DICE UN antico proverbio arabo: " Puoi portare un cammello alla fonte ma mai costringerlo a bere". Han no già ben bevuto e mangiato i beduini che per interi lustri hanno cavalcato l'artilodattilo tra le infinite gobbe dell'Alitalia, che le tenui cure degli arabi di Etihad dopo un anno non sono riuscite a rimettere in piedi. Ma non beve il cammello che perde 714 mila euro al giorno, 130 milioni da gennaio a giugno.

Chissà se gli arabi conoscevano l'intera storia dell'Alitalia spolpata, ben riassunta dalla sentenza che ha condannato a otto anni e otto mesi di reclusione, Giancarlo Cimoli presidente e amministratore delegato della compagnia dal 2004 al 2007 e a cinque anni il suo predecessore Francesco Mengozzi. Se sapevano della sentina che andavano a scoperchiare popolata di politici, manager, presunti manager, consulenti del niente, affaristi senza scrupoli, faccendieri, tutti impegnati in operazioni schizofreniche e abnormi. Eppure, gli avvertimenti non mancavano. Ecco un piccolo florilegio degli elogi corsi sulla reputazione dell'ex compagnia di bandiera : "Pittoresco capitalistico" (la stampa di tutto il mondo quando Berlusconi lanciò per l'Operazione Fenice con i suoi sedici Capitani coraggiosi); "Alitalia, peste italienne" (Alexander de Juniac di Air France); " Folle, uno sport folle l'interferenza della politica sull'Alitalia" (Micheal O'Leary di Rayanair); "Magliana ai magliari" (uno degli ad passati nel palazzo della Magliana come una saetta).

Del magliaro Giancarlo Cimoli, nato a Fivizzano come Denis Verdini e Sandro Bondi, ha un po' l'aspetto e i modi. Chiamato da Romano Prodi su suggerimento del professor Guido Rossi dalla Edison a risanare le Ferrovie dello Stato proclamò tronfio: "Farò a fette l'elefante". L'elefante fece a fette lui.