domenica 6 dicembre 2015

Questi sono i giovani che secondo Salvini vanno all'estero perché hanno poco coraggio. Il poco coraggio lo hanno "i giovani leghisti " come Salvini che sono rimasti in Italia e hanno vissuto gli ultimi venti anni campando di politica. Ha proprio ragione Travaglio quando definisce Salvini il politico più vecchio d'Italia. Il più vecchio e anche quello che non ha mai fatto un giorno di lavoro in una di quelle aziende lombarde che lui si illude di rappresentare.

Coppia di ingegneri in Danimarca. “In Italia 10 ore al giorno di lavoro. Che qualità di vita è?”

<  2/6  >
Cervelli in fuga
Arianna Taormina, 26enne marchigiana, lavora a un progetto internazionale di un reattore, mentre suo marito, Gabriele Salcuni, ha da poco terminato un master in wind energy e in attesa di trovare lavoro riceve 1300 euro dallo Stato. Vivono insieme a Copenhagen. E ora possono pensare a costruire la loro famiglia
Il cibo e il clima danesi non sono considerati tra i migliori del mondo, ma sono due aspetti della vita con cui Arianna Taormina, 26enne marchigiana, ha dovuto imparare a convivere. Da due anni il suo mondo si è spostato alle porte del mar Baltico, ed oggi collabora alla creazione di un sistema di diagnostica per un progetto internazionale di un reattore sperimentale in Francia (ITER) per la Danmark Tekniske Universitet. Suo marito, Gabriele Salcuni, di Monza, dopo un master biennale nella stessa università è diventato un wind engineer: ora è alla ricerca della sua futura occupazione. In questo periodo post laurea lo Stato lo sostiene. “Ricevo 1300 euro mensili finché non troverò un lavoro – spiega –. Con i dovuti accorgimenti bastano, anche se qui il costo della vita è maggiore rispetto l’Italia”. Lo Stato danese sa come trattenere i suoi investimenti. Questa estate si sono sposati a pochi chilometri da Copenaghen, con la ferma convinzione che qui creeranno la loro famiglia.
Pubblicità
Tutto parte da Milano. Qui Arianna, terminata la triennale al Politecnico – dove ha conosciuto Gabriele – decide di seguire delle lezioni di wind energy in Olanda, alla TU Delft: “Lì ho aperto gli occhi sulle possibilità che c’erano all’estero”. Così, dopo il ritorno in Italia, inizia a parlarne agli ex colleghi e a Gabriele, che nel frattempo ha iniziato la magistrale. “Nel mio corso solo un esame da 8 crediti riguardava l’energia rinnovabile e c’erano pochi laboratori o corsi pratici. Basti pensare che al Politecnico la galleria del vento è quasi inaccessibile agli studenti”. Il nodo delle specializzazioni in Italia è noto: troppa teoria e corsi fotocopia dei tre anni precedenti. Così Gabriele decide di fare domanda in Europa e viene preso per la specializzazione in Danimarca. Arianna lo raggiungerà pochi mesi dopo. “Qui l’istruzione è gratuita – continua il ragazzo – e viene data grande attenzione alla pratica. Ogni settimana dovevamo consegnare un elaborato, ciò rende lo studiomolto più attivo”. Gli orari sono fissi: dalle 8 alle 12, dalle 13 alle 17. “Gli studenti sono messi in condizione di seguire i corsi anche lavorando part-time”, spiega Gabriele.
La differenza non è limitata all’ambiente universitario. Arianna a Milano trova lavoro in una compagnia di energy consulting. “Avevo un lavoro da curriculum a pochi mesi dalla laurea e potevo mantenermi, stringendo molto la cinghia, ma gli orari erano insostenibili – racconta – e avevo tre ore al giorno di straordinario non pagate”. L’azienda aveva messo in chiaro le cose: niente lavoro oltre le otto ore, niente rinnovo del contratto. “Mi facevano capire che ‘è pieno di gente che vorrebbe stare qui e bisogna meritarselo'”. In Italia non importava se riusciva a concludere il lavoro nell’arco di tempo necessario, perché doveva comunque lavorare di più. “Qui in Danimarca ho totale flessibilità sugli orari, 37 ore settimanali, ad eccezione degli impegni con i colleghi, e posso entrare ed uscire quando voglio”. Durante il colloquio le hanno detto: “The only thing that matters is that you get your work done. How it is up to you”. Un altro aspetto da non sottovalutare: la famiglia. “Con il mio stipendio posso fare progetti e mettere qualche soldo da parte, cosa avrei fatto in Italia con 850 euro mensili? E la maternità? Che qualità della vita è lavorare 10 ore al giorno con poche prospettive di avanzamento?”. E conclude: “Qui cibo e clima fanno schifo? Amen!”.
di Marco Vesperini

Un articolo da leggere per comprendere come l'Italia affonderà.

