sabato 7 giugno 2014

Riceviamo e pubblichiamo.

Ecco Farage, il politico che dialoga con Grillo

Ritratto del caleidoscopico leader dell'Ukip

Ecco Farage, il politico che dialoga con Grillo
di Emiliano Germani
Se lo chiamate semplicemente populista, razzista ed euroscettico e vi scandalizzate per le sue cravatte troppo sgargianti e la sua passione per le grandi bevute, probabilmente non capirete molto di lui e del suo progetto politico.
Nigel Farage, 49 anni, leader dell’Ukip (sigla che sta per United Kingdom Indipendence Party) è sicuramente un personaggio molto più complesso di come viene dipinto dalla maggior parte della stampa. E negarlo significa non voler comprendere i cambiamenti profondi che sta attraversando il Regno Unito, una delle maggiori potenze economiche, politiche e militari del mondo.
Punto primo. Farage non è definibile come improvvisato demagogo avventuriero. La sua esperienza politica inizia ai tempi del liceo e continua nei quadri del partito conservatore, fino a quando, in opposizione alla ratifica del trattato di Maastricht, nel 1992 lascia i Tories e diventa uno dei fondatori dell’Ukip. Non è un improvvisatore, quindi, ma uno che si è fatto le ossa sul campo, con una lunghissima militanza politica, un’abile retorica e la capacità di costruire rapporti sul territorio.
Punto secondo. Farage non è un estremista di destra. La sua scelta di non allearsi con il Front National di Marie Le Pen per un gruppo comune all’Europarlamento non è dettata solo dalla tradizionale diffidenza tra Inglesi e Francesi. Farage non vuole essere alleato del FN perché lo considera un partito poco affine al suo. Secondo Farage lo Ukip è conservatore, ma non di destra: anzi, lo definisce post-ideologico, al di là degli schemi tradizionali della politica. E le accuse di razzismo e xenofobia? L’Ukip è un partito nazionalista in senso “anglosassone”, cioè un movimento che esalta i valori tradizionali e gli interessi nazionali. Pur non mancando le posizioni estreme tra i militanti e qualche esponente, gli stranieri non sono osteggiati in quanto tali, ma soprattutto perché considerati rivali degli autoctoni nella ricerca di un lavoro che, in molte zone della Gran Bretagna è in questo periodo una merce sempre più rara. Il “razzista” Farage parla di limitazione non chiusura agli ingressi dai Paesi esteri, di selezione di manodopera straniera qualificata e di maggiore tutela per i lavoratori inglesi. Nel complesso, quindi, le sue non sono propriamente posizioni di apertura, ma nemmeno violentemente xenofobe.
E se Farage è un populista, lo è nel senso che ha stretto una forte alleanza ed empatia con le classi meno abbienti e con gli abitanti delle regioni socialmente ed economicamente più depresse del suo Paese. Dagli esclusi, dai delusi e dagli impauriti vengono gran parte dei voti del suo straordinario successo elettorale. Qui Farage pesca soprattutto nel bacino dei Laburisti, esponenti di quella “casta” toccata più volte negli anni da scandali di corruzione e privilegi che l’Ukip ha puntualmente denunciato. Ma populista non significa necessariamente anti-democratico: sostenitore del parlamentarismo e dei diritti di espressione, Farage, almeno a parole, non sembra amante dell’autoritarismo e nemico della democrazia. E se su alcuni temi connessi ai diritti civili, come nel caso dell’ostilità ai matrimoni gay, ha posizioni di chiusura, risulta al contempo un accanito anti-proibizionista sul tema delle droghe leggere. E infine il Farage antieuropeista. L’Ukip non è contro l’Europa in sé. Denuncia l’euro-burocrazia, l’ingerenza sulla sovranità dei singoli Stati, lo strapotere economico tedesco e l’utopia dell’unione politica. Sintetizzando, è possibile dire che Farage è contro gli Stati Uniti d’ Europa, ma vuole un’Europa di stati sovrani in uno spazio di libero scambio e commercio. Altro tratto, questo, che lo differenzia da Marie Le Pen, che l’Europa la rifiuta tout-court.
Ma c’è un terzo punto che è importante comprendere. Mentre tutti guardano a quello che Farage farà per conquistare l’europarlamento, Farage guarda probabilmente a come poter conquistare il Parlamento britannico; e forse anche il governo del suo Paese. L’Ukip è al momento il primo partito per numero di voti nelle consultazioni europee e ha ottenuto brillanti risultati anche nelle consultazioni amministrative che si sono svolte in contemporanea. Se sapesse capitalizzare questo risultato fino alle prossime elezioni nazionali, potrebbe  scompaginare lo scenario politico britannico. Con i liberal-democratici ridotti al lumicino e la sostanziale impossibilità di un’alleanza laburisti-conservatori, le prospettive per Farage appaiono oggi più che interessanti.

