essere liberati dal nemico esterno, possiamo essere tentati di alimentare il nemico interno. Imitare l’odio e la violenza dei tiranni e degli assassini è il modo migliore di prendere il loro posto. Questo è qualcosa che voi, come popolo, rifiutate».
Per tale ragione «le sfide che oggi affrontiamo, richiedono un rinnovamento di questo spirito di collaborazione, che ha procurato tanto bene nella storia degli Stati Uniti. La complessità, la gravità e l’urgenza di queste sfide esigono che noi impieghiamo le nostre risorse e i nostri talenti, e che ci decidiamo a sostenerci vicendevolmente, con rispetto per le nostre differenze e per le nostre convinzioni di coscienza». In tal modo papa Francesco ha indicato all'America un cambio di paradigma fondamentale della sua storia: non essere più la superpotenza che amministra senza appello la giustizia nel mondo, ma un grande paese in grado di collaborare con altre nazioni e popoli per affrontare le crisi di quest'epoca.
Francesco ha poi toccato il tema dei migranti, facendo però – e questo è stato davvero un passaggio decisivo del suo intervento – riferimento alla storia americana e alla sua personale vicenda umana: «Noi, gente di questo continente – ha detto - non abbiamo paura degli stranieri, perché molti di noi una volta erano stranieri. Vi dico questo come figlio di immigrati, sapendo che anche tanti di voi sono discendenti di immigrati».. Quindi ha aggiunto: «Tragicamente, i diritti di quelli che erano qui molto prima di noi non sono stati sempre rispettati. Per quei popoli e le loro nazioni, dal cuore della democrazia americana, desidero riaffermare la mia più profonda stima e considerazione».
«Quei primi contatti – ha ricordato il papa riferendosi ai nativi americani - sono stati spesso turbolenti e violenti, ma è difficile giudicare il passato con i criteri del presente. Tuttavia, quando lo straniero in mezzo a noi ci interpella, non dobbiamo ripetere i peccati e gli errori del passato». Il grande dramma migratorio dal sud al nord America, la questione dei profughi in Europa, sono tornati più volte nell'intervento del papa che però, questa volta, ha affrontato il tema a partire dalla stessa nascita dell'America moderna, con le sue sofferenze e con i flussi umani provenienti da ogni parte del mondo che ne hanno caratterizzato in modo indelebile la storia.
Infine non si può tralasciare il richiamo ai “fantastici quattro”, indicati dal papa quali esempi e modelli della storia americana: Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Thomas Merton. Un quartetto certamente non comune, in cui i primi due sono più noti, mentre Day e Merton rappresentano l'espressione di un cattolicesimo fortemente impegnato nel sociale, in favore dei poveri, nelle cause per la giustizia, contro ogni guerra e per i diritti civili. Queste, forse, anche le priorità indicate dal papa ai cattolici americani ai quali pure rivolgerà parole importanti fa un paio di giorni, a Filadelfia, per l'Incontro mondiale delle famiglie.

dipocheparole     venerdì 27 ottobre 2017 20:42  82 Facebook Twitter Google Filippo Nogarin indagato e...