“Nessuno in Italia pensa al futuro, tra 40 anni sarà un disastro”

Parla Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica di Milano: «La politica pensa all’immediato. E i giovani hanno sospeso il giudizio sul futuro. La popolazione inattiva aumenta, mentre la fascia più produttiva si riduce»

(Getty Images/Ethan Miller)

5 Dicembre 2015 - 08:15
11591
Pensare al futuro non è lo sport più amato dagli italiani. Siamo puntualmente travolti dalle “emergenze”, dall’immigrazione al dissesto idrogeologico alla precarietà. Che vuol dire che non siamo in grado (o non vogliamo) prevederle, anche quando i sintomi sono sotto gli occhi di tutti. Ogni annuncio o decisione sono fatti per avere effetti elettorali immediati. Qui e ora. Che ce ne frega dell’Italia tra dieci anni. Altrimenti non si spiegherebbe perché diamo 500 euro ora a una mandria di 18enni, dei quali quattro su dieci non troveranno un lavoro.
Guardare le dinamiche demografiche in corso, però, aiuta a capire dove stiamo andando. E l’immagine dell’Italia che ci arriva dal futuro è quella di un Paese dominato dai capelli grigi. Entro il 2030 ci sarà una regione in più, grande quanto la Toscana, composta solo da over 65. Che saranno ancora al lavoro, mentre i 40enni manderanno ancora curriculum. «La popolazione italiana diventa anziana. E anche l’immigrazione, che finora ha in parte bilanciato l’invecchiamento, va via via diminuendo per via della crisi economica», dice Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica di Milano. «Qui nessuno pensa al futuro. Non ci pensano i politici, e i giovani per forza di cose hanno sospeso il giudizio. Ma tra quarant’anni sarà un disastro».
L’immagine dell’Italia che ci arriva dal futuro è quella di un Paese dominato dai capelli grigi. Entro il 2030 ci sarà una regione in più, grande quanto la Toscana, composta solo da over 65
Professore, quali sono le principali tendenze demografiche in corso in Italia?
La popolazione italiana invecchia. Questo è il frutto di due fattori. Da un lato, viviamo sempre più a lungo: insieme al Giappone siamo tra i più longevi al mondo. Dall’altro, assistiamo a un declino costante delle nascite (1,39 bambini per donna nel 2014, ndr).
E in Europa?
Nel panorama europeo siamo i più vecchi insieme alla Germania. I Paesi più giovani sono quelli scandinavi e la Francia, dove la fecondità è vicina ai due figli. Questo significa che c’è un equilibrio generazionale: due figli ogni due genitori. In Italia invece si fa meno di un figlio e mezzo. Così la popolazione tende non solo a ridursi, ma soprattutto a sbilanciarsi sui più vecchi, che per giunta vivono più a lungo.
Hsbc Business Insider

Mappa creata da Hsbc e pubblicata da “Business Insider” 