Riceviamo e pubblichiamo


Riceviamo e pubblichiamo.

Barbara Spinelli non mantiene la parola: andrà all’Europarlamento

di  - 07/06/2014 - Ora è ufficiale, la figlia di Altiero ha cambiato idea. Ad annunciarlo Curzio Maltese alla festa di Repubblica

Barbara Spinelli non mantiene la parola: andrà all'Europarlamento
Barbara Spinelli ha ufficialmente cambiato idea. Non rinuncerà, come promesso in un primo momento, al seggio al Parlamento europeo. La Lista Tsipras, infatti, si era lungamente divisa sulla questione dopo il voto.
La conferma di quanto era già nell’aria è arrivato alla festa di Repubblica – Repubblica delle Idee – da Curzio Maltese, parlamentare eletto anche lui nella lista Tsipras.
«Barbara ci ha ripensato – ha spiegato Maltese – e io sono molto contento di questo, è una grande esperta di temi europei. Meglio lei di Iva Zanicchi o Clemente Mastella. A Bruxelles, uno dei palazzi della commissione è dedicata a suo padre».
Figlia di Altiero, considerato uno dei padri del pensiero europeo, Barbara Spinelli aveva detto prima delle elezioni che avrebbe rinunciato al seggio, e che la sua candidatura era solo per far da traino alla lista. Decisive – raccontano – sarebbero state le pressioni dell’uomo-immagine della lista della sinistra europea, il greco Alexis Tsipras. La scelta non mancherà di provocare polemiche all’interno di partitini come Sel e Rifondazione: uno dei due perderà un parlamentare europeo.
Non solo, ora la Spinelli potrà essere facilmente accusata di essere come tutti gli altri politici: predicare bene e razzolare male.
E noi vi invitiamo a rileggere il nostro editoriale sull’argomento

Questi non fanno politica per risolvere i problemi della gente. Questi fanno e sono degli sciacalli.

Referendum: gazebo della Lega Nord in piazza Duomo a Prato

Prosegue la raccolta firme. Si chiede la cancellazione delle Prefetture, la reintroduzione del reato di clandestinità e la regolamentazione della prostituzione
Email
    PRATO. Ultimi giorni per raccogliere le firme in favore deireferendum promossi dalla Lega Nord. «Clandestino è reato. Per ribadirlo venite a firmare in sede e ai gazebo», invita il commissario provinciale Patrizia Ovattoni, a sostegno del referendum promosso dalla Lega Nord per la reintroduzione del reato di clandestinità, cancellato dal governo. Questo referendum si aggiunge ai 5 sui quali il Carroccio sta già concludendo la raccolta delle firme necessarie. Ne sono state raccolte fino ad ora 400 mila. C' è tempo fino a inizio agosto. «Mancano pochi giorni e poche firme, ha dichiarato Ovattoni, e noi possiamo raggiungere l'obiettivo. Noi non inseguiamo Renzi sulle promesse, ma lo sfidiamo sulle proposte. La nostra è una battaglia di libertà e progresso.Altri referendum: vogliamo cancellare la Legge Fornero e la Merlin. Con la Legge Fornero sono stati massacrati pensionati ed esodati, una vera vergogna. Vogliamo cambiare la Legge Merlin, per regolamentare e tassare la prostituzione. Ci sono 80 mila ragazze oggi per strada che vengono gestite dal racket della malavita. Portiamo avanti anche la battaglia contro le prefetture, un vero spreco, un costo di 500 milioni l'anno che vanno all'80 per cento a coprire le spese del personale. Rilanciamo la battaglia contro la legge Mancino sui reati d'opinione, perché le idee non si processano. Infine vogliamo cancellare le norme che aprono i concorsi pubblici agli stranieri.Un risultato straordinario, questo significa che i temi proposti sono molto sentiti. Del resto i quesiti vanno al di là degli schieramenti politici e incontrano un favore generale, lo dimostra il numero di chiamate di cittadini che vogliono firmare». Domenica 8 giugno Gazebata in piazza del Duomo a Prato.

    E' vergognosa l'ignoranza di questo politico. Superato solo dal sen. Centinaio. Perché non parlano di corruzione. Forse potevamo pagare la pensione a tutti gli e sodati se avessero rubato meno quelli della lega nord. Gli stessi iscritti li hanno definiti ladroni in casa nostra. Così come sarebbe un ottimo esempio se Salvini e Centinaio rinunciassero a metà del loro stipendio per darlo a qualche esodato visto che hanno a cuore questo problema. Noi aspettiamo la loro donazione.