Perché invecchiano tanto anche in Germania, dove stanno meglio di noi?
Il numero di figli desiderato in Italia è elevato. Si vorrebbero avere due figli o più, ma poi ci si accontenta di averne uno o nessuno perché si riesce a costruire una famiglia troppo tardi, o perché ci si stabilizza con il lavoro troppo avanti con l’età. In Germania, al contrario, non si fanno figli perché sono poco interessati a farli, non c’è un alto numero di figli desiderati. Ma ora anche in Germania ci si sta accorgendo della pericolosità dell’invecchiamento della popolazione. Da un lato si sta puntando sulla immigrazione di qualità, non solo aprendo ai rifugiati ma anche attraendo talenti da ogni parte del mondo. Inclusi quelli italiani. E poi si stanno creando maggiori servizi per la famiglia e la conciliazione tra vita privata e lavoro per incentivare le nuove nascite.
In Germania ci si sta accorgendo della pericolosità dell’invecchiamento della popolazione. Da un lato si sta puntando sulla immigrazione di qualità, attraendo talenti da ogni parte del mondo. E poi si stanno creando maggiori servizi per la famiglia e la conciliazione tra vita privata e lavoro per incentivare le nuove nascite
E in Italia stiamo pensando a come far fronte all’invecchiamento della popolazione?
L’unica cosa che abbiamo fatto in Italia è stato far andare le persone in pensione più tardi, senza pensare a diversi ruoli per i lavoratori anziani in azienda. Li abbiamo lasciati lì dove sono, senza alcuna forma di age management, senza investire nella produttività. Il risultato è che aumenta la popolazione in età lavorativa over 50 nei luoghi di lavoro, mentre mancano i 30-40enni più produttivi. In questa fascia l’occupazione cresce pochissimo.
Millennial2

(Getty Images/Jim Dyson)

Questo cosa comporterà?
Aumenterà la popolazione inattiva, i giovani saranno sempre meno. Negli Stati Uniti i millennial sono una delle generazioni più consistenti, quindi hanno un peso politico ed elettorale. In Italia i giovani sono pochi, quindi non hanno peso elettorale. Di conseguenza non ci sono politiche forti che siano indirizzate a loro. Se ci sono meno politiche giovanili e più politiche rivolte agli anziani, ci sarà meno innovazione e minori investimenti per contare nel sistema produttivo alla pari con altri Paesi. Questo genererà un impoverimento del Paese, producendo grossi sprechi nella fascia più produttiva della società. Non a caso abbiamo il numero di Neet più alto d’Europa: 2,4 milioni. E il 47% dei giovani dichiara di fare un lavoro per il quale servirebbe un titolo di studio più basso. Meno forza lavoro produttiva significa meno crescita.
Negli Stati Uniti i millennial sono una delle generazioni più consistenti, quindi hanno un peso politico ed elettorale. In Italia i giovani sono pochi rispetto agli anziani, quindi non hanno peso elettorale. Di conseguenza non ci sono politiche forti che siano indirizzate a loro
Quale sarà il futuro da vecchi di questi giovani? Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha già detto che si rischia la povertà dilagante...
Sarà un disastro. Le riforme pensionistiche hanno posticipato l’età pensionabile, legando la pensione ai contributi versati. Ma la crisi economica, la precarietà del lavoro e i redditi bassi fanno prospettare un futuro economico tutt’altro che roseo per i più giovani, con pensioni molto basse. I lavoratori precari del presente saranno precari anche nel futuro. Finora l’assicurazione sono state le famiglie, e del futuro dei 30enni non se ne è occupato nessuno. Tra 40 anni, quando non ci saranno neanche più le famiglie, sarà un disastro. La politica italiana non pensa al futuro dei giovani, perché quello che importa è sempre solo la prossima tornata elettorale. Intanto i giovani sul futuro sospendono il giudizio perché non hanno gli strumenti per farlo. Tutti dicono che dovrebbero farsi una pensione integrativa. Ma come fanno, se già fanno fatica a pagare l’affitto di casa con gli stipendi bassi che si ritrovano?
E l’immigrazione? Quale può essere l’apporto dei nuovi cittadini?
I nuovi arrivi per lavoro in Italia stanno diminuendo per via della crisi economica. Non abbiamo investito in politiche di integrazione. E l’immigrazione più preparata si sta spostando verso altre mete. Noi prendiamo un po’ quello che ci capita, che di solito sono lavoratori destinati a fare lavori poco qualificati. E anche gli immigrati più istruiti li mettiamo a fare lavori scarsamente qualificati. Chi ha ambizioni andrà in Paesi che offrono maggiori opportunità. Ci prendiamo la peggiore immigrazione e non attraiamo talenti.
Millennial

(Getty Images/Monika Graff)