    Matteo Salvini: “razzismo è aiutare chi sbarca e fregarsene degli esodati”

    Pubblicato il 7 giugno 2014 da Emanuele Vena  
    Quando si tratta di usare parole forti, Matteo Salvini non si tira mai indietro. Dopo aver dichiarato vicina la fine dell’Euro, una moneta considerata ormai con “vita ormai breve”, il leader della Lega Nord cambia obiettivo. Intervenendo ad un comizio elettorale a Bergamo, Salvini lancia una stilettata al governo Renzi. L’argomento è doppio: razzismo ed esodati. E il leader leghista riesce ad inserirli nello stesso ragionamento.
    Secondo me è razzismo aiutare chi sbarca domani mattina a Lampedusa e fregarsene dell’esodato bergamasco“, l’opinione di Matteo Salvini. Che rincara la dose: “è razzismo dare 40 euro al giorno a chi sbarca a Lampedusa e 10 a chi è disabile”. Questo atteggiamento per il leader padano è “razzismo nei confronti degli italiani” e rappresenta “la morte di una società”.
    matteo salvini
    “Ci accusano di essere estremisti? Sì, ma del buonsenso“. Non ne può più, Matteo Salvini. E ci tiene ad esprimere un malumore diffuso: “ho centinaia di richieste via mail da persone dai 20 ai 50 anni che hanno perso il lavoro e a cui non riesco a dare una risposta”. E aggiunge: “sono persone che vengono puntualmente superate da clandestini che si offrono come schiavi e merce umana ad imprenditori senza scrupoli che li sfruttano per pochi euro all’ora”.

    Emanuele Vena

    Ormai in Italia i sindacati sono come quelli polacchi prima di Walesa. Non rappresentano più nessuno se non i loro privilegi. Poveri giovani lasciati senza futuro da questi egoisti che ormai rappresentano solo i garantiti.