I lavoratori precari del presente saranno precari anche nel futuro. Finora l’assicurazione sono state le famiglie, e del futuro dei 30enni non se ne è occupato nessuno. Tra 40 anni, quando non ci saranno neanche più le famiglie, sarà un disastro.
Come si sposterà la popolazione nel prossimo futuro?
La parte Nord del Mediterraneo sarà composta da Paesi vecchi, la parte Sud da Paesi molto giovani in forte crescita. Nell’Africa subsahariana si registra una grande espansione demografica. Il che genererà sia spostamenti all’interno dei Paesi stessi dalle campagne alle città, sia al di fuori di questi Paesi. Secondo le ultime previsioni delle Nazioni Unite, in quest’area nella fascia 20-39 anni ci saranno oltre 200 milioni di individui in più nei prossimi vent’anni. Tutti giovani alla ricerca di lavoro. Se i governi non creeranno occasioni di lavoro in questi luoghi, gli spostamenti si dirigeranno verso l’Italia e verso l’Europa. A questo si aggiunge l’instabilità politica che renderà tutto più complicato.
Siamo avvisati.

Solo un ingenuo può pensare che in rete vi sia la verità.

Il disincanto digitale: la metà degli italiani si informa su Internet ma la fiducia va in crisi

Il rapporto Demos-Coop conferma il dominio della tv. Ma scopre anche che due italiani su tre ormai utilizzano la Rete per leggere i giornali. Nel 2007 si aggiornava sul web il 25%, oggi sono il doppio. Spunta la categoria dei net-ibridi Il credito dei notiziari tv tiene. Elettori di sinistra affezionati al Tg3, destra a Mediaset e 5Stelle a La7
FORSE è iniziata l'era del disincanto digitale. Lo suggerisce l'Osservatorio Demos-Coop su "Gli italiani e l'infomazione" giunto alla nona edizione. Per la prima volta infatti Internet viene guardato con prudenza dagli stessi utenti abituali della rete. Anche nel 2015, comunque, la televisione si conferma il canale di informazione più consultato. È, infatti, frequentato, quotidianamente, dall'82% degli intervistati. Mentre il 49% afferma di informarsi ogni giorno attraverso Internet, il 38% mediante la radio. Il 26%, infine, sui quotidiani.

Gli scostamenti rispetto al 2014 appaiono minimi: 1-2 punti. Cioè, nulla, se consideriamo il margine di errore statistico. Per rilevare cambiamenti significativi, dobbiamo allungare lo sguardo più indietro. Almeno di 7-8 anni. Rispetto ad allora, infatti, la TV appare in calo di circa 5 punti, come, d'altronde, i giornali quotidiani (-4, per la precisione), mentre il ricorso alla radio diminuisce un po' di meno. Unico medium ad aumentare la propria diffusione sociale, nel sistema informativo, è, appunto, Internet. Nel 2007, utilizzato, ogni giorno, dal 25% degli italiani (intervistati). Da quasi il doppio, oggi. La distanza rispetto alla TV, rispetto al 2007, risulta, quindi, dimezzata: da (oltre) 60 a (oltre) 30 punti.

LE TABELLE

Tuttavia, negli ultimi due anni il sistema informativo sembra essersi consolidato, fra i cittadini. Anche  -  e soprattutto perché, ormai, l'informazione è divenuta un sistema largamente "ibrido"  -  per riprendere la nota definizione di Andrew Chadwick. L'accesso ai New Media, infatti, non esclude i media tradizionali. Al contrario, li include, li contamina. E viceversa. Solo una componente ridotta di persone si informa esclusivamente su Internet. Intorno al 4-5% dei cittadini. Mentre il 40% degli italiani sono "net-ibridi". Alternano internet con gli altri media. Due su tre, fra loro, utilizzano la rete per leggere i giornali. E, comunque, quasi tutti continuano a guardare la TV. Dove il riferimento ai social- media è costante.

La TV, appunto, continua ad essere frequentata, quotidianamente, da 8 italiani su 10. Perlopiù, come si è detto, in combinazione con altri media. Ma per oltre 2 su 10 (per la precisione: il 22%) si tratta dell'unico luogo attraverso cui si accede all'informazione. Si tratta di settori sociali definiti. Soprattutto donne, casalinghe, di età medio-alta e di istruzione medio-bassa, residenti nel Mezzogiorno e nelle Isole. Un tempo, elettori ed elettrici "fedeli" dei partiti "governativi". Da qualche anno, però, sono divenuti più incerti e distaccati. Quelli che decidono all'ultimo se e per chi votare. Il loro voto (o non-voto) è, dunque, strategico ai fini del risultato. Non per nulla, nelle campagne elettorali recenti, tutti i principali leader, anche i più critici verso l'informazione TV e chi la guida, si sono, puntualmente, recati nei salotti e nei talk televisivi. Per primi: quelli più "istituzionali". In particola- re, a Porta a Porta, ospiti di Bruno Vespa.