    Rai, lo sciopero più fischiato. Roma, lo sciopero meno sincero

    La foto di di Lucio Fero

    Leggi tutti gli articoli di Lucio Fero
    ROMA – I lettori del Corriere della Sera non saranno certo un esatto e calibrato campione statistico, però alla secca domanda (giusto o no lo sciopero in Rai) hanno fornito secchissima risposta: 95 per cento a 5. Lo sciopero Rai prossimo venturo, fissato per l’11 di giugno, nel sondaggio del Corriere delle Sera è stato sepolto, annichilito da un novantacinque per cento di fischi. Fischi allo sciopero, a chi l’ha indetto, a chi lo difende. E se il sondaggio fosse esteso all’intera popolazione italiana? Nessuno può saperlo, però si può scommettere, sicuri di vincere, che la quota nazionale dei fischiatori dello sciopero non sarebbe inferiore all’ottanta per cento (tanto per tenersi bassi).
    Che lo sciopero Rai in arrivo sia il più fischiato dei tempi nostri da parte dell’opinione pubblica è un fatto. Sul perché questo fatto accada si possono avere opinioni. Qualunquismo anti Casta anche qui? Campagna orchestrata da poteri oscuri e forti contro il servizio pubblico radio televisivo? Inciucio Renzi-Berlusconi ai danni della Rai e orrido scambio tu favorisci Mediaset e io contraccambio in innominabile maniera?
    Oppure non sarà che 12 mila dipendenti con quasi la metà della produzione in appalto esterno non sono proprio una conquista del lavoro da difendere? Non sarà che il costo del lavoro in Rai pari a quasi il 40 per cento del fatturato, a fronte di cifra dimezzata per Sky e di un terzo per Mediaset, odora forte di pochissima produttività ed emana aroma di privilegio? Non sarà che quei notiziari, con relative sedi, incarichi e stipendi e qualifiche e dirigenti, quei notiziari regionali pieni, anzi stracolmi solo di assessori e comunicati degli uffici stampa chiunque li vede ogni sera non è che proprio gli facciano venire in mente la libertà e la completezza dell’informazoione quanto piuttosto la vastità dell’ossequio e della clientela?
    Insomma è la Rai che sta antipatica alla gente o è questo sciopero proclamato in nome e sotto l’insegna dei soldi alla Rai non si toccano, mai e per nessuna ragione ciò che sta sullo stomaco alla gente?  Ognun fornisca la sua risposta, certo che se ne vedono…Forza Italia, cioè Brunetta che alla Rai dà ripetuti assalti e che oggi invece sta con la Rai che sciopera e ci sta insieme a Susanna Camusso e cioè la Cgil e Forza Italia e Cgil che stanno insieme a sostenere lo scioperare insieme a M5S, leggi e ascolta Roberto Fico. Cos’è mai questa Rai che così mescola, rimescola e mischia? Che un po’ confonde gli schieramenti e un po’ in fondo li chiarisce?
    Dallo sciopero più fischiato a quello meno sincero. Va in onda, anzi in scena e piazza domani 6 di giugno. E’ lo sciopero dei dipendenti del Comune di Roma: maestre d’asilo, vigili, impiegati d’ogni ordine e grado nei dieci, cento, mille uffici. Viene proclamato, parola della Cgil locale, non “contro la città ma a difesa della città”. Proclamato, sempre parola di tutti i sindacati non solo la Cgil, per “aprire un tavolo che ottimizzi i servizi ai cittadini” e via altri lustrati motivi per cui lo sciopero è uno sciopero “altruista”, mica fatto per chi sciopera ma fatto per i cittadini. Mai, se possibile mai e comunque mai dire mai, uno sciopero fu meno sincero nelle motivazioni ufficiali.
    I quasi 25 mila stipendiati dal Comune di Roma scioperano perché il loro “salario accessorio” sia fisso e non più accessorio. Questa la sola e unica verità. Il resto non è sincero: non è vero che il salario accessorio sia stato tagliato. I sindacati mettono il taglio nelle ragioni dello sciopero ma non è vero. E’ stato pagato a maggio e lo sarà a giugno e lo sarà anche dopo. Ciò che gli scioperanti e i loro sindacati tutti assolutamente non vogliono è che salario accessorio sia pagato a fronte di prestazione di lavoro accessoria. Cioè? Cioè la storia è lunga ma riassumibile: da anni i dipendenti comunali di Roma (ma non solo loro, con loro interi comparti del settore pubblico) percepiscono un salario accessorio. Legge e ovvietà vorrebbero che il salario accessorio sia pagato, insomma corrisponda ad un lavoro altro e diverso, a un qualcosa in più del lavoro normale. Ma da anni, da sempre, non è così: il salario accessorio si percepisce  prescindere, si percepisce e basta e, ovviamente, lo percepiscono tutti.
    Ora la legge e anche il buon senso e la buona creanza sociale vorrebbero che il salario accessorio fosse da un domani in poi pagato sì, ma a chi fornisce prestazione accessoria. Questo i sindacati e i dipendenti del Comune di Roma assolutamente non vogliono: legare quel più di salario a un più di mansione, legarlo a efficienza, merito, risultato. Questo non vogliono ma non vogliono dirlo apertamente e gettano la palla in tribuna, come si dice a Roma appunto “la buttano in cagnara”. Parlano dei soldi alla politica, dei soldi ai manager…Troppi, tutto vero. Ma vero anche che le assunzioni al Comune sono state troppe. E vero anche che l’efficienza dei servizi comunali, beh domandate a chi a Roma ci vive.
    Una cosa vera potevano dirla e in fondo la dicono gli scioperanti: il salario accessorio nella gran parte dei casi integra e aumenta un salario base estremamente basso. Chi fa a fine mese 1.400/1.500 euro compresi i 200 di salario accessorio non può vedersi tolto nulla, neanche un euro. Neanche gli euro percepiti a titolo di salario accessorio senza averne titolo. E’ la buona ragione degli scioperanti, l’unica anche se grossa. Il resto è bla-bla-bla insincero e furbetto, quello “sciopero per la città” in fondo è una presa in giro per i cittadini di Roma. Togli un euro, anche ingiustamente pagato, a chi ha basso salario e lo metti nei guai grossi. Però questa verità, l’unica, non stabilisce la regola, che i sindacati vogliono invece sacra, secondo la quale il salario accessorio è di tutti, per tutti, in eterno e a prescindere. Di qui lo sciopero meno sincero dei tempi recenti.
    P.S. Cuore e mente, architrave e sostegno alla sciopero più fischiato e a quello meno sincero è in entrambi i casi la Cgil. Non è un caso. In parte è una sorta di “dovere di ufficio”, cioè stare sempre dalla parte dei lavoratori come a un sindacato spetta. Anche se e quando una categoria di lavoratori dovesse farsi corporazione e lobby. In parte è però una scelta, anzi una cultura. Ancora quella di chi in decenni lontani si opponeva alla tv a colori e invitò gli italiani a votare per spegnere un tasto sul telecomando. E in parte, troppa parte, è ormai identificazione con la difesa del possesso da parte di chi “ha avuto”. La Cgil con le sedi e i notiziari regionali Rai e con l’indennità presenza per tutti i dipendenti pubblici…una volta erano gli operai alla catena di montaggio, quelli alla verniciatura, gli edili sulle impalcature. Come cambia il mondo, in questo caso clamorosamente in peggio.


    dipocheparole     venerdì 27 ottobre 2017 20:42  82 Facebook Twitter Google Filippo Nogarin indagato e...