Il pubblico dei new media è, invece, simmetrico rispetto a quello degli spettatori "tele-centrici". Più giovane, istruito. Maggiormente esteso nel ceto impiegatizio, nelle professioni intellettuali. E fra gli studenti. Politicamente, si presenta orientato in modo preciso, anche se non esclusivo. La maggiore familiarità con la Rete e con i new media emerge, secondo le attese, fra gli elettori del M5s. I più "ibridi". Mentre il Pd si conferma trasversale. La base elettorale del PdR, il PD di Renzi, non mostra, infatti, particolari distinzioni nel rapporto con i media. Vecchi e nuovi. Si tratti di Tv oppure della Rete.
Neppure se spostiamo l'attenzione dai canali ai programmi di informazione si osservano grandi novità.

In termini di fiducia, non di ascolti, l'atteggiamento verso i Tg conferma, infatti, le tendenze degli ultimi anni. I più apprezzati restano i Tg Rai e in particolare il Tg3. Mentre, fra i Tg di Mediaset, solo il Tg5 mantiene un grado di stima elevato. Nel complesso, il credito nei confronti di tutti i notiziari tiene, oppure cresce, anche se di poco. Ma le performance migliori, negli ultimi anni, premiano ancora le reti All-News: Rai-News 24, Sky Tg24, insieme al Tg7. Soprattutto i Tg di Sky e di Rai News 24, i quali, rispetto al 2009, vedono salire la fiducia nei loro confronti di oltre 10 punti.

Se osserviamo gli orientamenti politici del pubblico, il legame fra media (soprattutto: TV) e politica appare ancora saldo. Indirizzato maggiormente a destra, nel caso dei Tg di Mediaset. A sinistra, per quel che riguarda i programmi della Rai. Ma, soprattutto, il Tg3. Gli elettori leghisti, invece, si fidano soprattutto del Tg5 e, quindi, del Tg2. Mentre gli elettori del M5s apprezzano il Tg de La7. Inoltre, il Tg3 e RaiNews24. Il Tg di Sky, infine, appare il più "trasversale".

La sola, vera, novità di questo Atlante dell'Informazione, è, però, costituita dal disincanto verso Internet. Certo: resta ancora lo spazio dove l'informazione appare più libera e indipendente (36%). Ma questa convinzione appare in calo significativo: 4 punti in meno solo nell'ultimo anno. Anche la fiducia nella rete sta diminuendo. Oggi è espressa dal 37% degli italiani: 3 punti meno di un
anno fa, oltre 10 rispetto al 2013. Così gli italiani navigano su Internet, sempre più numerosi, per sempre più tempo. Ma si sentono osservati e sempre meno sicuri. Così, anche se non si fidano, per distrarsi un po', continuano a guardare la TV.

 

FORTAPASC

Le posizioni politiche dei leghisti sul presepe e le tradizioni cattoliche irrinunciabili sono diventate vere ossessioni psichiatriche.
Con i nostri giovani che non avranno pensioni nel futuro e che sono costretti ad emigrare in Europa per vedere riconosciute le loro capacità lavorative (mentre gli asini leghisti fanno carriera nelle ASL, nelle ASM, nei Consigli d'amministrazione degli ospedali, nei Consigli d'amministrazione degli enti pubblici, ecc. ecc.), il tema del presepe è proprio prioritario.
E pensare che fino a qualche anno indietro i leghisti riconoscevano la loro identità nei riti celtici d'oltralpe.
In realtà i leghisti cattolici non sono stati mai. Nè cristiani. Altrimenti dovrebbero seguire pedissequamente l'insegnamento del grande Papa Francesco.
In realtà tutto quello che fanno e dicono sul cattolicesimo serve esclusivamente per recuperare qualche voto alle prossime elezioni.
Perché se Gesù Cristo avesse la possibilità di rinascere ancora sulla terra non sceglierebbe certo la casa di Salvini.

dipocheparole     venerdì 27 ottobre 2017 20:42  82 Facebook Twitter Google Filippo Nogarin indagato e...